Quella che Dostoevskij tratteggia nel Giocatore è una vera e propria radiografia letteraria del vizio del gioco, un’istantanea dei modi in cui il demone dell’azzardo può possedere uomini e donne di ogni età ed estrazione sociale. Un’istantanea così vivida da spingere Sergej Prokofiev a trasporla in musica, dando vita a un caposaldo della lirica novecentesca. Nella fittizia cittadina tedesca di Roulettenburg va in scena, attorno a un totem fatto di fiches e casinò, un vero e proprio carosello di figure, dal giovane precettore Aleksej al vecchio generale, dall’anziana, ricchissima nonnina al cialtronesco marchese des Grieux, dalla graziosa Polina alla misteriosa mademoiselle Blanche. Succede di tutto, eppure nulla cambia e chi, come Aleksej, è posseduto dal gioco potrà guarire e redimersi, sì, ma solo “da domani”.
Works, such as the novels Crime and Punishment (1866), The Idiot (1869), and The Brothers Karamazov (1880), of Russian writer Feodor Mikhailovich Dostoyevsky or Dostoevski combine religious mysticism with profound psychological insight.
Fyodor Mikhailovich Dostoevsky composed short stories, essays, and journals. His literature explores humans in the troubled political, social, and spiritual atmospheres of 19th-century and engages with a variety of philosophies and themes. People most acclaimed his Demons(1872) .
Many literary critics rate him among the greatest authors of world literature and consider multiple books written by him to be highly influential masterpieces. They consider his Notes from Underground of the first existentialist literature. He is also well regarded as a philosopher and theologian.
Il giocatore (dettato in meno di un mese alla donna che in seguito diventerà moglie di Dostoevskij) è stato scritto dall’autore per pura necessità. Il celebre scrittore russo doveva infatti pagare dei debiti di gioco (da cui era dipendente) ed era pure pressato dagli editori ai quali aveva promesso questo romanzo.
Il libro, contemporaneo a Delitto e Castigo (entrambi sono del 1866) è diventato poi un punto di riferimento della narrativa russa dell’Ottocento.
Un uomo dipendente dal gioco che scrive un libro su un uomo dipendente dal gioco. È l’idea più semplice del mondo, ma per quanto mi riguarda è stata anche l’idea più geniale del mondo e probabilmente non è stato affatto semplice, oppure è stato semplicissimo.
È facile pensare che scrivere di una dipendenza da cui si è dipendenti (si vede che mi piacciono i giochi di parole?) sia semplice e anche comodo e forse – da un lato – è così. La difficoltà sta nell’andare a fondo, scavare nella mente dell’uomo, nei suoi comportamenti irrazionali, nel mettere a nudo le sue debolezze e criticità, pure la sua stupidità.
Io, certo, vivo in uno stato d’ansia costante, gioco le somme più piccole e aspetto qualcosa, faccio calcoli, me ne sto per giornate intere accanto al tavolo da gioco e osservo il gioco, persino in sogno vedo il gioco, ma con tutto ciò ho l’impressione di essermi in qualche modo irrigidito, come se mi fossi impantanato in chissà che fanghiglia.
L’essere umano si muove tra due piani: quello razionale e quello emotivo. Non tutti riescono a essere consapevoli del piano emotivo, non tutti riescono ad analizzare sé stessi, a spogliarsi di fronte agli altri e di fronte a uno specchio (che può essere un foglio di carta) che proietta chi sei. Dostoevskij era ben consapevole del suo piano emotivo e forse è una consapevolezza che è cresciuta e maturata con gli anni (stando almeno ai suoi libri).
E da quando sto percependo il piano emotivo di Dostoevskij, sto amando molto i suoi libri.
Ne Il giocatore l’autore analizza il gioco e il giocatore stesso: ci sono i ricchi europei, c’è quello che ha poco e nulla e che rischia tutto, c’è chi ruba alle spalle di chi rischia. I giocatori però restano persone e quindi l’analisi si sposta anche sull’essere umano, sulla nazionalità e i conseguenti stereotipi: c’è il tedesco barone e altezzoso, c’è l’inglese vero gentleman e c’è il francese manipolatore. Quindi alla fine il gioco d’azzardo e la dipendenza dal gioco diventa un pretesto per indagare l’essere umano, la sua follia, la sua irrazionalità, la sua mediocrità.
È una strana faccenda, ancora non ho vinto, ma agisco, sento e penso come un ricco, e non riesco a immaginarmi diversamente.
