Io amo Londra. Amo tutto ciò che parla di Londra, che è impregnato dei suoi odori e dei suoi sapori, che ne tesse le lodi in maniera incondizionata, che fa rivivere in me le mille facce e i mille imprevedibili risvolti di una città e dei suoi deliziosi abitanti.
Ergo, il mio cuore piange convulsamente nel realizzare che ho appena associato un giudizio terribilmente negativo (ovvero due, miserrime stelline) al nome di tale città.
Doris Lessing ed io non siamo decisamente partite con il piede giusto. Avevo deciso, in un periodo della mia vita tremendamente triste e affannoso, di ritrovare quel po' di giusto sollievo di cui avevo bisogno nelle pagine di un libro che parlasse di un mio grande amore, di una mia storica passione, di un libro che mi regalasse brio e felicità, che mi desse l'ultima spinta, quella indispensabile, per convincermi a gettarmi a capofitto tra la folla schiamazzante di Picadilly Circus, tra gli umidi ciuffi d'erba di Hyde Park, tra gli stands di Portobello Market.
E invece no. Le mie speranze sono andate a farsi benedire, tutte quante, ben disposte in file ordinate e rispettose, il capo chino, l'aria vagamente rassegnata, un groppo in gola e un mostro fatto di rabbia e indignazione che si agitava nel loro stomaco, pronto ad esplodere, ma mai davvero troppo carico per farlo.
Ho rimuginato più e più giorni su questo libello, su questa carrellata di racconti che con Londra avevano ben poco a che vedere, ho tentato di guardare la vicenda sotto altri punti di vista, senza mai riuscire, tuttavia, ad assumere un atteggiamento che non fosse così estremista, così terribilmente radicale.
Perché, è bene spiattellare subito la verità, così, nella sua essenza nuda e cruda, questi Racconti Londinesi non hanno assolutamente niente a che fare con la città alla quale vorrebbero ispirarsi, e né Londra ha nulla a che vedere con loro.
Qualche vaga allusione, qualche piatto riferimento alle bellezze della metropolitana e all'erba bagnata di Kenwood, non compensano affatto il senso di insoddisfazione che ho ricavato da dieci, lunghissimi giorni trascorsi in compagnia di questo libro (ehi, nel frattempo sono comunque riuscita a infilarci Jonathan Coe e Elisabetta I, mica male, no?).
Sono certa che gli obiettivi cui mirava Doris Lessing non avrebbero dovuto fruttare questa sensazione di delusione che, stando a recensioni intraviste qua e là per la rete, avrebbe fatto di molte altre persone vittime tristi e avvilite. Il che mi porta alla lampante conclusione che in questi Racconti ci sia davvero qualcosa di sbagliato, qualcosa che non ha funzionato come avrebbe dovuto, o che ha funzionato nel modo previsto e progettato da Doris Lessing, non soddisfacendo, tuttavia, le aspettative di un considerevole numero di lettori.
Ed è Londra ciò che manca. Avrei accettato (ma certamente non amato) una sua presenza puramente decorativa, come un elemento posto sul fondale di un palcoscenico, silenzioso, quasi inavvertibile, eppure presente. E invece ho detestato la sua assenza; mi sono intestardita, sono andata alla ricerca di una sua ombra, per poi ritrovarmi a stringere tra le mani un inconsistente cumulo d'aria, un nulla di fatto.
Avevo bisogno che Doris permeasse la mia stanza di quell'umido olezzo che aleggia perennemente nelle strade londinesi, che aprisse la finestra di Leicester Square e che vi ci si affacciasse briosa, invitandomi ad unirmi a lei, che percorresse le strade acciottolate di Covent Garden, si accoccolasse tra gli spettatori del solito gioco di prestigio e si facesse catturare dalla magia degli artisti di strada, che scivolasse all'interno di una capsula della London Eye e scalasse il grigiore dei cieli londinesi, che galleggiasse tra un ponte e l'altro del Tamigi, che indugiasse in prossimità del Traitor's Gate, fantasticando sulla leggendaria figura di Anna Bolena e su quella testa che, incorniciata da lunghi capelli corvini, più volte rotolò sul prato della Torre di Londra.
Queste e tante altre erano le tenere illusioni che nutrivano il mio cuore prima di immergermi nella lettura, queste erano le mie aspettative, queste erano le mie speranze che, ahimè, Doris ha voluto disilludere.
Ma, dopotutto, pittori, poeti e romanzieri di ogni tempo e di ogni dove hanno tentato di immortalare quel non so che di fascinoso e misterioso che avvolge Londra in una stretta quasi soffocante, alle volte nelle vibranti linee di un dipinto, altre nelle fluide parole della prosa... e, probabilmente, facendo fiasco il più delle volte.
Londra è troppo grande per noi, per la nostra mente, e il nostro piccolo mondo non riuscirà mai ad afferrare e ad accogliere tutta la sua incredibile vastità.