«Saluti ai paesani che passano»
«Una sera si fermarono in un villaggio e Mario, con la sua squadra, pernottò in una isba abbandonata. Sul pavimento c’era ancora la paglia sulla quale dovevano aver dormito dei soldati di passaggio. Fu qui che il suo sguardo venne attratto da una parete affumicata dove lesse queste parole scritte con un pezzo di carbone: “Saluti ai paesani che passano” e, sotto queste, il nome e il cognome di Giacomo, quello della contrada e la data del 18 dicembre 1941. Il suo cuore si rallegrò e sorrise, pensando di incontrarlo.».
Le stagioni di Giacomo conclude la
‘trilogia dell’Altopiano’
, che si sviluppa nell’arco di circa settant’anni. Inizia sul finire dell’Ottocento, con La storia di Tönle, prosegue con L’anno della Vittoria, e si conclude con Le stagioni di Giacomo, ambientato nel periodo dell’ascesa al potere del regime fascista fino all’ingresso in guerra dell’Italia nella seconda guerra mondiale.
Marione racconta di Giacomo, Nino e Mario (lo stesso Rigoni Stern), tre giovani appartenenti ad una comunità dell’Altopiano di Asiago, uscita stremata dalla Prima Guerra Mondiale. Rigoni ci racconta delle persone, della natura e delle tante sciagure che tra le due guerre affliggeranno quei territori: la povertà (quella vera), la fame (quella vera), il fascismo (quello è), la disoccupazione. In molti, per rimediare alla povertà, emigreranno verso la Francia, la Svizzera, l’Australia! Altri, tra cui Giacomo, faranno i ‘recuperanti’. Andranno quindi in cerca di residuati bellici da rivendere in valle e disseppelliranno i resti di tanti soldati ‘dispersi’, che troveranno infine sepoltura dentro il Sacrario militare di Asiago, ultimato nel ’36 e inaugurato in pompa magna dai gerarchi fascisti, ma che ebbe il merito di dar lavoro per alcuni anni a tanti uomini e ragazzi di quelle comunità.
Come sempre (per dirla con il professor Barbero: «La storia è fatta dalla gente. La storia racconta la nostra vita.»), Mario racconta la Grande Storia, attraverso piccole storie personali o delle contrade dell’Altopiano. Ci racconta di una natura e di una società rurale ancora integre a lo fa sempre, costantemente, con uno stile sobrio e coinvolgente, dove nulla è superfluo o fuori posto.
Che ve lo dico a fare?...........