Non posso non nominare la nonna – una figura femminile davvero interessante che mescola comicità e dramma – perché da quando è entrata in scena il libro ha preso una piega ancora più intrigante e da quel punto in poi non riuscivo proprio a staccarmi dalla lettura.
Sottolineo anche un altro colpo di genio – secondo me almeno – di Dostoevskij ovvero quando il protagonista e narratore Aleksej dice di sé: Che sono io, adesso? Uno zéro. La parola zero non è scritta normalmente: Dostoevskij utilizza la stessa dicitura usata per indicare il numero della roulette che è stato ripetuto innumerevoli volte nel corso della narrazione.
Dostoevskij analizza in profondità le motivazioni, le emozioni e i comportamenti dei giocatori, rivelando le loro debolezze, ossessioni e desideri nascosti. Chi meglio di un giocatore dipendente può farlo? E questo romanzo è stato proprio scritto per pagare i debiti di gioco.
Il gioco come riscatto ad una vita di insoddisfazione. Giocarsi anche l'ultimo fiorino e rinunciare ad un pasto pur di provare quella sensazione di vittoria, quando la roulette finisce su ciò che hai puntato. La roulette diventa un simbolo di speranza, disperazione e ossessione per i personaggi, che vi cercano una via di fuga dalle loro vite.
Tra l'altro vengono esplorate la società russa e quella europea, le varie classi sociali che si azzerano davanti al gioco d'azzardo. I protagonisti sono tutti in qualche modo legati a questa dipendenza....e poi c'è lei la nonnina. Uno dei personaggi TOP di questa storia, si aspettavano tutti che tirasse le cuoia e invece lei, donna autoritaria e impulsiva, fa i capricci e mette tutti sotto arrivando in Germania all'insaputa della famiglia.
Non è il solito romanzo cupo e depressivo, anche se pieno di introspezione. Si percepisce come una voglia di redenzione anche se rimandato a "domani"
"Che sono io, adesso? Uno zéro. Che cosa posso essere domani? Domani posso resuscitare dai morti e ricominciare a vivere! Posso trovare l’uomo in me stesso, fino a che non è ancora andato perduto!"
Sinceramente preferisco le atmosfere più cupe di Dosto, quando c’è il dramma esistenziale vero ricco di spunti di riflessione e intere frasi da sottolineare. Questo libro l’ho trovato molto ironico e sicuramente divertente anche se in realtà c’è poco da ridere quando Aleksej Ivanovich dilapida ogni rublo, corona o luigi che ha in tasca, non si è capito se per conquistare Palina o per semplice ludopatia. Però; il personaggio della Nonna (uno dei più riusciti di Dosto a mio parere) basta da solo a rendere questo libro un capolavoro.
Ci sono libri che sembrano impossibili da recensire senza scrivere un saggio di trentotto capitoli sul loro autore. Il giocatore è uno di questi. Come parlare in modo esaustivo di questo romanzo senza contestualizzarlo nel momento in cui Dostoevskij lo scrisse? Come evitare di analizzare questa storia e i suoi personaggi, senza paragonarla agli altri che popolano le opere di questo autore?
Quando un amico mi ha chiesto cosa ne pensassi di questo libro, ho scrollato le spalle e ho detto: “e che je voi dì, è Dosto”. E lo penso davvero, è così; come diamine lo recensisci Dostoevskij su una piattaforma come goodreads? È un problema che mi si ripropone per ogni “grande” autore, questa improvvisa penuria di locuzioni adatte, questo senso di ineffabilità ed imbarazzo, quando mi ritrovo il libro chiuso tra le mani ed è come se non sapessi da che parte prenderlo per cominciare a formulare un’opinione, un pensiero, un commento, un qualcosa. E non è che di pensieri non ne abbia, è solo che certi autori sembra si spieghino da soli e ogni ulteriore commento risulta ridondante: “è Dosto”. È Dostoevskij, te lo dico e hai già capito.
