Este livro marca uma tomada de posição diante das visões tradicionais da história da arte. Não sem audácia, Georges Didi-Huberman as confronta com os paradoxos abertos pelas potências fantasmáticas da imagem. Trata-se de uma experiência que abala as relações causais, desmantelando as cronologias e as clássicas demarcações temporais. Para desdobrar essa força anacrônica, o autor evoca o mítico Aby Warburg, esse espectro que atravessa as paredes dos diversos saberes e assombra cada vez mais os cômodos da história da arte.
Georges Didi-Huberman, a philosopher and art historian based in Paris, teaches at the École des Hautes Études en Sciences Sociales. Recipient of the 2015 Adorno Prize, he is the author of more than fifty books on the history and theory of images, including Invention of Hysteria: Charcot and the Photographic Iconography of the Salpêtrière (MIT Press), Bark (MIT Press), Images in Spite of All: Four Photographs from Auschwitz, and The Surviving Image: Phantoms of Time and Time of Phantoms: Aby Warburg's History of Art.
« Ce que Freud a découvert dans le symptôme – et Warburg dans la survivance – n’est autre qu’un régime discontinu de la temporalité : remous et contretemps qui se répètent, répétitions d’autant moins régulières, donc prévisibles, qu’elles sont psychiquement souveraines. » (p. 317).
Stimolantissimo studio sulla genesi tribolata del pensiero dello storico dell’arte Aby Warburg: http://it.wikipedia.org/wiki/Pathosfo... (tema, come si capisce, suggestivo e inquietante – lo stesso Warburg sosteneva di occuparsi di «storie di fantasmi per adulti» e questi fantasmi finiranno con l’infestare la mente del pensatore). Dagli ispiratori (giganti come Nietzsche, Goethe, Freud, intellettuali atipici come Carlyle, oltre a figure solo in apparenza minori di cui Didi-Huberman ci indica l’importanza nel panorama intellettuale fra Ottocento e Novecento), ai geniali compagni di viaggio (Binswanger, lo psichiatra che assistette Warburg durante la sua malattia mentale, influenzò il suo pensiero e ne fu influenzato, o il geniale ma troppo sistematico Cassirer), agli allievi inclini alla banalizzazione – per non dire tradimento – della complessità del metodo warburghiano (Gombrich, Saxl). In effetti, il discorso di Didi-Huberman mira essenzialmente a preservare questa complessità, descrivendone i punti di tensione, irrisolti, e denunciando i fraintendimenti che li hanno occultati o svuotati di forza; e costituisce, direi, una lezione di discernimento e finezza.
(Aggiungo che la descrizione della permanenza di Warburg nella clinica “Bellevue”, dove Binswanger si prendeva cura di malati di mente come il linguista Bally, il pittore Kirchner, il ballerino Nijinsky, la femminista Pappenheim [la Anna O. di Freud] e altri, mi ha fatto sognare un romanzo o un film ambientato in questa «casa di cura dove i malati mentali piuttosto viziati, di famiglia ricca, venivano provvidamente e costosamente trattati e gli infermieri avevano la delicatezza delle levatrici», nelle parole di J. Roth).