Prima esperienza con Futura Edizioni e devo dire di essere stata piacevolmente sorpresa! La raccolta Arabilioso, si pone con il nobile intento di dare un assaggio di fantascienza araba ai lettori italiani riuscendoci egregiamente. Abbiamo voci dall'Iraq, dalla Palestina, dall'Egitto e dalla Giordania che ci trasportano in una stagione di Black Mirror ambientata nel Mediterraneo Orientale per invitare alla riflessione sulle grandi questioni del Medioriente.
Va detto che non tutti i racconti mi sono sembrati di alto livello e ci sono un paio di cose, tipo lo schwa, di cui voglio parlare brevemente in chiusura ma la raccolta rimane comunque meritevole di molta più considerazione e tornerò sicuramente ad acquistare dalla casa editrice per fare nuove scoperte. Sono sempre più convinta che sia importante sostenere le piccole realtà editoriali che propongono contenuti validi fuori dal mainstream.
In questa recensione vi parlo brevemente di tre dei miei racconti preferiti, di cui due, manco a farlo a posta, sono di due autrici palestinesi.
Il bazar sotterraneo del Bahrain di Nadia Afifi racconta la storia di una malata di cancro che, in previsione della sua morte, si allena con la realtà virtuale a vivere quelle degli altri: stoccate in un database grazie ai cip impiantati nella stragrande maggioranza della popolazione. Una di queste morti, però, la colpirà particolarmente, portandola a ricercare i luoghi della defunta per capire anche come affrontare la propria malattia. La penna di Nadia è ben affilata e ci guida con un buon polso di lettura in un bazar dalle atmosfere cupe, che richiamano alcuni episodi di Black Mirror, e poi tra le maestose rovine di Petra. Il finale saprà commuovervi con una bella riflessione sulla vita e sulla morte.
Alla nuova Gerusalemme di Farah Kader, invece, è una cupa metafora sull'esodo palestinese. La Città Santa è sempre più sommersa dalle mareggiate acide di un Mediterraneo inquinato e tutte le vite dei cittadini vengono risucchiate tra le sue onde. La nostra viaggiatrice senza nome ha solo poche ore per ritrovare le rovine della propria casa e fare qualche foto, nella speranza di salvare almeno un paio di ricordi della propria vita in una terra che non è più sua e che anzi le è ostile. Ai momenti di narrazione, l'autrice intervalla resoconti di cronaca di questo mondo distopico che rendono la narrazione simile a un articolo di giornale: preciso e vivido insieme. Spero di avere altre occasioni di leggere Farah in futuro.
Una Jaha nel Metaverso di Fadi Zaghmourt, invece, ironizza sull'usanza anacronistica della jaha, una cerimonia in cui gli uomini delle due famiglie di sposi si accordano per la proposta di matrimoni mentre le donne stanno in un'altra stanza. Il contrasto tra la tecnologia iper-realistica dei visori a realtà aumentata e la famiglia dello sposo che arriva su un'orda di cammelli in una sala arredata in stile antico mostra le contraddizioni della società giordana, criticata anche dall'autore, in cui le questioni di genere sono ancora molto forti. Mi rendo conto che il formato del racconto offriva uno spazio limitato ma avrei apprezzato un finale ancora più forte per far valere meglio il punto dell'autore. Anche lui però è una penna che spero di ritrovare presto.
Chiosiamo con le cose negative.
Lo schwa, ma più in generale il linguaggio inclusivo perché mi rendo conto che la casa editrice debba trovare un modo per tradurre l'uso del "singular they". Anche in questo caso, come per Dragonfall, molto spesso veniva a mancare l'accordo tra nome e aggettivo e non riuscivo a capire se ci si stava riferendo sempre allo stesso personaggio.
Inoltre, per esempio nel primo racconto, personaggi che fino a un certo punto erano stati chiamati al femminile di punto in bianco avevano riferiti dei pronomi neutri e ci ho messo un po' a capire che si stava usando il "neutro di cortesia" (quando un personaggio non sapeva il genere dell'altro gli parlava usando la schwa e poi in un secondo momento questa cosa cambiava). Quindi per un po' di pagine io non riuscivo a capire se Mani fosse una donna o una persona non binaria, perché gli autori non si sono dati pena di spiegarmi come funzionava la lingua nel loro mondo.
E qui sta il problema del linguaggio inclusivo (per lo meno secondo me): dare per scontato che siccome è molto presente nei social allora anche le persone nella realtà parlino (o leggano) con quell'impostazione, mentre così non è. Io già conoscevo il significato dello schwa eppure ho fatto fatica a comprendere le porzioni di testo in cui era usato (anche perché tendevo a leggerlo come una a e ogni volta dovevo fermarmi e rileggere correttamente); pensate se invece il lettore fosse stato una persona che di queste cose non ha mai sentito parlare o che magari una persona un po' più anziana o ancora non particolarmente fluida nella lettura: quelle porzioni di testo sarebbero state quasi illeggibili.
Insomma secondo me sia schwa che singular they non sono delle buone soluzioni per riferirsi alle persone non binarie e anzi spesso (non in questo libro) sono più delle pose da social che altro.
Chiudiamo in positivo con la breve ma intensa panoramica che fa Emad El-Din Aysha sulla fantascienza araba, sulle sue origini e sulle sue prospettive future. C'è molto materiale che varrebbe la pena spulciare secondo me e spero di vedere altre pubblicazioni di Futura Edizioni in questo senso.