Siamo a Trieste, la guerra è appena finita. Un uomo beve un caffè al bancone del bar. Qualcuno lo chiama, lui si gira ma sente già la canna di una pistola puntata contro la schiena. Tutti lo conoscono come «Bambino»: è stato la camicia nera piú spietata della città. «Ho ucciso e fatto uccidere. Ho sempre cercato di stare dalla parte del piú forte e mi sono sempre ritrovato dalla parte sbagliata».
Una storia veloce quanto un proiettile che attraversa guerre, confini, tradimenti. Come in Resto qui, Marco Balzano torna al grande romanzo storico e civile. E lo fa con il suo personaggio piú duro, impossibile da dimenticare.
Mattia nasce a Trieste nel 1900. La sua infanzia irrequieta, forse, è già un un fratello che parte per l'America, un amico che presto lo abbandona. Quando scopre che la donna che lo ha cresciuto non è la sua vera madre, dentro di lui qualcosa si spezza e nel petto divampa un fuoco freddo che non saprà mai domare. L'ingresso tra le file degli squadristi è una conseguenza quasi naturale. Nonostante il soprannome che gli hanno affibbiato per il suo viso da fanciullo, «Bambino», Mattia ostenta una ferocia da boia. Ma prima ancora dell'ideologia, prima della violenza e della brutalità antislava, il motivo per cui indossa la camicia nera e batte palmo a palmo le terre contese è la speranza di ritrovare quella madre senza nome né volto. La ricerca di una donna che non ha mai conosciuto diventa il senso di tutto. Suo padre, un vecchio orologiaio sicuro che le persone si possano riparare come gli ingranaggi, è l'unico a conoscere la verità ma la tiene sigillata in un silenzio blindato quanto una cassaforte. Nella frontiera d'Italia piú dilaniata, la vita di Bambino scivola su un piano ogni giorno una nuova spedizione, un nuovo assalto, una nuova rapina. E poi, tutto d'un fiato, lo scoppio della guerra, i nazisti in città, l'occupazione jugoslava di Trieste, le foibe. Un'esistenza vissuta da cane sciolto, scandita da un implacabile conto alla rovescia. Un romanzo palpitante in cui il giudizio - anche di fronte alle azioni piú estreme - è sempre fuori scena. Con una scrittura trascinante e tagliente, Marco Balzano torna a indagare il rapporto tra individuo e collettività, tra le scelte personali e i grandi rivolgimenti della Storia. «La vita è aggredire o difendere, distruggere o prendersi cura».
Un fascista della prima ora, ma soprattutto un opportunista, svelto a cogliere la convenienza personale da ogni congiuntura storica e a schivare la fatica, indifferente al dolore altrui, prevaricatore e vile, delatore al servizio del potente di turno. Ecco Mattia Gregori, detto Bambino, non solo per la sua bella faccia glabra ma anche per un motivo più intimo e nascosto nelle sabbie mobili dell’inconscio: il ragazzo non ha mai conosciuto la sua vera madre e l’ossessione di trovarla segnerà la sua vita, non lo farà crescere mai. Protagonista odioso a cui tuttavia in qualche modo ci si affeziona, come a tutti i personaggi di cui conosciamo le ferite.
Il contesto storico: la nascita del fascismo, la guerra e la sua fine ci è noto ed è ampiamente raccontato da molti romanzi contemporanei. Più interessante appare la collocazione geografica: Trieste, portatrice di tutti i drammi delle zone di confine. Troviamo quindi il conflitto tra sloveni e italiani, tra fascisti e titini, troviamo la violenza di tutti e di ciascuno, l’orrore delle foibe, la sopraffazione e la vendetta. L’unico amore che rischiara un po’ queste tenebre è quello concreto e tenace di Nanni, il padre orologiaio che continua ad accogliere, ammonire e proteggere lo scapestrato Mattia che inevitabilmente e nonostante tutto andrà incontro al suo cupo destino.
“Finita la guerra l’Austria-Ungheria non esisteva piu, chi l’avrebbe mai detto. Trieste è diventata italiana e il Carso, ridotto a una trincea, formicolava di recuperanti che a sera scendevano dall’altopiano coi sacchi di iuta carichi di metallo.”
Marco Balzano ambienta il suo nuovo romanzo a Trieste, città di confine, testimone muta di tanta violenza.
Dichiara Marco Balzano in un’intervista “Da anni avevo in mente di scrivere una storia sul confine orientale, perché nessun territorio come Trieste ha visto avvicendarsi con brutale violenza, e senza soluzione di continuità, fascismo, nazismo e – sebbene per poche settimane – regime comunista. Volevo che il protagonista fosse un uomo nato ai primi del secolo, cosicché attraversasse ogni periodo, caricandosi sulle spalle tutte le vicende di questa Storia da sempre incandescente. E volevo che finisse per affacciarsi su un abisso, non solo figurato, perché, forse, è a un passo dalla morte che si pronunciano le parole più importanti e che tornano davanti agli occhi le immagini più nitide. Omero, del resto, dei dieci anni della guerra di Troia, non ci racconta che gli ultimi giorni, quando le scelte sono fatali, le confessioni testamentarie.”
La prosa di Balzano è quella coinvolgente di “Resto qui”.
