Four generations of a farming family in Piemonto, Italy, survive birth and death, triumph and tragedy, poverty and prosperity, war and peace, in a saga that spans one hundred years of eighteenth- and nineteenth-century history
Rosetta Loy was an Italian writer. Born in Rome as Rosetta Provera, she was the youngest of four children of a Piedmontese father and a mother from Rome. She wrote her first story at the age of nine, but her real literary vocation manifested itself towards the age of twenty-five. However, she had to wait until 1974 for her first publication, La Bicicletta. She was married for thirty years to Beppe Loy, with whom she had four children.[
This lovely, poetic, understated little book follows the multigenerational story, spanning the late 1790s until perhaps 1900, of a farming family in Monferrato, Italy, in the Piedmont region, near France. The strength of the book lies in Loy’s lush, almost dreamlike description of the lives and loves of the family and their friends, relations, and servants. Wars come and go, bringing cholera and high taxes; babies are conceived, birthed, and live only a few days or years, or grow into healthy young people with lives and loves of their own. Each person has a story, some subtle, some more direct – and against it all is the backdrop of Montferrato itself, and how it changes with the seasons: by turns dusty and dry, or sodden with spring rains and mud, or icy and snowy, or lush and green with wheat and the grapevines for the wines for which the region is known. This is a quiet, satisfying book that provides a glimpse into the lives of ordinary people two hundred years ago.
Ho apprezzato molto questo romanzo, per me una scoperta non nutrendo particolari aspettative in realtà. Non mi dilungo sulla trama, vengono narrate le vicende di una famiglia del Monferrato passando per tre generazioni, dal periodo Napoleonico all’unità d’Italia. Le vicende descritte sono belle e riprendono anche eventi realmente accaduti in quel lasso di tempo, come l’arrivo del colera o l’alluvione del 1839, ma ciò che più mi ha colpito positivamente è stata la scrittura dell’autrice. Pulita, senza eccessi, pochissimi dialoghi, per lo più in dialetto ma comprensibili anche grazie al contesto in cui sono inseriti. Il romanzo non è lungo e nemmeno pesante a mio parere. Una bella sorpresa.
Because I presently live in the Monferrato area of Italy, this book was good to read. In fact I live approx. 75 km. from Lu, the town much mentioned in the book. It tells the story of 3 generations of a farming family in Northern Italy during the 19th century. Sons leave for the war, daughters for marriage or the convent. Grandsons for college, the army or the sea. But life in the family house goes on, the house itself surviving very cold winters and very hot summers. The family goes through very poor times sometimes but the family members keep on going and try to make the best of it.
Indubbiamente un romanzo valido, e vincitore a suo tempo di qualche premio, ma ai miei diciotto anni non disse granché: troppa malinconia, forse. Può darsi che prima o poi lo rilegga per vedere che effetto fa.
Romanzo che traccia un affresco della vita rurale nel Monferrato, attraverso la storia della famiglia del Gran Masten e dei soli figli sopravvissuti - Pietro, detto Pidrèn, e Giuseppe, detto Giai - dalla fine del XVIII secolo fino agli anni dell’Italia post-unitaria. Le pagine si riempiono della loro vita, seguendone gli amori, le delusioni, le passioni, le sofferenze, i matrimoni e le nuove discendenze. Una marea di personaggi secondari arricchisce la narrazione.
Avrebbe potuto essere una interessante saga familiare, ma, purtroppo, non è riuscita a coinvolgermi pienamente.
La presenza di un numero eccessivo di personaggi, sebbene possa riflettere la complessità di una comunità rurale, ha reso la narrazione dispersiva, frammentando l'attenzione ed impedendo una connessione profonda con i protagonisti principali. Inoltre, sebbene l'intento dell'autrice sia quello di conferire autenticità al racconto, l'uso abbondante del dialetto ha reso la lettura un po' ostica. La scarsa integrazione degli eventi storici nella trama, relegati sullo sfondo, impedisce di contestualizzare pienamente le vicende narrate, lasciando una sensazione di incompiutezza. La quotidianità descritta manca di eventi rilevanti o di conflitti significativi, rendendo così il libro statico e poco coinvolgente.
La pecca maggiore è che la scrittura non riesce a suscitare emozioni o empatia verso i personaggi. Il loro sviluppo psicologico appare insufficiente, e lo stile narrativo, piuttosto asettico, contribuisce a mantenere una distanza emotiva tra il lettore e i protagonisti. Per me, che adoro le saghe familiari, è stata un po' una delusione. Peccato!
RECENSIONE CORALE A CURA DE “I MISERALIBRI – GRUPPO DI LETTURA BIBLIOTECA DI CHIARI”
“Le strade di polvere” di Rosetta Loy, scrittrice italiana del Novecento venuta a mancare due mesi fa, è un romanzo complesso.
