Sento un magone immenso nello scrivere questa recensione. I venti dell’Egeo è uno dei libri più belli che io abbia mai letto, e lo è per le ragioni che mi premurerò di esplicare qui sotto. Da amante di mitologia, teologia e storia greca, questo romanzo doveva essere mio. Vorrei che ne facessero maggiori ristampe e che fosse conosciuto tanto quanto il suo “predecessore” ben più noto, quel capolavoro di “Le porte di fuoco” (Gates of Fire). Sarò una voce fuori dal coro, ma ho preferito, tra i due, I venti dell’Egeo: maggiori intrighi politici, una trama ancora più circolare e intrecciata, che, seppur manchevole dello straordinario finale di “Le porte di fuoco”, mi ha presa maggiormente, per quanto abbia votato entrambi in egual misura e li reputi entrambi tra i migliori romanzi storici di fine XX secolo. Bando alle ciance, inizierei col dire che la trama, nella sua struttura circolare, è a dir poco perfetta: Pressfield ci fornisce tre narratori, ognuno dei quali ha un ruolo chiave e fondamentale all’interno della storia. Il primo, che io reputo marginale ma non insignificante, esterno, è il giovane nipote di Giasone, il secondo, a cui chiede di raccontargli della guerra del Peloponneso. Il secondo, Giasone stesso, è colui che fa da intermediario col lettore, intervenendo talvolta e in particolare verso la fine, in cui la sua presenza risulta ancora più chiara; il terzo, invece, è colui che Giasone intervista, in un colloquio che rappresenta la maggior parte del romanzo: Polemide, il protagonista, nonché il perno di tutta la vicenda. Polemide è in carcere nel 399 a. C., sebbene il romanzo vero e proprio inizi nel 431 a. C.; è in attesa di essere giustiziato: è accusato di aver ucciso Alcibiade, l’assoluto protagonista della guerra del Peloponneso. Parallela alla sua cella, un altro personaggio fondamentale per l’Atene di quegli anni: Socrate, per altro maestro di Giasone, che sta per bere la cicuta. Ebbene, Giasone si occupa del suo caso per scagionarlo da quell’accusa, facendosi raccontare per filo e per segno tutti gli avvenimenti che andarono dalla morte di Pericle sino a quella di suo nipote, Alcibiade. Ebbene, Polemide è uno di quei personaggi che, seppur risultino in qualche modo “antagonisti” non si possono odiare. Non è puro, ma possiede una bontà notevole, e ha subìto e sofferto in una maniera inspiegabile. Ha perso tanto a causa della peste, la cui descrizione riprende pedissequamente quella di Tucidide, arricchendola con un pathos da lasciare senza fiato il lettore, da causargli lacrime, da rimanere interdetti. Persone non colpite dal morbo che si vedono costrette a tagliare le vene dei propri cari malati, impedendo che soffrano, padri senza figli, mogli senza mariti, uomini senza amanti… Polemide ha un fardello enorme, quello della famiglia, da portare sulle spalle: ne esalta le qualità – in particolare quelle di suo fratello, Leone, uno dei combattenti più valorosi che qui vediamo descritti – e l’importanza. Tutto questo specialmente grazie alla figura della zia Dafne, che cerca di tenere saldo il nucleo e i suoi princìpi. L’affetto provato per il vecchio Nicolao e per Meri – Merope –, suo padre e sua sorella, l’unica donna che abbia mai veramente amato, sono punti fondamentali che Polemide porterà nel cuore e che lo formeranno, caratterialmente, quando dovrà combattere a Siracusa – quando gli Ateniesi, guidati da Nicia, subirono una delle sconfitte più significative della storia – quando seguirà Alcibiade durante la sua espansione a Oriente, quando lavorerà per la Krypteia spartana e sarà indissolubilmente legato a Lisandro, il polemarco lacedemone. Ecco, un legame intrecciato, un filo rosso, che tiene Polemide – o Polemidas – ancorato a due realtà: quella spartana, dove si è formato, e quella ateniese, dove è vissuto e per cui ha combattuto. Ecco perché, così come è unito a Lisandro e a Endio, è avvinghiato – espressione forte fatta apposta – anche ad Alcibiade. Lisandro è un personaggio astutissimo, subdolo ma allo stesso tempo chiaro e diretto. Sa quello che vuole e lo ottiene senza scrupoli, ma con prudenza, con decisione, con voglia di fare. Endio, invece, è più il generoso aristocratico che dimostra il proprio valore in battaglia, una persona che non prova mai emozioni frivole, ma sempre fortissime e dense: teme, odia e ama Alcibiade. Come tutti, ormai. Alcibiade è, parallelamente a Polemide, l’altro protagonista del romanzo. È genio e sregolatezza: non è mai stato sconfitto sul campo di battaglia, è un soldato