“Piego all’insù il collo fracassato per ricevere il chiarore lattiginoso della luna come fosse il perdono che non ho chiesto. La testa si accascia sulla spalla. Di fianco vedo il suo viso. I denti bianchi che sorridono, i capelli velati dalla luce d’argento che impolvera il cielo. Mi avvicino piu che posso. Riesco a toccarla. Poi, senza paura, chiudo gli occhi.”
Dichiara ancora Balzano “Da un punto di vista narrativo tutto ciò si incarna nell’atteggiamento prevaricante di Mattia Gregori, detto Bambino, uno squadrista della prima ora, che si nasconde nel branco per aggredire e scansare le fatiche del lavoro e della guerra, imboccando deliberatamente la scorciatoia della violenza. L’atteggiamento del branco si ritrova con facilità in tutto il fascismo del Ventennio – ma anche in quello di oggi che veste altre divise, maneggia altri strumenti, sventola altri slogan – ma si è consumato con una brutalità senza pari nel cosiddetto “fascismo di confine”. La protagonista di Resto qui, altoatesina, ne è una vittima; sul confine giuliano ho incontrato un carnefice: lo scavo umano, però, resta lo stesso.”
Pirmas sakinys: Mano vaikystė buvo nuobodi ir begalinė.
"Vaikas" – tai pasakojimas apie meilę Triestui ir motinos meilės trūkumą ("Vos išgirdęs minint Telą, imdavau vaizduotis savo gyvenimą kitokį. Be fašistų ir be smurto. Be įsišaknijusio į kraują karštligiško noro rasti motiną – turėčiau motiną ir man nekiltų jokių abejonių. Jeigu ji tebebūtų gyva, tikrai nebūčiau išsiskyręs su Ernestu. O Ksenija mane tebemylėtų ir minkytų man duonos njokius. Bet Tela iškeliavo, antrą sykį tapau našlaičiu. Būdavo dienų, kai jos mirtis man atrodydavo tarytum įžeidimas norint iš manęs pasišaipyti.", 65 p.)
Romaną skaityti įdomiau, jeigu prieš tai pavikipedinama apie XX a. pirmos pusės Triestą (verta) ir Italijos fašizmą (nebūtina).
Romanas apie tai, kaip nebeturint ką mylėti ir saugoti, pradedama pulti ir naikinti ("gyventi reiškia pulti arba gintis, naikinti arba rūpintis" (88 p.) – itališkos šeimos, kurioje labai svarbus motinos ir sūnaus ryšys, esmė?).
Romano leitmotyvas – "norint nudėti Matiją Gregorį reikia pasistengti". Bet vis tiek, anksčiau ar vėliau, kažkam pasiseka ().
Romano stilius – taupus, nugludintas. Paprastai mano mėgstamas (ypač kalbant apie italų autorius), tačiau šįkart skaitant vietomis buvo sprangoka. Bet knyga trumpa (kišeninis formatas, 220 p.), siužetas intensyvus – nagrinėti ir gilintis kas ir kodėl nebuvo noro.
Didesnį įspūdį darė ta linija, kurioje autorius XX a. pirmos pusės Italijos istoriją pristato per pasakojimą apie miestą (5✰) nei pagrindinį veikėją (3.5✰).
Bambino by Marco Balzano is set in Trieste in the 1920s and follows the life of Mattia, a young man whose childlike appearance earns him the nickname “Bambino.” When he discovers that the woman he calls his mother is not his biological parent, his world begins to unravel. His search for his real mother triggers a deep identity crisis and sets him on a dark and troubling path.
I found the novel both fascinating and gripping, yet at the same time deeply unsettling and profoundly moving. Balzano tells the story of an antihero who is difficult to like but impossible to ignore. Mattia is an opportunist who always tries to side with the stronger party, a trait that gradually draws him into the rising tide of fascism. Over time, Bambino transforms into an angry and brutal enforcer, capable of violence without mercy. Watching this transformation is disturbing, because it feels both shocking and tragically believable.
Beyond Mattia’s personal story, the novel paints a broader and chilling portrait of the political climate of the time. Fascism, National Socialism, and Tito’s partisans all shape the world around him, and Balzano shows how these dictatorships dominate everyday life and warp people’s morals. The historical backdrop is not just scenery but an oppressive force that influences every decision and relationship.
Particularly compelling is Mattia’s relationship with his father, a committed anti-fascist. Their bond is tense, complex, and painfully fractured by Mattia’s actions and political choices. This conflict adds an emotional depth to the novel, showing how ideology can tear families apart and how love can survive even in the face of betrayal and violence.
Overall, Bambino is a powerful and haunting book that stays with you long after you finish it. It combines personal tragedy with historical reality in a way that is both thought-provoking and emotionally intense, making it a deeply affecting reading experience.
Thank you to NetGalley and the publisher for the advanced review copy (German). This review reflects my honest opinions.