È così affollato di tanti personaggi che ricordarsi tutti i loro nomi e, soprattutto, le loro parentele, è un’impresa ardua. Nelle duecento quaranta pagine del romanzo si accompagnano tre-quattro generazioni della stessa famiglia nella nascita, crescita e morte. Alcuni personaggi cambiano nome anche due o tre volte nell’arco della loro vita (e del libro). Se, da una parte, vi è una quantità enorme di nomi da tenere a mente, dall’altra vi è una voluta scarsità di sentimenti espressi in maniera esplicita. Nel testo, infatti, raramente i personaggi parlano attraverso il discorso diretto, e ci sono tanti non detti, perché le emozioni sono trattenute, contenute, conservate dentro di sé, al punto tale da sembrare non sviluppate a qualcuno. Allo stesso tempo, “Le strade di polvere” è un romanzo intrecciato perché questi fili della quotidianità di una famiglia dell’Ottocento si trovano stretti a quelli della Storia italiana, una storia con la S maiuscola: quella della nascita della nostra nazione. E, come se non bastasse, altri fili ancora sono aggiunti dall’autrice, narratrice onnisciente, che esige dai suoi lettori un’attenzione molto alta, inserendo nei periodi anticipazioni future e rimandi al passato, in un continuo andare e venire tra ciò che era, ciò che è, e ciò che sarà. Con le sue rivelazioni, Rosetta Loy tenta di entrare nella mente di persone oscure di epoche ormai estranee. È anche per questo che sa scrivere benissimo, e non lo si può negare, tuttavia il romanzo ha un qualcosa di altalenante. Anche dopo le prime cinquanta-settanta pagine, rimane abbastanza difficile da inquadrare per qualche partecipante, e anche altri che sono arrivati in fondo sono rimasti un po’ dubbiosi sul giudizio, perché l’impegno richiesto è stato tanto.
Nonostante questa sua complessità, “Le strade di polvere” ha un qualcosa che cattura, che prende, affascinando anche coloro che non l’hanno cominciato ma hanno presenziato all’incontro incuriositi. Qualcuno l’ha definito una di quelle “storie della terra” dove i sentimenti rimangono tra le righe, apparentemente assenti e invece molto intensi. Il senso della comunità e l’atmosfera di una volta hanno ricordato a molti “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi, ma anche la “Trilogia della Pianura” di Kent Haruf. Vi sono rimandi a “Marco e Mattio” di Sebastiano Vassalli, mentre una partecipante ha percepito il realismo magico alla Márquez, trovando il libro un piccolo gioiello. “Le strade di polvere” è vero, nel senso di umano, universale, e cosa c’è di più di universale che il destino che tutti ci accomuna? È il tempo, che non aspetta nessuno e lascia indietro tutti quei personaggi che tentano di essere felici ma non riescono a stare al passo con la realtà, perché “ogni volta la vita vince”.
Non possiamo far altro quindi che accompagnare i nostri giorni con qualcosa che ci faccia andare oltre le cascine, i villaggi, i silenzi; qualcosa che ci faccia sconfiggere la polvere, come la musica: il suono di un violino, magari quello del Giai all’imboccatura del pozzo, che canta “Ottocento” di Fabrizio De André:
“Cantami di questo tempo l'astio e il malcontento di chi è sottovento e non vuol sentir l'odore di questo motor che ci porta avanti quasi tutti quanti maschi, femmine e cantanti su un tappeto di contanti nel cielo blu…” https://www.youtube.com/watch?v=4qaer...
Alla fine, rimane una parola, l'unica possibile, a racchiudere tutto. Andumma.
Très belle écriture. Cela m'a évoqué "Cent ans de solitude", de Gabriel Garcia Marquès. Mais cette jolie saga de paysans du Piémont, 4 générations, ne m'a pas autant subjugué. 4 étoiles pour l'écriture, 3 pour le récit, un peu longuet, parfois ennuyeux. J'aurais certainement beaucoup plus apprécié si j'avais été un enfant du Piémont...
This family saga follows the family of The Great Masten (name lost with the town records) through the 19th century, outside of Alessandria, Piemonte. Translated from Italian with dialect left untranslated. Won the Rapallo Carige Prize in 1988.
This story fits in with the history of Piemonte, and explores its effects on one land-owning (but not noble) family. When the story begins, this area has been annexed by France. Then it is The Kingdom of Sardinia. When it ends, it is Italy. There are two wars against the Austrians. There are droughts and floods, cold, illness, hunger and bounty. Talent, dreams, and boredom. Family fortunes--not just of this family, but also of noble and mercantile families--go up and down.