valorosissimo, audace, intelligentissimo, spontaneo; ma i suoi modi sono teatrali, è un attore della politica, ha una vita sessuale fortemente irregolare, è bramato da uomini e donne e lui brama uomini e donne, scimmiottando gli uni e le altre e ritrovandosi negli uni e nelle altre a causa della sua innegabile androginia. Parlerei di una “tripartizione” dell’anima di Alcibiade: il primo, quello che ama le donne e il mondo femminile; il secondo, che lui stesso definisce invertito, che è quello che ama gli uomini più maturi di lui – come Socrate ed Endio, che furono suoi mentori e amanti – e infine il terzo, che subentra quando Alcibiade disprezza i primi due. È amatissimo e hanno bisogno di lui, ma ha molti nemici che fanno di tutto per spodestarlo e accusarlo. Ecco che, alla vigilia della spedizione in Sicilia, che se fosse stata presieduta da lui avrebbe probabilmente cambiato il corso della storia, viene accusato di empietà: si rifugia a Sparta e lascia il comando al suo rispettato avversario politico, Nicia, che, come Leonida alle Termopili, nonostante l’età avanzata ha resistito sino alla fine. Alcibiade è colui di cui tutti hanno bisogno, colui che implorano, che dà tanto, che corteggia e rispetta Atene come una sposa, ma essa si dimostra ingrata, adultera e infedele. È colui che salva e vince in qualsiasi situazione, ma non ha saputo salvare sé stesso dalla perdizione: lo sa bene Polemide, che è sua guardia del corpo, suo amico e nemico, che altresì lo teme, lo odia e lo ama. E che dire di Socrate, suo mentore? Proprio come lo si studia, è un uomo giustissimo e purissimo, più giusto delle leggi, più puro dei politici, più giudizioso della Giustizia. E se Socrate venera la Giustizia, Alcibiade venera la Necessità, la stessa dea venerata da Polemide e da Lisandro, da qualsiasi soldato che sia anche impiegato in complotti politici. Anche le donne qui trovano il giusto spazio, tra figure conosciute – come Timea, Timandra, Ipparete – e inventate dall’autore, come Febe, Aurora e, su tutti, Eunice. Eunice è una donna che ho reputato straordinaria, colei che manda avanti la rappresentazione teatrale, colei che costituisce la parte thriller della vicenda. Una donna che mi ha ricordato Medea e Andromaca insieme, che condensa queste due nature così diverse, un fiore di campo, come Polemide la definisce, che ha reagito alle intemperie e alle tempeste e ne è sempre uscita viva. Una donna ferita nel profondo che non sa come faccia ad andare avanti e a nutrire ancora passione e amore. Una donna dimenticata da tutti ma che è un lume nella coscienza del protagonista, poiché le sue parole lo condizionano, rincuorano e feriscono in maniera impressionante. E, come lei, anche Alcibiade ha lo stesso effetto: ogni suono che fuoriesce dalla sua bocca riesce a persuadere in maniera sofistica e anti-sofista, ma incredibilmente umana. Trovo doveroso menzionare, per ricordare tutti questi personaggi dalla rilevantissima importanza storica, Gilippo, Agide, Teramene, Trasibulo, Lachete, Crizia, Meleto, Anito, Pericle e Pericle il Giovane – amore –, Critone, Critobulo, Agesilao, Tissaferne, Ciro, Dario, Artaserse ed Euriptolemo – altro mio protetto –, nomi che qui formano un elenco, ma le cui imprese, gesta, sono decantate all’interno del romanzo, senza trascurare niente. Allungherei di troppo la recensione e ci tengo affinché voi la leggiate tutta, cogliendo il mio giudizio dalle ultime righe. I venti dell’Egeo sono seicento pagine da gustare con la maggiore cura possibile; sono seicento pagine pregne di contenuto e di storia, redatte con una sopraffina accuratezza in tutti i punti, amalgamate da uno stile eccezionale. Scorrevole, dolce, accattivante, gustoso, succulento, lo stesso di “Le porte di fuoco” ma più maturo, sbocciato, al massimo del suo potenziale. Un libro che ci propone due fazioni politiche diverse e due società diverse: quella ateniese, lussuosa, sfarzosa, dominante sul mare, e quella spartana, frugale, parsimoniosa, imbattibile in terra. Uno scontro tra l’audacia temeraria e il coraggio prudente, esemplificate nella figura di Alcibiade e in quella di Lisandro, ma legate da colui che ha iniziato e terminato tutto: Polemide. Il Thymos, l’euthymia e il logos, volendo usare termini platonici, il genio e la sregolatezza, il comandante scrupoloso e l’uomo, l’umano, colui che nel suo essere comune risulta fondamentale e unico. Polemide, protagonista assoluto, è la dedica che faccio dell’esaltazione di tutti noi: speciali e indispensabili nel determinare il corso delle nostre e delle altrui vite.