Un altro gioiello firmato Bernadette McDonald: una meravigliosa breve storia dell’alpinismo “yugoslavo”, che è poi fondamentalmente sloveno con l’inclusione di un croato, Stipe Bozic (questa raccolta non include alpinisti montenegrini né bosniaci: Edin Durno non è incluso). L’idea di scrivere questo capitolo di storia dell’alpinismo nasce quando la McDonald parte per la Slovenia alla ricerca di materiale su Tomaz Humar, un alpinista dalla fama controversa. Nel corso dei vari incontri per buttare giù le idee, Tomaz le menziona spesso un libro, “Pot/La via” di Nejc Zaplotnic. Bernadette prende nota, ma non per una serie di motivi, non si precipita a compralo (anche perché non era ancora stato tradotto in nessuna lingua). Passa qualche anno e tante altre interviste con altri alpinisti sloveni e con sua meraviglia, la McDonald nota che il libro di cui le aveva parlato Humar era un punto di riferimento praticamente per qualsiasi alpinista sloveno.
Bernadette allora decide di procurarsi il libro e di farselo tradurre mentre scopre via via tanti altri grandi alpinisti, poco noti al mondo occidentale perché anche loro oppressi da un regime comunista che permette pochi scambi con l’esterno.
Col coraggio, la determinazione e l’abilità di comprensione e di sintesi straordinari che le sono propri, la giornalista capisce che anche per questo capitolo di alpinismo, come per quello polacco, non si può prescindere dal contesto storico-politico che ci narra con quella sua abilità di selezionare pochi eventi chiave che però collegano sia la Storia della Slovenia che l’alpinismo (e devo dire che ho appreso di più sulla purtroppo tragica ed orrenda storia contemporanea dell’ex-Yugoslavia che tanti articoli sparsi di giornale).
Bernadette ritrae abilmente tanti grandi dell’alpinismo, non solo sloveno ma mondiale, come Ales Kunaver, Stane Belak (Srauf), Andrej Stremfeli, Tone Skaria, Viki Groselj, Tomo Cesen, Marko Prezelj, Tomaz Humar. Due di loro mi hanno particolarmente colpita perché credo che siano proprio quel tipo di alpinista che ricerco io, cioè degli alpinisti che vanno in montagna con un pensiero loro molto profondo ed interessante e che vale la pena che venga condiviso. Non ho ancora letto niente di loro, ma ho già i libri nel carrello di Amazon e sto parlando del sopra citato Nejc Zaplotnik e Franeck Knez (forse però influenzato da Nejc).
Anche questa breve storia dell’alpinismo sloveno (che la stessa McDonald chiarisce non vuole definirsi né completa, né definitiva), scritta sulla falsa riga dei “Freedom Climbers” è un lavoro eccezionale: molto scorrevole, ben narrato e ben strutturato. Mi è arrivato di meno rispetto a quello scritto per i polacchi per dei fattori che nulla hanno a che fare con il lavoro della bravissima Bernadette: gli alpinisti sloveni sono meno conosciuti per loro scelta (sono persone che amano poco i riflettori dei social o della stampa) e quello in cui hanno mostrato il loro grande valore è stato più di natura “tecnica” che non prime eclatanti (c’è da dire che anche loro, causa il regime comunista, non hanno potuto uscire dal paese che molto “tardi”, quando cioè tante “prime” erano già state fatte in tanti modi diversi: estate/inverno/solitarie/di corsa, ecc.). Indiscutibilmente molto forti (hanno vinto sfilze di Piolet d’Or e secondo Messner, hanno portato l’alpinismo himalayano al next level) raggiungono più difficilmente il grande pubblico, sia perché è meno in grado di apprezzare solo l’aspetto tecnico di un’ascensione (e in questo grande pubblico, mi ci metto pure io) che perché loro (come menzionato sopra) sono comunque più restii a parlare di sé. A loro non gliene può importare di meno della fama mediatica. E questo, nel XXII secolo è LA garanzia di serietà e di sincera passione per un alpinista ma anche la spiegazione del perché arrivino di meno al pubblico.