Quello che posso aggiungere è che se c’è una cosa su tutte che amo di questo autore, sono i suoi personaggi febbricitanti. Quel fremito di irrequietezza che passa quasi come una vibrazione tangibile attraverso le pagine, anima i personaggi di Dostoevskij in modo unico e caratteristico, e ne Il giocatore costituisce il fulcro della storia stessa, dalla prima all’ultima pagina: la frenesia malsana del gioco d’azzardo, che contagia il protagonista, Aleksej Ivànovic, e che si mescola e si fonde con un altro tipo di frenesia, quella amorosa, forse ben più diffusa e nota ma non meno travolgente -o dilaniante. Aleksej incarna appieno la febbre di Dostoevskij, e si porta attraverso il romanzo in un valzer continuo che oscilla tra le sue due ossessioni: il gioco e la donna, la roulette e Polina. E c’è una corrispondenza diretta tra questi due poli, perchè nella sua essenza più profonda anche l’amore per Polina si configura come un gioco, una sfida, la cui posta è sempre più alta, sempre più difficile da raggiungere; e così i due, il gioco d’azzardo e il gioco amoroso, finiscono per alimentarsi l’un l’altro, rafforzandosi e stringendosi in un abbraccio serrato che diventerà per Aleksej una trappola letale.
La maniera in cui il protagonista sceglie, pensa e agisce, le dinamiche tra i personaggi e i dialoghi: tutto è permeato da quello stato febbrile, che scomoda anche il lettore dalla sua posizione esterna e estranea, obbligandolo a partecipare a quel valzer di giochi e così ad assumere la prospettiva e la mentalità di un vero giocatore.
Il modo in cui l'autore conduce questa "radiografia" del gioco d'azzardo non è un'analisi schietta e pragmatica del gioco o dei meccanismi che vincolano ad esso il giocatore, ma piuttosto un calco emotivo di quel senso di nausea, eccitazione e vertigine che, forse, costituiscono il fulcro della dipendenza da gioco d'azzardo.
(Alla fine dei conti che gli vogliamo dire, è Dostoevskij).
Bello e spassoso. La ricca nonnina “decrepita”, mezza paralitica e di cui tutti aspettano con ansia la dipartita, sbaraglia ogni previsione ed è una vera forza della natura! Coriacea, indomabile e fiera, attraversa la Russia e piomba sulla “civile” Europa per rimetterli tutti in riga, uno dopo l’altro. È lei a rappresentare la genuinità dell’animo russo. Ed è proprio il suo, l’animo puro che viene corrotto dallo scintillio della roulette…
Figure passionali, irascibili e tormentate, trascinate dal vorticare della fortuna in una danza dai passi rouge e noir.
“Ecco dunque come stanno le cose: allora io preferisco attaccar briga alla russa o far fortuna alla roulette”.
Fatto insolito: le pagine dalla 113 alla 144 della mia copia del libro sono del tutto assenti e sostituite dalle pagine dalla 193 alla 224 di "Persuasione" di Jane Austen... Che sia un fortuito invito a leggere questo secondo romanzo? Ma, soprattutto, esisterà la copia gemella avente le pagine che mancano a me e della quale possiedo io le pagine mancanti? A chi apparterrà?
4.5 ⭐ Un romanzo incredibile scritto per necessità in neanche un mese dove Dostoevskij riesce a descrivere perfettamente cosa passa per la testa di un giocatore d'azzardo, quella frenesia mista ad ossessione che riesce a colpire chiunque: giovani uomini e donne anziane, ricchi russi e poveri polacchi, e nonostante la sala da gioco sia piena di persone che continuano a ripetere ad Aleksej Ivànovic di andare via prima che possa perdere tutto, non c'è modo di rimanere sani di fronte ad una roulette.
Lo lessi anni fa per un compito nel mio liceo. Mi piacque: lo trovai ancora adatto per un lettore moderno, anche se rimasi deluso dal fatto che la trama fosse poco incentrata sul gioco d'azzardo e più su altre vicende della vita del protagonista.
È una vera e propria dicotomia patologica quella che affligge Aleksej, il protagonista del romanzo, costringendolo ad assistere passivamente e impotente agli eventi, mentre gli si abbattono addosso con una forza repentina. Da una parte c'è la ludopatia, che piega e annichilisce chiunque, a prescindere dal ceto e dall’età; dall’altra, una sorta di amore/ossessione servile nei confronti della bella ed enigmatica Polina. Sullo sfondo di tutto questo, un quadro a tratti caotico, popolato da personaggi bizzarri e dinamiche assurde. È questa la sommaria descrizione de Il giocatore, mio primo approccio all'autore russo, che, sebbene mi abbia leggermente affascinato, non è riuscito a catturarmi del tutto. Vuoi perché è uno dei suoi lavori più marcatamente autobiografici, vuoi perché non ho empatizzato con i personaggi — che ritengo delle vere e proprie "macchiette" — posso affermare che il romanzo non mi ha trasmesso più di quanto riportato a grandi linee sopra, e cioè un’interessante disamina di due spiacevoli tratti del carattere dostoevskijano.
