Ho avuto molti dubbi nell’assegnare un voto a questo libro. A una prima parte molto interessante, che offre una prospettiva originale e ben argomentata sull’evoluzione in generale e umana in particolare, segue una seconda parte in cui Gee si avventura in una sorta di valutazione del grado di evoluzione della specie umana attuale, per concludere che non vi è in essa nulla di più rilevante rispetto a qualunque altra specie animale.
I primi cinque capitoli valgono senz’altro la lettura: ci mostrano quale sia lo stato attuale effettivo delle conoscenze scientifiche sull’evoluzione, come siano arbitrari molti tentativi di fissare linee cronologiche e di successione tra specie, data la lacunosità della documentazione fossile, e come in particolare la specie Homo Sapiens non possa essere considerata un punto culminate univoco dell’evoluzione umana.
Nel sesto capitolo Gee si rivolge direttamente ai creazionisti, che hanno utilizzato le sue idee, tratte da libri e articoli precedenti, estrapolandole dal loro contesto, per tentare di screditare la teoria darwiniana in generale, e non solo la sua interpretazione più diffusa, oggetto dell’analisi critica di Gee. Da qui in avanti, sembra che i fumi della rabbia annebbino il proseguire dell’argomentazione di Gee. Spinto, credo, dall’impulso di non offrire alcun possibile appiglio alle teorie dell’origine divina o comunque non esclusivamente fisica dell’uomo, anziché limitarsi a considerarlo come un prodotto un po’ particolare dell’evoluzione, Gee si affanna a dimostrare che nessun attributo umano - il linguaggio, la capacità di pianificazione, l’autocoscienza - ha alcunché di speciale o di diverso da quel che possiamo osservare in altri animali. Giunge così a utilizzare argomenti che sembrano scadere da un lato nelle fumosità del new age e della pseudo-scienza, dall’altro semplicemente nella superficialità. Alcuni esempi:
P.193: “Ho il sospetto che la distinzione tra umanità e resto della creazione sia un fenomeno relativamente recente [...] nel folklore e nelle favole gli animali possono conversare tra loro e anche con gli umani” (solida argomentazione scientifica!).
P.225: “anche le scimmie, gli scimpanzé in particolare, dispongono di rudimentali tecnologie, come usare pietre per aprire le noci […] perché la tecnologia creata dagli esseri umani, così bella e così utile, dovrebbe necessariamente comportare un produttore più intelligente e determinato di, mettiamo, un corvo o un uccello tessitore?” (in effetti, tra una centrale nucleare e un rudimentale schiaccianoci non ci sono poi tutte queste differenze).
A p. 227 Gee, appoggiandosi alle teorie sulla coscienza di Dennet, ne deriva che “se una cosa come il teatro cartesiano non esiste, allora non ci può essere neppure una profondità di pianificazione” (evidentemente Eisenhower pianificò lo sbarco in Normandia usando semplici capacità innate o apprese per imitazione).
P. 261-262: “E’ possibile che i canti delle allodole abbiano, per le allodole che ascoltano, un carico di significato molto superiore a quello che noi potremmo mai riuscire a comprendere […] se sta cantando di sesso e amore, si potrebbe dire la stessa cosa della maggior parte della musica popolare dell’umanità. Se i canti delle allodole non hanno un significato intrinseco, nel senso di parole, grammatica o sintassi, lo stesso si può dire di molta musica strumentale” (in quest’ottica, che operazione avrebbe compiuto Schönberg quando decise di inventare un modo di scrivere musica diverso dal sistema tonale?).
P. 268: “Non è forse la scrittura […] la chiave che ha aperto agli esseri umani il dominio della Terra? Forse. Se si eccettua il fatto che molti animali hanno forme extracorporee di comunicazione […] viene fatto di pensare ai sentieri tracciati dalle formiche con i feromoni e dai topi di campagna con la loro urina” (pensavate che la Divina Commedia fosse la summa di secoli di pensiero umano, cesellata in una forma squisita? Errore di prospettiva, fu la semplice espressione extracorporea di un fiorentino incontinente.)
Giudizio finale, comunque, tre: cinque per la prima parte e uno per la seconda.