I enjoyed this book, particularly getting to read translated historical fiction. This is not a place and time period that English fiction (US or England) set. There is very little dialogue, which felt strange at first, but it somehow works, as Loy describes the scenes--the colors, the weather, the dirt, the travels of soldiers and women visiting their families. These descriptions feel so real and so very far away. Seeing the dialect left in place--it is generally followed by a translation--it is an odd mix of Italian and French, and similiarities to Genoese are there. The constant talk in the book of dialects is so real, as it is very real in Italy today.
Le strade di polvere del titolo sono quelle abitualmente percorse dai personaggi del Monferrato, in Piemonte, in pieno Ottocento: la scrittrice tesse il ritratto di generazioni povere e campagnole, abituate a parlare un dialetto spurio, contaminato dal francese, e a nutrirsi di polenta, frutta, pane e formaggio, nel continuo alternarsi delle stagioni e delle vicende umane, spesso tragiche e crudeli.
Se vi piacciono le saghe familiari ben sviluppate è il libro perfetto per voi. La Loy ha una scrittura magica e suadente, che cattura il lettore come un incantesimo, potremmo dire dal grande potere evocativo. [...]
Mi ha fatto pensare a un Cent'anni di solitudine italiano, questa saga familiare che passa per quattro generazioni, dalla fine del 700 alla seconda metà del secolo successivo. Ci sono tantissimi personaggi e la prosa della Loy è curata, densa e scorrevole, priva di inutili fronzoli e praticamente senza dialoghi. Un bel libro, di cui sento parlare troppo poco. Un romanzo di quelli che più passa il tempo più ti rendi conto che ti si sono incollati addosso. 8/10
Actually, I stopped at page 33, having found it tedious. Primarily, because the author only tells and never shows. Scanning through the book, I realized that there is no dialogue, only description. And, it's all very languid and very "poetic." Perhaps, in the Italian, this feels rich and evocative, but in translation, it's only sleep inducing.
"Così era per Luìs, il suo amore non aveva bisogno di futuro e neanche di progetti. Accompagnava la Rosetta del Francin a cogliere le foglie dei gelsi che facevano grossi i bachi, andava con lei a fare l'erba per i conigli; e dimenticavano le foglie, dimenticavano l'erba tanto era vasto e inesplorato il territorio in cui si avventuravano e intenso il desiderio di conoscerlo insieme."
Se vi capiterà di frequentare mercatini o librerie dell'usato dirigetevi verso i Supercoralli Einaudi, alla L di Loy troverete sicuramente una copia de "Le strade di polvere". Ecco, se vi capiterà di vederne una copia non abbiate dubbi: compratelo.
Nella quarta di copertina Cesare Garboli descrive questo romanzo come "raccontato correndo, con le ginocchia che si graffiano ogni volta che il Narratore guardi avanti o indietro." Rosetta Loy prende una famiglia di agricoltori dell'Ottocento e ti porta nel loro piccolo mondo, creando un romanzo che fa compagnia, che illumina e scalda come il fuoco nel caminetto. La sua scrittura è intensa, mai banale, con pagine dense e pochissimi dialoghi. La vita scorre veloce nelle strade di polvere, le generazioni si susseguono simbolo della precarietà della nostra esistenza sulla terra. E quando vi troverete all'ultima pagina non sarete pronti a lasciare questa piccola grande famiglia perché vi sarete affezionati ad ogni singolo personaggio, anche a quelli che sembrano secondari.
Romanzo italiano visto davvero troppo poco. Invece di scegliere i soliti titoli super inflazionati (e spesso sopravvalutati) provate a dargli una possibilità.
Ho trovato la lettura di questo romanzo piacevole. Vi sono molti personaggi da ricordare che tra l'altro vengono chiamati con più nomi e sopprannomi, per quelli legati alla famiglia è presente ad aiutarci un albero genealogico a fine libro, per quelli minori è a mio avviso meglio scriverseli. Si intrecciano molte vicende nella storia che attraversano un periodo molto lungo. Trovo che in tutte le vicende narrate l'autrice, attraverso uno dei personaggi, riesca sempre a trovare uno spunto positivo, nonostante gli accadimenti non sempre idilliaci... Il finale mi ha lasciato un po' interdetto, mi ha lasciato un pochino di amaro in bocca..., ma d'altronde era l'unico finale possibile... (comunque non vi anticipo nulla e vi consiglio la lettura)
Poetic, melancholy family saga set in the foothills of the Alps in the first half of the nineteenth century. My family is there on those dusty roads, those hard benches in the church, toiling along with the other contadini in their straw hats in the fields and vineyards you can see from the farmhouse. Times were pretty hard even in the villa; sometimes there was rabbit, sometimes just slices of polenta. No wonder people left.
