Née en 1991 au sein d’une famille franco-tchèque, Maïa Hruska a grandi en Allemagne et vit aujourd’hui à Londres. Dix versions de Kafka est son premier essai.
Un essai absolument magnifique sur l’art de la traduction, le rapport à la langue, à l’exil, à la mémoire et à la destruction d’une culture dans toute ses dimension. Les chapitres sur Borges, Schultz, Levi et Milena sont particulièrement touchants. Tant de pistes de réflexion sont offertes par l’auteur, une vraie respiration dans cette rentrée littéraire française encore une fois terriblement autocentrée.
«Ecco come nasce la consapevolezza kafkiana: Kafka si sente colpevole di tutto perché consapevole che un giorno, non lontano, nessuno si sarebbe più sentito colpevole di nulla»
Saggio splendido per stile e intuizioni. Dieci capitoli nei quali viene raccontata l’iniziale accoglienza di Kafka nelle diverse lingue. Questo andare all’origine lo rende attualissimo, perché le vite poliglotte dei primi traduttori sono vite difficili, rese impossibili da sovranismi identitari, confini labili, lingue contese. In questo modo ci fa capire meglio l’oggi, a noi, tranquilli europei, tendenzialmente monolingue e vissuti in pace, concepiti in un’epoca senza conflitti di confine.
L’autrice, nata nel 1991, di lingua francese, ceca da parte di madre, vissuta in Germania e in Inghilterra, ha lo stesso rapporto mobile con le lingue. Importante e al centro del saggio è il concetto di pokoj, una parola di origine ceca, che intende esprimere il posto, fisico e mentale, nel quale si è se stessi nel punto più alto. Per molti di loro, Primo Levi, Bruno Schulz, Paul Celan, così come per Kafka, pokoj è la letteratura, o meglio l’andare continuamente a cercarla tra vita pubblica e privata, tenuto conto che i loro paesi e le loro lingue sono essenzialmente liquidi. «Pensiamo solo a Elias Canetti, il cui premio Nobel per la letteratura è stato rivendicato da ben sette paesi: la Bulgaria (dove era nato), la Spagna (per la lingua madre), la Germania (per la lingua in cui scriveva), la Turchia (per un vecchio passaporto), l’Austria (per le opere scritte sul suo territorio), l’Inghilterra (per il nuovo passaporto) e la Svizzera (per lo statuto di residente)».
Il primo capitolo, che tratta dell’accoglienza di Kafka in Russia è già un piccolo capolavoro, così come quelli dedicati a Borges, Bruno Schulz, Paul Celan, Primo Levi, Milena Jesenská, prima traduttrice di Kafka in ceco, e sua amante dal 1920 al 1923; «Siamo entrambi sposati, tu a Vienna con tuo marito, io a Praga con l’angoscia», lettera di Kafka a Milena del 21 luglio 1920. Tornando al primo capitolo, Kafka in Russia non viene letto negli anni Trenta ed è prevalentemente censurato per una serie di ragioni, Kafka è “smobilitante”, la sua tetraggine blocca il lettore, ma non è poi così vero per altri censori, per i quali Kafka non è così tetro, Kafka è uno scrittore semmai troppo sobrio, temperato, non suscita rivolte, non anima, «nulla ha il potere di inebriarlo, né la rivoluzione, né le donne, né gli ideali». Che poi i russi avevano avuto a che fare con l’opera di Cechov, e come scrisse Vasilij Grossman, non lo avevano perseguitato, cioè non era stata bandita la sua opera, perché l’essere intimamente democratico di Cechov (tutti uguali a prescindere da origine, professione, titoli) non lo capivano, lo avevano tollerato per un puro malinteso, non essendoci mai stata una vera democrazia in Russia, secondo Grossman (l’autore di Vita e destino).
Tra le molte cose interessanti che si scoprono in questo saggio, c’è l’idea che aveva Borges di traduzione, per Borges l’originale non ha nessuna prevalenza sulle traduzioni successive, nessuna maggiore autenticità, nessuna parola definitiva, il definitivo per Borges esiste soltanto per «la religione e per la stanchezza». Ogni traduzione è una sfasatura dall’originale e non è detto che non sia più autentica, Borges afferma di aver letto e amato Don Chisciotte per la prima volta in inglese, più in avanti, quando lo lesse in lingua originale, gli sembrava prolisso, Cervantes in spagnolo parlava troppo.
« Vialatte comprit ce jour que si Kafka se sentait à ce point coupable de tout, c'est qu'il avait entrevu l'époque où plus personne ne se sentirait plus coupable de rien »
Très beau livre sur 10 traducteurs au destin croisé avec Kafka Une magnifique plume
Après la mort de Kafka, tant les Nazis que les Bolchéviques mirent ses oeuvres à l'index. Paradoxalement, il ne survécut pendant ces premières années que par des traductions. Ce n'est ni par hasard ni sur commande que l'on devient l'un des premiers traducteurs de Kafka. L'entreprise s'impose comme un impératif radical et urgent. Les similitudes entre le destin de Kafka, de ses personnages et de ses traducteurs sont nombreuses, emmêlées et déroutantes. Ils sont parvenus à être fidèles à la fois à Kafka et à eux-mêmes. Chacun a réverbéré Kafka dans ses oeuvres à sa façon et, en même temps, s'y est projeté. Une notion fondamentale pour comprendre Kafka, la notion de pokoï (mot tchèque). le mot "désigne aussi bien la chambre (spatiale, résidentielle) qu'une forme de tranquillité, de quiétude, de paix (psychique). le pokoï est une topographie autant qu'une utopie". Les traducteurs avaient ceci de commun avec les personnages de Kafka d'avoir un jour été arrachés à l'espace qui nourrissait le rapport à leur langue et à autrui, leur pokoï. L'autrice met en résonnance l'oeuvre de Kafka avec celle de ses traducteurs ou avec leur vie et leur mort. Par la même occasion, elle éclaire l'oeuvre de Kafka et sa réception.
I’d describe Kafkaesque as a collection of essays, building on each other, some centred around a particular translator. Some of the translators were writers I was aware of - Jorge Luis Borges, Primo Levi - others I’d never heard of. In parts, it's about Kafka and his work, but against the backdrop of those who translated him, and the context of their lives. Some themes run throughout, including persecution and incarceration, as well as the definition of pokoj (a Slavic word). The latter is referred to time and again - “Pokoj means both a room (spatial, residential) and a form of tranquillity or peace (psychological).” For both Kafka and his translators, language could be a pokoj. (The nature of pokoj could be a book on its own - how to build your own, physical or otherwise, celebrities and their pokoj ;) But at the heart is the power of language and translation. One of the most powerful moments in the book for me was the role of language in the trial of Adolf Eichmann in Jerusalem, where translation between German and Hebrew became a barrier, and it was the ability of Jewish German-speaking judges to take back control of the German language from Nazism. Also, the section about the Czech journalist and writer Milena Jesenská, where translation comes from an act of love, is rather beautiful.
I don’t think I got as much out of this as others might. The jumps between Kafka’s life and that of a particular translator, as well as the frequent appearances of other characters and events, broke things up too much for me; I probably needed a simpler biography to start. However, the feel of Kafkaesque reminded me a bit of the Baillie Gifford Prize-winning Question 7, with its intertwining themes, ideas, and specific events. For anyone interested in writing, language, translation, history, and Kafka (obviously), this is worth a look.