Dopo "Resto qui" Marco Balzano torna con un altro romanzo storico. Protagonista di questa vicenda è Mattia Gregori, squadrista fascista che milita a Trieste. La sua vicenda ha al centro la militanza violenta ma anche la ricerca disperata della sua madre biologica, della quale non conosce l’identità. Un racconto crudo, che cinge le due Guerre e gli eventi che hanno segnato i territori del confine italiano orientale (dalle foibe al campo di deportazione della Risiera di San Sabba, passando per il susseguirsi di oppressioni diverse). La scrittura è molto descrittiva ed evocativa allo stesso tempo. Il personaggio è complesso nella sua efferatezza, così com’è complessa l’alternanza e l’opposizione di oppressori e oppressi. Dalla narrazione emergono gli orrori della guerra, che non risparmiano nessuno (né chi uccide, né chi è vittima). Unica pecca, avrei voluto sapere di più sul finale…
"Mi assomigliava ancora Trieste. Si era adattata a tutto pur di sopravvivere"
"Ho sempre cercato di stare dalla parte del più forte e mi sono sempre ritrovato dalla parte sbagliata"
"Forse, ho pensato, si può amare solo chi continua ad aspettarci come se non fossimo andati via, come se nel frattempo il mondo non fosse diventato macerie"
La storia è ambientata nel periodo dell'ascesa del fascismo fino all'entrata nella seconda guerra mondiale. Cruda, spietata, feroce. Ma nonostante questo, nella lettura avvertivo un non so che di melanconico e struggente, forse dovuto non a Mattia, il protagonista, ma al padre di lui, Nanni, che ha la dolcezza e il calore del sole sulla tempesta.
“Non ci eravamo mai voluti cosí bene. Non ci eravamo mai mancati cosí tanto. Forse, ho pensato, si può amare solo chi continua ad aspettarci come se non fossimo andati via, come se nel frattempo il mondo non fosse diventato macerie.”
Libro che mi ha lasciato un po' tiepida, forse la prima vera delusione di quest'anno 🫤 Marco Balzano mi era piaciuto molto in "Quando Tornerò" ed ero curiosa di questo, prima di leggere "Resto Qui". La storia è ambientata a Trieste post Prima Guerra Mondiale e ruota attorno a Mattia Gregori, un ragazzino pieno di rabbia e desiderio di fare del male. Questo lo avvicina ai fascisti e diventa una delle più violente camicie nere. Sullo sfondo c'è la Storia, quella delle tensioni del confine orientale, della Seconda Guerra Mondiale, delle foibe... La parte più concentrata sulle vicende storiche mi è piaciuta, la parte più personale poco (c'è tutta una trama di Mattia che cerca la madre che a mio parere non porta a nulla). Non ho empatizzato con il protagonista (forse per fortuna?) e questo un po' ha reso la lettura non tanto coinvolgente. Per il resto la scrittura è bella e il ritmo estremamente incalzante, volendo potete leggervelo in un giorno solo. Ma non è un libro che ricorderò 🤷🏻♀️ mi spiace.
Knyga apie Triestą ir Vaiką, "stojusį į klaidingą istorijos pusę".
Knyga, skatinusi svarstyti ir galvoti - ape Triestą ir Vaiką. Apie susiklosčiusias aplinkybes, blogį, žmonių motyvus ir veiksmus.
Miestas (Triestas) čia labai svarbus ir knyga sudomina, skatina juo pasidomėti: sudėtinga istorija, karai, besikeičiančios santvarkos bei daugiakultūriškumas, kuris konfliktų metu gali tapti susipriešinimo priežastimi.
Vaiko ir jo tėvo portretai buvo paveikiausi. Pirmasis - žiaurus ir nejaučiantis empatijos, kuriam fašizmas suteikė galimybę išlieti įniršį, užkamšyti tuštumą ir pajusti galią. Autorius paveikiai šaltu ir abejingu tonu atskleidžia blogį - kylantį ne tiek iš klaidingų įsitikinimų, o pragmatiškesnį - kylantį iš aplinkybių ir gavus progą. Antrasis - antifašistas, bet niekad neapleidžiantis savo sūnaus (šilčiausias knygos personažas). Abu ir įtikino, ir paliko klausimų, kodėl. Kodėl tėvas iki pat pabaigos neatskleidė Vaikui, kas jo motina. Kodėl Vaiko jaučiama nemeilė ir tuštuma buvo tokia didžiulė, kai šalia jo visada buvo jį tyliai mylintis tėvas?
Užbaigus knygą, man buvo gaila. Triesto, tėvo, Vaiko.
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La storia di Mattia, fascista triestino della prima ora, poi soldato e delatore, ma soprattutto figlio di un orologiaio e di una madre mai conosciuta. Personalmente mi é interessata molto di piú la Storia degli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale a Trieste, tra sloveni, partigiani e foibe piuttosto che le ragioni che spingono un "uomo" a fare quello che ha deciso di fare il personaggio di questo romanzo.
3,5 stelle. Forse non al livello di ‘Resto qui’ ma comunque molto affine, Bambino è una vicenda a sfondo storico ambientata a Trieste tra il 1920 circa e i primi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Ho impiegato parecchio tempo a concluderne la lettura e non perché non fosse avvincente o scritta bene, ma perché è stato estremamente doloroso arrivare alla fine. Si cerca sempre una via di fuga, un modo per sopravvivere, e questo romanzo ne è l’esempio perfetto; tuttavia una cosa sono i romanzi, un’altra è la vita, o la Storia. Questo è il racconto - o forse farei meglio a scrivere la tragedia privata - di una vita intaccata, corrotta e infine distrutta dal fascismo e dalla guerra. Un romanzo che per quanto faticoso o doloroso sia fa sempre bene leggere per tenere a mente il passato.