È la storia di un progressivo inaridimento morale, il percorso deplorevole di un giovane uomo che lentamente, ma inesorabilmente, perde interesse verso tutto ciò che lo circonda, in nome di un'unica passione: il gioco d'azzardo. Il protagonista si distingue però dalle alte creazione dell'autore perché non procede fatalmente verso un arricchimento spirituale o verso una rovina catartica che ne coroni l'esistenza.
Scritto in meno di un mese per rispettare un accordo editoriale mefistofelico, "Il giocatore" è uno dei migliori titoli per approcciarsi all'opera dostoevskijana perché in sole duecento pagine riesce a trasmettere lo stile dell'autore ed alcune delle sue tematiche più ricorrenti, oltre a fornire più di uno spunto anche a chi fosse incuriosito dal lato autobiografico della storia. Il romanzo è stato infatti molto influenzato dalle vicende personali di Dostoevskij, sia per quanto riguarda la fascinazione verso il gioco d'azzardo che la relazione travagliata tra il protagonista e l'amata Polina, trasposizione su carta di Apollinarija Prokof’evna Suslova con cui l’autore viaggiò per l'Europa in uno dei periodi in cui era più acuto il suo problema di dipendenza dal gioco. La vicenda si ambienta nella città fittizia di Roulettenburg (o Rulettenburg, come viene chiamata in questa edizione), una località tedesca famosa per il suo casinò e vero e proprio crocevia nel quale si mescolano persone provenienti dai principali paesi europei, il che da allo scrittore l’occasione di illustrare le sue opinioni sulle diverse nazionalità; in questo luogo giunge il nostro protagonista, il precettore Aleksej Ivànovic, per riunirsi alla famiglia del generale Sagorjanski presso la quale lavora e della quale sapremo qualcosa di più andando avanti con la lettura dal momento che la storia inizia quasi in medias res. Nonostante la brevità, il volume presenta tre parti che si focalizzano su altrettanti eventi: all'inizio l'attenzione è posta principalmente sulla relazione tra il protagonista e Polina -che lo spingerà anche ad iniziare a giocare-, e vediamo i due spesso stuzzicarsi o arrivare a dei veri momenti di conflitto; nella seconda parte viene introdotto il personaggio di Antonida Vasil'evna che, incurante delle preghiere dei familiari, sperpera enormi somme al casinò mentre blasta senza pietà il generale; verso il finale Aleksej, nella speranza di risolvere i problemi economici della famiglia di Polina, inizia a giocare in modo impulsivo e rischioso alla roulette della quale si ritrova ben presto dipendente. Il romanzo si sofferma in vari passaggi sul problema della ludopatia, inizialmente da un punto di vista esterno e poi in modo diretto quando il protagonista da semplice spettatore inizia a scommettere in prima persona. Dostoevskij ci fornisce un'ottica unica su questo tema, e questo traspare chiaramente dalle parole e dalle metafore con cui riesce perfettamente a spiegare cosa porti le persone a giocare fino all'ultima moneta alla roulette: pur essendo consapevole delle conseguenze, la possibilità di vincere attira Aleksej come una sirena e l'adrenalina che prova nelle rare vittorie è una prospettiva troppo allettante per essere ignorata. Infatti, anche se il finale lascia uno spunto di speranza per lui, penso che il sottinteso sia quello di un futuro affatto roseo. Nel testo viene dato ampio spazio anche ai rapporti sentimentali, fornendo però una visione molto negativa dell’amore che ci viene descritto come una passione distruttiva (l’esempio più lampante proposto è quello di Aleksej Ivànovic e Polina Aleksandrovna) o un mero accordo basato sugli interessi economici e sociali delle parti, come per le relazioni astutamente intessute da M.lle Blanche. In definitiva, un titolo assolutamente consigliato la cui unica pecca forse è il poco tempo in cui vediamo Aleksej giocare effettivamente; visti il titolo e la premessa, mi aspettavo che fosse dato più spazio alla sua discesa verso la dipendenza, mentre in realtà sono diversi i personaggi che ricoprono il ruolo del "giocatore". Valuto in positivo anche l'edizione Rizzoli, sia per la traduzione sia per i contenuti aggiuntivi: l'introduzione risulta molto chiara e utile per capire la genesi del libro e il cosiddetto saggio finale fornisce un ulteriore punto di vista sui risvolti autobiografici.