Non avessi saputo nulla sulla scrittrice, avrei scommesso che fosse un romanzo di fine otto-inizi novecento. Ha una scrittura stupenda, molto, se vogliamo "all'antica", che proprio per questo la rende molto particolare. È un romanzo familiare alle volte noioso, ma nel complesso non è da sottovalutare.
Questo romanzo è un piccolo capolavoro. C'è tutto: stile, trama, riflessione sull'essere umano. Dovrebbe stare in prima fila in ogni libreria, con delle frecce al neon che lo segnalino ai lettori.
Una eco di realismo magico che da Macondo è giunta fino in Monferrato, nella discendenza del Gran Mastèn, leggendario capostipite di questa famiglia di "particulari", ossia di possessori di terre e bestiame. Una saga familiare in cui la drammatica crudezza della "Malora" e dei racconti langhigiani di Fenoglio si stempera nel lirismo di una scrittura precisa ed evocativa, in cui il tempo modella i personaggi come fanno il vento e l'acqua con le colline su cui vivono.
“Le strade di polvere” di Rosetta Loy, storia delle vicissitudini e degli amori e delle morti di una famiglia monferrina ai tempi delle guerre napoleoniche fino all'unità di Italia. Una storia lunga 3 generazioni, dentro una gran casa di proprietari contadini Il colera, i soldati, le famiglie con tanti figli, la vendemmia e le messi, spesso insoddisfacenti, le esondazioni del Po e dei suoi affluenti, guerre fallimentari con eserciti poveri e stremati, città assediate e garibaldini in fuga, il freddo che taglia il fiato e che deforma i piedi, duri negli zoccoli di legno, il piacere della polenta intinta nel latte, tutto questo viene narrato in questo romanzo, con una prosa asciutta, ma spesso favolistica, che cattura e che non annoia. Si legge di amori e di passioni, di vite passate con mille rimpianti e di desideri mai realizzati, di sogni e di pensieri di chi ha smesso di sognare, al suono di antiche canzoni francesi eseguite alla spinetta o al violino. Il narratore spesso assume la prospettiva di un personaggio, altre volte si fa narratore esterno, e rappresenta solo gli atti e le movenze dei personaggi, ed indugia a lungo in descrizioni minuziose di paramenti sacri a ricami meravigliosi, divani capitonné, il brulicare dei pidocchi sulla testa del vecchio contadino, e così via. A metà strada tra i romanzi realisti dell'Ottocento e quelli del realismo magico sudamericano , il romanzo della Loy, è scritto in maniera elegante e ricercata, ma ha un grande difetto, a mio parere, che non mi permette di dare un voto più alto: non emoziona. I personaggi, ben caratterizzati, scorrono davanti ai nostri occhi, come i vari fatti che si susseguono , ma per nessuno di loro si prova empatia vera. Non è il grande affresco umano e storico che mi aspettavo. Peccato.
“La casa la fece costruire il Gran Masten alla fine del Settecento quando divenne un "particulare", qualcuno che aveva terra di suo, buoi, mucche, galline e conigli, e tante moggia da avere bisogno di altre braccia. Aveva fretta e non si preoccupò troppo delle fondamenta anche se la casa con la sua facciata giallina rimase nel tempo ancorata alla terra, la lunga sequenza di stanze una appresso all'altra. Una costruzione a due piani più il granaio dalle finestre schiacciate a diretto contatto col tetto. Il viottolo di mattoni la collegava al viale che piegava giù verso il cancello mentre il fienile e le stalle si allungavano di fianco fino ad arrivare alla strada dove si apriva il grande portale di assi. Come si chiamasse quella strada allora era difficile saperlo; la casa era l'ultima del paese e quando in seguito ne venne costruita un'altra questa ebbe l'obbligo del muro cieco per la parte che affacciava sul giardino. Nessuno ha mai saputo il vero nome del Gran Masten perché i registri parrocchiali andarono bruciati durante la prima campagna napoleonica. Certo era uno che si era arricchito tra l'andare e venire dei soldati, con il foraggio per i cavalli e il grano nascosto e rivenduto tre volte tanto. Con il vino per far ubriacare francesi e austriaci, russi, bavaresi, alsaziani, durante quelle interminabili guerre che avevano colorato come un gioco di travasi la mappa dell'Europa centrale. Di lui si sa solo che lavorando dall'alba al tramonto, senza soste mai, in pochi anni raddoppiò le moggia di terra e che aveva gambe così lunghe da oltrepassare i fossi senza saltare. Prese moglie tardi e dei tanti figli venuti al mondo gliene restarono grandi soltanto due: Pietro e Giuseppe.”