Romanzo folgorante. Una stagione di odio, sangue e violenza descritta in modo asettico da un protagonista perfettamente caratterizzato dall'autore, che riesce a rendere chiara la tempesta emotiva che gli squassa l'animo. Lessico e periodare magistralmente adattati al momento narrativo. Una grande narrazione, degna della miglior letteratura del Ventesimo secolo.
Tai tikras „bambino“ paradoksas – jis atstumiantis, nepatogus, net žiaurus, bet tuo pačiu labai tikras. Ne tas literatūrinis „mielas vaikas“, o toks, kokių gyvenime būna: egoistiškas, pasimetęs, dar be jokio moralinio stuburo.
Knygos glaustumas net skaudina – nėra kur pasislėpti nei skaitytojui, nei veikėjui. Autorius atvirai išryškina žmogaus gyvenimo juostelę, be pagražinimų ir be atokvėpio.
Kartais literatūra laimi ne tada, kai mylime veikėją, o tada, kai jo neįmanoma pamiršti. ---------------------------------------------------- This is a real paradox of the "bambino" - he is repulsive, uncomfortable, even cruel, but at the same time very real. Not the literary "cute child", but the kind that exists in life: selfish, lost, and without any moral backbone.
The conciseness of the book is even painful - there is nowhere to hide for either the reader or the character. The author openly highlights the strip of human life, without embellishment and without respite.
Sometimes literature wins not when we love the character, but when it is impossible to forget him. ___________________________________ Questo è un vero paradosso del "bambino": è ripugnante, scomodo, persino crudele, ma allo stesso tempo molto reale. Non il "bambino carino" letterario, ma quello che esiste nella vita reale: egoista, smarrito e privo di qualsiasi spina dorsale morale.
La concisione del libro è persino dolorosa: non c'è alcun posto dove nascondersi né per il lettore né per il personaggio. L'autore mette apertamente in luce la fragilità della vita umana, senza abbellimenti e senza tregua.
A volte la letteratura vince non quando amiamo il personaggio, ma quando è impossibile dimenticarlo
Ciò che mi ha colpito di più di questo romanzo è la capacità di Balzano di racchiudere in poco più di 200 pagine una storia ricca, corposa, densa di avvenimenti ed emozioni.
Mattia Gregori, il protagonista, è un personaggio unico e così ben caratterizzato che difficilmente si può dimenticare. Sebbene il nomignolo che gli viene attribuito, quello di “Bambino”, denoti innocenza e ingenuità, Mattia, nel corso della sua vita, dimostrerà di essere tutt’altro che innocente. Infatti, sin da ragazzo diventerà uno dei più temuti squadristi di Trieste. Il romanzo attraversa molti anni cruciali della nostra Storia: dalla nascita del fascismo allo scoppio della guerra, all’occupazione nazista prima e quella jugoslava dopo, fino alla tragicità delle foibe. Nel corso delle vicende la vita di Mattia subisce determinanti cambiamenti che lo condurranno alla ricerca di importanti verità. Per questo motivo, il carattere meschino, cinico e opportunista del protagonista viene in un certo senso “giustificato” dal lettore e lenito dall’indulgenza e dall’umanità del padre. Quest’ultimo è un umile orologiaio che non si risparmia nel provare avversione e disgusto nei confronti delle agghiaccianti azioni e scelte del figlio. Al tempo stesso, però, come solo un padre può fare, non lo rinnegherà mai e farà di tutto per aiutarlo. Il padre, quindi, è un personaggio di grande rilievo e di sostanza e rivestirà un ruolo significativo nella vita del protagonista.
In sintesi, “Bambino” è uno di quei rari romanzi che indubbiamente meritano la rilettura. Bellissimo.
Mattia Gregori è un ragazzo nato a Trieste nel 1900, la sua infanzia è al quanto difficile, un solo amico, poca voglia di studiare e tante ragazzate. Verso i vent’anni perde anche il suo unico amico, in più un lutto familiare e un segreto sconvolgente cambieranno Mattia profondamente al proprio interno, questo sconvolgimento lo porterà ad entrare nelle camice nere. Come fascista parteciperà a molte spedizioni contro gli slavi, con una crudeltà sempre maggiore. Allo scoppio della guerra, parte per combattere sul fronte greco, ma gli orrori e le privazioni metteranno a dura prova la sua ammirazione per Mussolini. Di ritorno dalla guerra Mattia cerca di allontanarsi dai fascisti e dalla vita precedente ma con un enorme difficoltà visto che conosce solo la violenza. Dopo l’otto settembre finisce perfino a collaborare con i Tedeschi. Quando la guerra finisce suo padre, che nonostante tutto gli ha sempre voluto bene, lo convince a fuggire da Trieste dove oramai è un ricercato. Ma il richiamo del mare e la voglia di stare con il padre lo faranno tornare.
Klappentext: Triest, 1920. Mattia ist ein Faschist der ersten Stunde. Sein Gesicht ist noch bartlos, weshalb man ihn Bambino nennt, aber seine Schläge sind so hart, dass die halbe Stadt sich vor ihm fürchtet. Mattia weiß nicht, wer seine Mutter ist. Gar eine von drüben? Eine Slowenin? Sein Vater, der Antifaschist und Uhrmacher, will es ihm nicht verraten. Im Schlamm und Schmutz des Zweiten Weltkriegs verliert Mattia schließlich alle Gewissheiten, und er muss erfahren, dass der Gewinner von heute der Verlierer von morgen sein kann.
