Verso la fine degli anni 90, il fotografo d’erotismo nonché collaboratore della casa editrice Taschen Verlag Eric Kroll, navigando in rete, si imbattè negli autoscatti di una giovanissima ragazza franco-californiana (con qualche ascendenza maghrebina), Natacha Merritt. Ne fu piacevolmente impressionato; ricordiamoci che quelli erano i primordi dell’uso di massa del mezzo Internet, non erano nati ancora siti strutturati in cui chi volesse potesse inserire i propri scatti “proibiti” più o meno artistici, tipo Ishotmyself, men che meno uno strumento di proporzioni epocali tipo Facebook.Gli scatti di Natacha Merritt, realizzati con una macchinetta digitale (strumento che, anch’esso, all’epoca era ancora alquanto primordiale rispetto agli standard odierni) manifestarono immediatamente agli occhi dello “scafatissimo” artista un substrato erotico sottilissimo, fatto di autocontemplazione, desiderio, compiacimento dell’immagine e delle forme. Kroll decise di contattare la ragazza, e di proporle una pubblicazione della Taschen. Lei, comprensibilmente, fu all’inizio alquanto diffidente; poi, quando si rese conto di aver a che fare con un “vero” fotografo anche piuttosto quotato, accettò di buon grado la possibilità che lui le offriva. Da parte sua, fu lui a trovarsi alquanto spiazzato; sia per l’ignoranza tecnica della Merritt (di lei disse che non sapeva la differenza tra f-stop, ovvero i passi del diaframma della macchina fotografica, e bus-stop, ovvero fermata dell’autobus), sia, anche e soprattutto, per la spontaneità e quasi il candore erotico di lei, per la quale fotografarsi da sola o “in azione” assieme al suo partner era un fatto assolutamente naturale, venuto spontaneo assieme alle sue prime esperienze sessuali a sedici anni o poco più. Per la quale, poi, fotografare e fotografarsi era un modo originale di tenere un diario. Ancora: lei ammetteva candidamente che legare il sesso del suo lui non era tanto dovuto a velleità BDSM quanto al fatto che in questo modo l’erezione, a fini fotografici, veniva potenziata e durava più a lungo... o quanto le sembrasse strano far firmare la liberatoria alle amiche o alle coppie che si erano proposte per farsi fotografare da lei, come premessa per quella che sarebbe stata, senza se e senza ma, una notte d’amore... Non solo: il professionista decise di “prestare” alla giovane amica la sua modella prediletta, Felice. La quale venne fuori dalla sessione di posa più morta che viva, affermando che la ragazza, fotograficamente parlando (e non solo, forse...) era una furia scatenata che per le lunghe ore di una notte non le aveva dato un attimo di tregua... Il libro fu pubblicato, ed è questo. Le foto sono splendide, ma non perché tecnicamente perfette, o platealmente esplicite: piuttosto perché hanno una spontaneità sorprendente, sono esattamente quello che vogliono essere, ovvero memo per immagini di storie erotiche vissute in prima persona, spesso colte al volo, con i soggetti deformati dal grandangolo o dal ravvicinato, occhi o bocche o il braccio che regge la fotocamera in primissimo piano, letti disfatti, vasche da bagno, camere d’albergo in grandi città... Lei, fotograficamente parlando, sarà anche un’ignorante di teoria, ma ha un occhio straordinario per le inquadrature, e una capacità notevole di trasformare in risorse i limiti evidenti di una fotocamera economica e poco versatile. Oltre alle foto ci sono testi, pagine della stessa Merritt in cui racconta di sé, delle sue foto o dei suoi ricordi correlati ad esse, appunto in forma diaristica; nonché l’ampia prefazione ed un’intervista di Eric Koll. Un gran bel libro, una gran bella scoperta. Grazie all’antologia di foto erotica curata da Dian Henson, da me già recensita, che me l’ha fatta scoprire. Bella, poi, la dedica alla mamma, “che mi ha insegnato l’amore senza condizioni...”