Una genesi quanto mai bizzarra quella de Il Giocatore dettato da Dostoevskij alla stenografa (divenuta poi sua moglie) in soli ventisette giorni, un tour de force necessario per sfuggire a quel contratto capestro che lo avrebbe definitivamente rovinato, un sfida ai limiti del possibile che trova ironica similitudine proprio con la tematica fortemente autobiografica del racconto. Dostoevskij descrive l’ossessione per il gioco creando nel lettore un senso di oppressione tangibile, quando uno dei protagonisti affronta la roulette il tempo sembra fermarsi, la realtà perde consistenza e si entra in una dimensione quasi onirica, non è solo la sete di denaro a spingere il giocatore, è qualcosa di più subdolo, è una febbre che ti assale e ti entra dentro per non abbandonarti più. E’ la malata convinzione che una moneta ne può generare centinaia e poi migliaia, è l’arroganza dell’uomo che sfida il fato convinto di poterlo battere, è il beffardo vorticare di una pallina che infine annuncia il suo verdetto inappellabile, un verdetto spesso indecentemente favorevole, tanto da obbligare il giocatore a continuare la sfida, fino all’inevitabile disfatta. E' una filosofia di vita che per alcuni diventa condanna definitiva.
Una cittadina termale tedesca fa da scenario al decadimento fisico e morale di alcuni personaggi, la città immaginaria si chiama Roulettenburg e la sala da gioco è sempre molto frequentata, nobili o poveracci non fa differenza, chi ha denaro da mettere sul tavolo è sempre ben accetto. La prima parte del romanzo è di presentazione, tramite il protagonista Aleksej Ivànovic (alter ego dello scrittore) prendiamo confidenza con un contesto familiare in putrefazione, vediamo un generale spendaccione che aspetta la morte di una ricca zia per pagare i suoi debiti e sposare la giovane e chiacchierata Madame Blanche, nel mentre la misteriosa Polina irride i sentimenti di Aleksej che invece le dichiara il suo incondizionato amore, sullo sfondo la figura dell’inglese Astley e del losco francese Des Grieux. Quando circa a metà libro la situazione sembra stagnare Dostoevskij ribalta la storia e ci butta dentro la straordinaria figura della nonna (o meglio la zia “moribonda” del generale), il donnone si presenta in città come un uragano annichilendo i sogni di ricchezza del nipote, sono pagine strepitose dove assistiamo alla forza dirompente di questa matrona russa che prima domina i suoi sottoposti e poi finisce nel buco nero del gioco d’azzardo, ma è solo un anticipo di quello che verrà in seguito.
La seconda parte è più cupa e a tratti quasi disperata, si entra nelle dinamiche ossessive del gioco e tutti i personaggi gettano finalmente la maschera dell’ipocrisia e della menzogna, Dostoevskij non risparmia quasi nessuno, a cominciare dal protagonista Aleksej Ivànovic narratore e artefice della sua ossessione, padrone e schiavo delle sale da gioco. Il giocatore è un romanzo notevole, ritratto impietoso di un vizio ma anche studio profondo dell’umana natura, personaggi viscidi e ricattatori, donne vacue che dalla vita si aspettano solo ricchezze da sperperare, sognatori di amori impossibili ridotti in schiavitù e felici di esserlo. Una visione pessimistica che ancora oggi resta clamorosamente attuale.
“Ero in preda ad una sorta di febbre e sospinsi tutto il mucchio sul rosso, e all’improvviso ritornai in me! E solo una volta in tutta la serata, in tutto il gioco, fui preso da un gelido brivido di terrore e da un tremito di mani e piedi. Con terrore percepii e istantaneamente ebbi piena coscienza di cosa avrebbe significato per me perdere! Avevo puntato tutta la mia vita.”
Il romanzo del gioco, scritto da un giocatore incallito.
Da ogni pagina di questo volume trasuda la frenesia, il brivido, il parossismo di chi gioca regolarmente alla roulette. Stupende e molto vivide le descrizioni degli ambienti di gioco e il carosello di personaggi che anima la vicenda (impossibile non adorare la nonnina del generale).
Uno dei romanzi di Dostoevskij da cui è possibile avvicinarsi di più alla sua vita, alla sua mente e alla dipendenza dalla roulette che l’ha afflitto per anni, inducendolo a scrivere questo libro per sanare dei debiti di gioco. Forse non è uno dei suoi migliori ma se si vuole conoscere meglio l’autore è perfetto 🤍
Raccontare la parabola di un giocatore, il processo che lo porta a giocare l'ultimo fiorino (col quale doveva pagarsi il pranzo). Nell'intorno una famiglia russa, alla rovina, che passa la stagione sul Reno attorniata da stranieri e in attesa di un'eredità che forse non arriverà mai.