„Bambino“ von Marco Balzano führt die Leser*innen nach Triest in das Jahr 1920 und in die Zeit des 2. Weltkriegs.
Mattia Gregori wird Bambino genannt. So harmlos wie das klingt ist er aber nicht. Er ist eher aggressiv und hat so gut wie keine Freunde. Sein Vater ist Uhrmacher und rät Mattia eine Uhrmacherlehre zu machen. Doch Mattia hält sich lieber mit Diebstahl über Wasser. Schließlich landet er bei den italienischen Faschisten, die gegen die Kommunisten kämpfen und auf die Slowenen losgehen. Ganz verloren ist er, als im seinen Mutter Donatella kurz vor ihm Tod verkündet, dass sie nicht seine leibliche Mutter ist.
Marco Balzano schildert das Leben von Mattia Gregori sehr interessant. Dabei erzählt der Autor auch eine Zeitgeschichte, die mir vorher nicht so bekannt war. Die Charaktere werden von Marco Balzano stark herausgestellt. Mattia Gregori ist unsympathisch aber eine interessante Figur, die uns durch ein Stück europäische Geschichte führt.
Marco Balzano erzählt die Geschichte wie von ihm gewohnt mit starken Worten. Man wird richtig in die Geschichte hineingezogen.
„Bambino“ ist ein interessanter Roman der sich fast wie eine Biografie liest.
Schwierig. Die Idee, mal etwas aus der Sicht eines Faschisten der ersten Stunde zu lesen, fand ich spannend. Was hat die Menschen zu solchen Ideologien getrieben, was waren die Beweggründe und Motivationen? Mattia bzw. Bambino aber hat nur wenig Motivation. Er passt sich seiner Umgebung an, Feinde werden zu Freunden werden zu Feinden. Er wird nie wirklich erwachsen, hat keine Integrität und ist im Grunde bloss Mitläufer. Als Hauptcharakter fand ich ihn sehr mühsam. Nicht, dass ich mit ihm sympathisieren möchte und wahrscheinlich ist er mit Absicht so geschrieben. Für mich hat das nicht funktioniert.
Edit: Nachdem ich eine Weile in Gedanken bei dem Buch gewesen bin, sind es doch 4 Sterne. Es ist einfach etwas an dem Buch, an der Geschichte, die einen reinzieht und nicht loslässt.
Balzano ha scelto di continuare a narrare delle frontiere orientali, questa volta di quella friulana con epicentro Trieste. Nodo nevralgico di culture, di commerci, di lingue e di religioni. Trieste, la più fascista delle città italiane, scelta da Mussolini come luogo per promulgare le leggi razziali, dove c'era l'unico campo di sterminio italiano, la Risiera di San Sabba, piccola Auschwitz nostrana. Trieste, porto cruciale dell'impero Austroungarico, crogiolo di popoli e di razze, ancora imbevuta dello stesso spirito mitteleuropeo, dove gli slavi vengono chiamati s'cavi e vengono visti come "gli altri", i forestieri che vanno respinti con tutti i mezzi, anche a bastonate, se non a bruciarli vivi nell'assalto al Narodni Dom. In questa città così unica nasce nel 1900 Mattia, ribattezzato dai suoi sodali fascisti Bambino per il suo viso glabro, bello, che ispira tenerezza e che piace alle donne. Mattia scoprirà dalla donna che lui ha sempre pensato fosse sua madre che invece non lo è e che non sa chi essa sia. Partirà da ciò una ricerca forsennata e disperata di questa fantomatica e sfuggente figura materna, un cammino di vita che farà di Bambino un personaggio orribile, una camicia nera crudele e efferata, che si arruola fra i fascisti non per ideali politici ma perché spera che lo aiutino nella sua ricerca. Bambino non avrà mai ideali, mirerà solo al suo tornaconto, anche nell'uso della lingua slava che impara da piccolo. Uno dei personaggi negativi meglio riusciti della narrativa degli ultimi anni perché Balzano è riuscito a tratteggiare Bambino molto a fondo, scegliendo, caso strano, di raccontare la vicenda in prima persona e con le parole del carnefice e non della vittima, riportando alla mente , seppure a grandi linee, il protagonista di "Le benevole" di Jonathan Littell. Anche in questo libro, come in "Resto qui" c'è l'assenza, la mancanza, e la ricerca di una persona amata che lacera e scava un abisso nell'anima, ci sono i soprusi e le violenze ideologiche, la soppressione di una cultura e di una lingua. Si conoscerà anche la doppia guerra vissuta dal territorio triestino e istriano perché l'orrore da loro non si è fermato nell'aprile del 1945 ma è andato avanti con altrettanta ferocia per parecchi mesi perché terra di conquista da parte dell'esercito di Tito. Le divise sono diverse ma le dinamiche sono identiche. Un libro intenso con uno stile preciso, con ritmo incalzante e mai noioso, dove a Bambino fa da contraltare suo padre, Nanni, l'orologiaio che ripara il tempo, figura paterna umanissima e capace di tener testa ai sodali del figlio. Marco Balzano in alcune interviste ha dichiarato di essersi ispirato per questa coppia a Geppetto e a Pinocchio: un padre sempre pronto ad accogliere il figlio ma anche a cercare di correggerlo e a non accettare la sua malvagità, profondamente antifascista e un figlio che non vuole crescere, immaturo, malvagio e alla ricerca di sé. Se a volte Bambino appare un poco stereotipato, Nanni invece mi è sembrato sempre molto umano e tenace nella sua quotidianità, tenero nei ricordi affettuosi verso Tella, moglie fedele, gentile e madre amorevole, nonostanteil tradimento.
