La vita normale di Yasmina Reza è un romanzo che intreccia vicende personali dell’autrice a episodi di cronaca giudiziaria.
Anni fa comprai Felici i felici ma devo ammettere di non averlo mai cominciato. Non è mai arrivato il momento giusto, l’altro giorno in libreria è arrivato proprio quest’ultimo romanzo e a scatola chiusa l’ho cominciato. Non ho capito subito che tipo di romanzo fosse e anche ora che l’ho finito non so se appunto possiamo parlare di romanzo.
La vita normale è formato da capitoli brevissimi, sono scorci sulle vite degli altri, come lampi entriamo e come lampi usciamo.
Non credo che La vita normale sia il titolo perfetto per conoscere Reza perché nonostante abbia apprezzato diversi capitoli, sono rimasta insoddisfatta. La vita normale non mi ha fatto capire che tipo di scrittrice sia.
La vita normale è un insieme di ritratti: ci sono i ricordi dell’autrice, le cartoline di Venezia, gli incontri con Roberto Calasso e ancora i casi giudiziari che ha seguito per quindici anni. Cause tra moglie e marito, crimini… da che cosa sono tenute insieme tutte queste vicende? Dalla definizione di vita normale probabilmente.
Quando sono a Venezia, fotografo vecchi di spalle. Vecchie coppie, intendo dire.
Tutta gente che altrove non mi è mai capitato di vedere. In nessun altro posto al mondo ho visto pariglie come queste: lente, silenziose, infagottate. I loro passi si accordano con lo sciabordio, con il rumore delle imbarcazioni che si urtano. Hanno sempre vissuto qui, ne sono certa. Si inoltrano da soli in calli vuote, a testa bassa, attaccati l’uno all’altro, pratici dei muri, dei gradini, sanno dove svoltare e sparire in un’ombra.
Alle pagine malinconiche si alternano quelle della brutale cronaca:
L’ultima giornata della vita di Jacqueline Imbert è decisamente piacevole. Le due nipoti la accompagnano al cint-tero a mettere fiori su alcune tombe di famiglia, fra cui quella del marito Émile (detto Milou), poi la portano a pranzo in un buon ristorante e a passeggiare a Théoule-sur-Mer.
Tornata a Le Cannet, Jacqueline è felice e pienamente in forma. Ha novantadue anni, va subito a letto.
La mattina dopo un ex vicino, un quarantenne che da quando è vedova è diventato il suo angelo custode e per lei è « come un figlioccio», viene a sincerarsi che sia tutto a posto. Dirà che lei non rispondeva al telefono. Ha le chiavi. Alle otto chiama la guardia medica perché ha trovato Jacqueline febbricitante e quasi in coma. Mentre parla con l’operatore mormora una serie di « sono qui, sono qui » consolatori.
Il medico che arriva la fa ricoverare. Jacqueline morrà due giorni dopo senza aver ripreso conoscenza.
Reza non giudica mai, dà pochissime pennellate quelle che bastano per tratteggiare i volti e i caratteri delle persone coinvolte, e fa così sospendere il giudizio anche a noi.
Mi è piaciuto l’uso sapiente della lingua che mescola malinconia, ironia e realtà. Ma non sono riuscita, alla fine della lettura, ad essere pienamente soddisfatta. I capitoli per i miei gusti sono troppo brevi e forse, ho fatto il pieno di “storie vere”.
La vita normale è…
Malinconia. Una malinconia che si avverte nei ritratti, quel bisogno di scavare al di là delle informazioni dei faldoni che compongono i casi dei tribunali, malinconia nel descrivere gli amici che non ci sono più… Sono diversi in realtà i passaggi che ho apprezzato ma la brevità ha fatto si che non riuscissi ad abbandonarmi.
Ho preferito non raccontarvi quasi nulla proprio perché sento che forse non era il momento adatto. Avevo la testa altrove e questo sicuramente non mi ha aiutato. Forse è arrivato davvero il momento di aprire Felici i felici, chissà!