La vicenda di per sé non ha alcuna rilevanza. Il libro lascia un senso di vuoto e di inconclusione, senza alcuna morale o risoluzione, proprio per rendere a pieno ciò che lascia la dipendenza dal gioco.
La lussuria del gioco e l’ebbrezza quasi onirica che consegue. La dipendenza dal gioco e dall’amore quando non si è più giovani e aitanti; e poi fantastico il modo in cui Dostoevskij parla dei francesi, dei tedeschi e dei « polaccuzzi ». Sontuosa la nonna! Me lo son proprio goduto.
⭐️3/5⭐️ Una lettura piacevole anche se ogni tanto non riuscivo a star dietro alle varie dinamiche che giravano attorno al gioco d’azzardo, ma nel complesso è stata una bella lettura.
le parti in cui parla della dipendenza dal gioco d'azzardo sono veramente belle e si sente che sono scritte da una persona che ne sa, peccato che i drammi familiari annacquino tutto.
"E soltanto in quel momento, per tutta la serata e per tutta la durata del gioco, ho sentito un brivido di terrore corrermi per la schiena mentre mi prendeva un tremito alle mani e ai piedi. In un attimo mi sono reso conto con terrore cosa significava per me perdere: insieme a quell'oro puntavo tutta la mia vita!"
Un libro che ha superato le mie aspettative. È interessante entrare nella mente di un giocatore e notare come la dipendenza sia potente.Ho amato i personaggi:particolari,divertenti e ben caratterizzati. È una lettura abbastanza scorrevole e a tratti con suspense.Dá un buon insegnamento e ti fa riflettere su ciò che è davvero importante nella vita e che a causa delle dipendenze passa in secondo piano.
Interessante romanzo sulla dipendenza da gioco d'azzardo, ma anche sul rapporto Russia-paesi Europei. L'intreccio dei personaggi è a tratti stordente, è necessario ricordarne nomi e ruoli per non perdere il fil rouge.
«Che cosa sono adesso? Uno zéro. Che cosa potrei essere domani? Domani potrei risorgere dal mondo dei morti e ricominciare nuovamente a vivere! Potrei ritrovare l’essere umano che è in me, almeno finché non svanisce»
«È un fatto! Ecco quel che in certe occasioni può significare l’ultimo fiorino! E che cosa sarebbe successo, se quella volta mi fossi perso d’animo, se non avessi avuto il coraggio di decidermi?… Domani, domani finirà tutto!»
Non male. Ho trovato molto interessante l’indagine circa il tema della ludopatia e come questa sia capace di insinuarsi in chiunque (io stessa leggendo ho percepito il brivido del gioco); questa tuttavia è presente nel testo in quantità di gran lunga inferiore — come forse è giusto che sia — rispetto alla narrazione della vicenda, che ruota intorno agli intrecci che nascono tra i personaggi principali. Purtroppo ho trovato la storia in generale davvero poco intrigante; tutti i personaggi, tranne forse la Nonna e un po’ il protagonista, si confondono e hanno una personalità piatta.
Chiaro che il miglior Dostoevskij resta quello dei Demoni e dei Karamazov: questo è un breve romanzo ottocentesco sulla ludopatia e altre cose di quei tempi, scritto dal Nostro un po' in fretta, al fine di pagare debiti di gioco. Ottima e divertente la prima parte in cui la nonna (strepitosa) e l'alter ego di Fedor dilapidano patrimoni alla roulette. Barbosa, a mio avviso, la seconda parte, chiaramente incompiuta. Comunque, anche così, straccia il 99% dei romanzi del XXI secolo.
It's normal, when you finish a Feodor's book, you can touch with hands what fever is. This novel makes me feel uncomfortable. When Dostoevskij wrote this book he was in a tragic period of his life, he was isolated by death, gamble was his reason to stay alive apparently and he was overwhelmed by passions. This was reflected in the novel's protagonist Aleksej, excellent ingredients for a really good book.
“Che cosa sono io, adesso? Uno zèro. Che cosa posso essere domani? Domani posso resuscitare dai morti e ricominciare a vivere! Posso trovare l’uomo in me stesso, fino a che non è ancora andato perduto!”