Racconta l’autore che un giorno, durante la presentazione di un suo romanzo a Trieste, era stato avvicinato da un ragazzo che voleva raccontargli la sua storia. Lui inizialmente non gli aveva dato retta ma il ragazzo aveva insistito raggiungendolo qualche giorno dopo a Milano: la storia che voleva raccontargli era la storia di suo nonno che lui aveva conosciuto come un uomo estremamente amorevole, salvo scoprire, dopo la sua morte, che in gioventù era stato un picchiatore fascista.
Mattia è ragazzo quando a Trieste compaiono le prime squadracce. Vive con il padre orologiaio, mestiere che richiede cura e precisone, un fratello molto più grande di lui che presto si trasferisce in America e quella che in punto di morte gli confessa di non essere lei la sua vera madre. In questo punto avviene la rottura. Per Mattia la ricerca della donna misteriosa che l’ha abbandonato diventa un’ossessione.
Aderisce al fascismo non per ideologia, ma perché spera grazie all’aiuto dei compagni di scoprire qualcosa sulla donna che sta cercando. Loro lo chiamano Bambino a causa il suo aspetto fisico, ma lui sembra essere rimasto un bambino anche dal punto di vista emotivo: non elabora emozioni e sentimenti e agisce spinto dalla pura cattiveria, dalla rabbia, dal vuoto interiore.
Compirà azioni spaventose narrandocele in prima persona con freddezza disumana, andrà in guerra, tornerà deluso, diventerà spia e delatore, verrà catturato, in un vero e proprio conto alla rovescia citato anche nel risvolto di copertina. Il tutto sullo sfondo di una Trieste precedentemente austriaca, poi italiana, invasa da fascisti, tedeschi, titini, e poi finalmente libera, essa stessa personaggio del romanzo.
Qualcuno diceva che noi lettori non giudichiamo Mattia, ma per me non è stato così: Io ho fatto fatica a leggere questo romanzo, a tratti mi sono sentita quasi intrappolata nel suo vortice di cattiveria che avrei voluto respingere, al punto da non riuscire a mantenere la distanza necessaria per apprezzare uno stile che ho trovato comunque interessante, essenziale al punto giusto, seppur con qualche piccola incongruenza che ha interrotto il patto di sospensione dell’incredulità. Ho poi riletto le prime pagine per capire meglio la genesi del percorso del protagonista, a cui inizialmente non avevo fatto caso. Quasi quasi tutto il libro andrebbe riletto prestando attenzione a ogni passaggio, qui e là forse perde un po’ di qualità, ma il risultato finale nel complesso è molto interessante.
Un personaggio, una città. Bambino sta a Trieste come la violenza sta alla guerra.
È impossibile scindere Mattia Gregori, detto Bambino, per via del viso glabro, da una delle città di confine più dilaniate dai conflitti nella storia italiana. Una città contesa che diventa teatro di orrori e sospetti prima coi fascisti poi coi crucchi e infine con le truppe di Tito. Trieste, una città così dentro la storia da essere sospesa nel tempo e mentre Bambino veste la camicia nera il padre Nanni continua ad armeggiare con gli ingranaggi dei suoi orologi da riparare, sperando di aggiustare un figlio che abbraccia la violenza dei fascisti italiani. Sembra quasi voler riparare il tempo che ha inghiottito Trieste e liberarla da ogni male ma è il figlio a liberare la città, non dalla guerra ma dagli sloveni pestati a sangue tanto da morire. Gli stessi sloveni che si prenderanno la loro rivalsa macchiandosi di un terribile crimine, ridotto nei manuali di storia al capitolo "foibe".
Marco Balzano attraversa Trieste come fosse la sua città e attraversa gli accadimenti storici sotto la pelle di chi non ha subito le percosse della vittima. Eppure, Bambino è sempre stato vittima di se stesso, sin dall'inizio. Perché non ci è nato con la cattiveria, Mattia, gliel'ha messa addosso la paura. E quante volte è la paura a scatenare violenza?
In questo suo ultimo, durissimo, romanzo Marco Balzano ci fa addentrare nella mente di Mattia Gregori, una delle peggiori camicie nere triestine. Un giorno accade un fatto nella vita di Mattia che lo porta ad aderire al fascismo per un motivo ben preciso e non tanto per ideali perché come scrive in una lettera al suo amico Ernesto (partigiano) "...non ho mai avuto degli ideali, tu invece si. Chissà perché alcuni li hanno ed altri no". Tuttavia in Mattia non alberga soltanto odio ma anche forme di amore puro in virtù delle quali si arriva in alcuni momenti ad essere anche empatici nei suoi confronti, assecondando il suo desiderio di redenzione, ma non giustificando in alcuna maniera gli orrori che ha commesso. Un romanzo anche questo (come il precedente "Resto qui") di frontiera che sarà impossibile da dimenticare.
