Il 17 ottobre di quest'anno, GianPaolo Pansa era a Reggio Emilia per presentare il suo ultimo libro La grande bugia - Le sinistre italiane e il sangue dei vinti. Le sue parole sono state interrotte dall'ingresso di un giovane, che ha scaraventato una copia del libro sul tavolo ed ha esclamato: "Lei ha scritto un libro infame per fare soldi sulle spalle della Resistenza!". La sala è stata poi occupata da altri appartenenti ai centri sociali, che hanno cantato "Bella ciao", gridato "Pansa prezzolato con l’infamia c’hai speculato. Viva i fratelli Cervi! Viva Giorgio Bocca!" e srotolato striscioni contro il cosiddetto "revisionismo storico". Insomma, una scena pietosa, di quelle che ti fanno correre a guardare il calendario per verificare la data: eppure sì, siamo proprio nel 2006 e la libertà di esprimere le proprie opinioni dovrebbe ormai essere un fatto assodato. Ma, a quanto pare, no.
Non ho letto quest'ultimo libro di Pansa, come, a mio avviso, non l'hanno letto neppure quella ventina di esaltati che hanno aggredito lo scrittore. Però ho letto Il sangue dei vinti, pubblicato l'anno precedente. Presumibilmente, gli esaltati in questione non hanno letto neanche quello.
Il tema trattato è lo stesso, ovvero le molte verità opportunamente taciute o addirittura negate perché non avrebbero giovato all'immagine di purezza ed irreprensibilità della sinistra, perché avrebbero fatto il gioco del "nemico". Verità ora riportate a galla non da un esponente della destra, bensì da un giornalista che a quella stessa area politica appartiene. E che, automaticamente, proprio per questo, è diventato un "traditore". Che bel parolone, eh? "Traditore". Riempie per benino la bocca. Forse per compensare il vuoto del cervello di chi lo pronuncia. Perché, proprio come dice Pansa nell'introduzione, "raccontare la verità, per spiacevole che possa risultare a un'area politica che è anche la mia, è una testimonianza di forza morale, di fiducia nei propri valori".
Sono assolutamente d'accordo con lo scrittore, benché non condivida la sua ideologia. Il procedere della storia dell'uomo non è una linea retta, che progredisce sicura verso l'alto, bensì una ben più misera linea spezzata, che cambia spesso direzione e, con frequenza allarmante, torna anche indietro. E negarlo provoca danni assai maggiori che non ammetterlo. Dunque ben venga l'opera di chiunque cerchi di ristabilire oggettività e razionalità a questo nostro arrancare in cerca del modo migliore per vivere. Creare miti non giova a nessuno, anzi, al contrario, ci rende tutti più poveri.
Vale dunque la pena di leggere questo saggio di Pansa, anche se la sua lettura non è agevolissima, nel senso che, a mio modesto avviso, tende ad annoiare un po', poiché si riduce, talvolta, ad un mero elenco di nomi, date e situazioni. E' un po' il limite di questo tipo di scritti, in cui la materia trattata prende decisamente il sopravvento sul modo in cui viene narrata. Non è nelle corde di tutti riuscire ad occuparsi di problematiche impegnative riuscendo ad essere, al contempo, brillanti nel registro espressivo. Tuttavia risulta, nel suo insieme, assai interessante.