Terribile. Bellissimo. La storia racconta un pezzo dell’epoca fascista nelle zone di Trieste, la gente che aderiva all’ideologia e la praticava con diligente violenza, altri che la rifiutavano e la osteggiavano con le atroci conseguenze e i rischi che sappiamo. Mi si accappona la pelle dalla paura, non riesco a comprendere a fondo la vita vera, non mi stacco dalla lettura. Il cuore è stretto tra compassione e orrore. L’autore è davvero bravo, non indulge nel raccapriccio descrittivo ma non risparmia le immagini vivide. Racconta come se fosse un semplice spettatore, senza giudizio, con precisione. Tra i romanzi (o resoconti?) dell’epoca storica, uno dei migliori.
Quattro stelle alla mia seconda lettura di Marco Balzano, per due motivi: primo, la precisione dello spaccato, storico e politico, che ci fornisce del confine italiano orientale tra le due guerre mondiali; secondo, il ritratto, lucido onesto e crudele, del protagonista, Mattia, camicia nera dal volto glabro e dal cuore di pietra. Mattia si batte con violenza non solo per motivi ideologici ma anche e soprattutto per colmare la sua voragine interiore, causata dal fatto di non avere mai trovato e conosciuto la madre naturale, missione a cui si dedicherà per tutta la vita. Il dramma incontra quindi la storia in questo romanzo crudo e feroce che merita certamente attenzione.
Un romanzo storico ed emotivo, che grazie alle vicende del protagonista Mattia, un fascista della prima ora, ci fa entrare dentro la storia di un territorio incredibile e dentro la psiche di un carnefice. Per farci capire che non é tutto o bianco o nero, che tutti possiamo far del male e subirlo allo stesso tempo. Consigliato anche a chi vuole comprendere meglio i dissapori attuali che ancora si annusano a Trieste e sul suo Carso.
Ich liebe Geschichten, in denen mir reale Orte auf literarische Weise erlebbar gemacht werden. Triest war für mich immer eine Stadt am Rande des ehemaligen Jugoslawien. Etwas, wo meine Verwandtschaft gerne mal zum einkaufen hin fuhr, weil es ihnen einen Hauch von Westen gab. Und auch jetzt, wo der Sozialismus schon 35 Jahre Geschichte ist, übt „Trst“ wie die Kroaten und Slowenen es nennen eine große Anziehungskraft für einen Wochenendtrip auf Sie aus.
Mattia Gregori wird mit seinem hübschen Gesicht, das bartlos und hübsch anzusehen, ist „Bambino“ genannt. Doch hinter dieser zarten Fassade steckt ein Bösewicht, wie ich ihn selten als Protagonisten erlebt habe. Er ist ein Faschist der ersten Stunde, lebt seine Grausamkeiten schon als Kind aus und öffnet immer mal wieder dieses Ventil. Er beraubt, quält und tötet Menschen, manchmal so ganz nebenbei. Woher kommt diese Wut? Ist sie angeboren oder liegt es an der Tatsache, dass er von einer Mutter großgezogen wurde, die ihm am Sterbebett offenbart, dass sie nicht seine richtige Mama ist? Zeit seines Lebens versucht er, den Vater dazu zu bekommen, ihm zu verraten, wo er diese Frau findet. Er mutmaßt, dass sie eine Slowenin ist, eine Volksgruppe in der Region, dank italienischer nationalistische Strömungen große Repressalien erfährt. Er sucht in vielen Frauen die Hoffnung, es könnte sie sein.
Vor dem Hintergrund der Geschichte von Triest und einem zerfallenen Europa, dass sich neu sortiert, erleben wir wie Mattia aufsteigt und fällt. Es ist manchmal erstaunlich, wie schnell der Wind sich dreht und die Herrschenden auf einmal die geschlagenen sind.
Balzano hat mit seinem brutalen Antihelden eine sehr ambivalente Figur geschaffen. Man kann ihn nicht mögen und doch ist er mir immer dann ans Herz gewachsen, wenn er den Riss in seiner Seele zeigt, dem ihm der obsessive Wunsch nach der wahren Mutter zugefügt hat. Auch die Beziehung zu seinem Vater hat mich berührt, denn obwohl er immer wieder deutlich macht, wie sehr sein Vater verachtet, und der Vater sich mehrfach von diesem Sohn los sagen möchte, spürt man, dass es eine merkwürdige Art von Liebe zwischen beiden gibt. Sie drohen sich und suchen doch ständig die Nähe zueinander. Die historische Kulisse ist unwahrscheinlich dicht geschrieben. Ich habe so viel über die Geschichte gelernt in einer Zeit , von der ich dachte, dass ich alles weiß. Besonders interessant fand ich die nationalistischen Bestrebungen Italiens und die damit einhergehende Vertreibung und Umerziehung der Slowenen in dieser Region. Sie durften ihre Sprache nicht mehr sprechen, wurden umgetauft und hatten kaum eine Chance sozial aufzusteigen. Natürlich habe ich mich nebenbei auch ein bisschen im Internet rum getrieben um die kleinen Lücken, die noch blieben zu füllen. Mir war nicht bewusst, wie wichtig die Lage von Triest für verschiedene Nationen war und wie sich durch die Verschiebung von Grenzen auch eine Stadt von großer Größe in Bedeutungslosigkeit verliert.
Das Ende von „Bambino“ schließt einen Kreis der gleichzeitig Genugtuung als auch Traurigkeit bei mir hervorruft.
Mir ist schon in seinen anderen Büchern aufgefallen, dass Balzanos Sprache eine literarische Melodie hat, die leicht daherkommt, obwohl sie fast immer sehr schwere Themen vermittelt. Das ist Balsam für meine Leseseele.
Nachdem ich anfangs wegen der Grausamkeit der Hauptfigur ein mulmiges Gefühl hatte, und ich mir nicht sicher war, ob ich das aushalte, verselbstständigte sich plötzlich mein Lesefluss, und ich war gefesselt und fasziniert von dem, was der Autor in vier Teilen komponiert hat. Das muss man erst mal hinkriegen. Schon allein deshalb heiße ich ihn jetzt als einen meiner Lieblingsautoren in meinem Bücherregal willkommen.
Ich spreche eine große Leseempfehlung für dieses historisch bedeutende Buch aus, dass einen weniger bekannten Teil der europäischen Geschichte erzählt und sich dabei einer Figur bedient, die uns fordert.
Con questo romanzo veniamo trascinati nella Trieste del primo Novecento, una città di confine che, da centro multiculturale, dopo la prima guerra mondiale si trasforma progressivamente in terra di conquista. Su questo sfondo storico si dipana la vicenda individuale di Mattia Gregori, che occupa il centro della scena. Detto "Bambino" per il suo viso glabro, Mattia è segnato fin da giovane da una rivelazione che lo sconvolge: la donna che lo ha cresciuto non è la sua vera madre. Da quel momento, la ricerca delle sue origini diventa un'ossessione; al tempo stesso la rabbia per questo “vuoto identitario” lo corrode: si incrinano i rapporti con il padre Nanni e con l’amico Ernesto, e l’adesione allo squadrismo fascista che impera in quel momento diventa il naturale sfogo per l’odio che cova dentro. Mattia è un “cane sciolto”, non gli interessano le persone, non si lega davvero mai a nessuno, fa le sue scelte guidato esclusivamente dal principio dell’opportunismo, che gli permette in più occasioni di cavarsela in questo tormentato contesto storico, fino al giorno in cui la vita gli presenterà il conto. Ho letto da qualche parte che questo è un romanzo di "deformazione" e devo dire che sono d'accordo: Mattia Gregori non evolve, non impara la lezione, rimane immaturo, non costruisce la sua vita con scelte consapevoli, non progredisce. Il titolo stesso sembra alludere a questa incompiutezza: Mattia resta un "bambino" dentro, un individuo che si lascia trascinare dagli eventi più che guidarli, non c’è una reale evoluzione, né una forma di redenzione e la sua adesione allo squadrismo fascista (non è uno spoiler, perchè lo apprendiamo nelle prime pagine) appare più come un riflesso del suo rancore e vuoto interiore che come una scelta ideologica. Contraltare di Mattia Gregori è il padre Nanni: saldo nei suoi ideali, coerente, umano. In questo contrasto mi è parso di cogliere il tema del romanzo: non tanto la ricostruzione storica, che resta sullo sfondo e anche molto affrettata, ma il conflitto tra chi vive nella storia con consapevolezza e chi, come Mattia, la storia la attraversa, senza etica personale e ideologica.
La prima impressione leggendo questo romanzo è che abbia ritmi, trama e stile che si avvicinano molto al fumetto, inteso ovviamente nel senso più nobile di graphic novel, con molti pregi e qualche difetto tipici del genere. Mattia, soprannominato “bambino” per la pelle glabra del viso fin da ragazzo dimostra un carattere ombroso e insofferente, anche violento e rissoso che lo porta a rubacchiare: una vera piccola teppa. Crescendo può solo peggiorare: nato a Trieste nel 1900 evita la trincea, ma nel primo dopoguerra fa comunella con i fascisti, poi nel 1943 si presta come delatore dei nazisti e ancora a fine conflitto per i “titini” che occuparono la città per qualche mese. Un uomo che ha voluto stare sempre dalla parte dei vincitori, che poi a posteriori riconoscerà come sbagliata. Un cane sciolto, che disprezza gli stessi fascisti, un viscido che ruba nelle case isolate, traffica con la borsa nera, denuncia i suoi vecchi compari, uno che afferma di “aver ucciso e fatto uccidere tanti”. L’unica giustificazione al suo votarsi al fascismo è la ricerca della madre dopo che quella presunta, in punto di morte, gli aveva rivelato di essere figlio di un’altra donna; partecipando alle spedizioni delle squadracce nel Carso aveva modo di battere i paesi per cercarla (un meccanismo narrativo che regge poco) Anche il rapporto con il padre – un orologiaio borghese, per bene e antifascista - è ondivago, più volte vengono quasi alle mani ma si proteggeranno a vicenda fino alla fine. Interessante l’intenzione di raccontare cinquant’anni di storia di Trieste e del Carso attraverso le vicende di Mattia, ma la narrazione è spesso troppo frettolosa per comprenderli, rimangono sullo sfondo o poco più (non c’è paragone con Tomizza o Magris che hanno spesso narrato di questi luoghi). Tutto lo spazio narrativo è occupato da Mattia che racconta in prima persona il suo odio, la sua rabbia, le sue malefatte, la sua solitudine e con pochi e tardivi rimorsi e nulla più. Fumettoso, scorrevole e incalzante fino alla fine ma fumettoso. Tre stelle