Nel 1992 non ero sufficientemente grande per capire la portata di quello che era accaduto a Capaci, ma neppure così piccolo da non accorgermi che si trattasse di un evento epocale. Ricordo perfettamente le immagini in televisione e una sensazione di insicurezza agghiacciante: non mi sembrava possibile che quel disastro di corpi, asfalto e terra fosse mostrato in diretta da un luogo per me lontano ma della mia stessa Patria.
Ho affrontato "Cose di Cosa nostra" l'anno successivo, e da allora non manco di posarci gli occhi almeno una volta all'anno. Non per una sorta di testimonianza civile, neppure per sentirmi "migliore" e, lo dico sinceramente, nemmeno per ricordare una figura gigantesca ed eroica della nostra storia.
Rileggo spesso qualche pagina di "Cose di Cosa nostra" perchè mi è infinitamente utile.
Mi aiuta a ricordare la mia dimensione, quando l'ego monta inopportunamente; mi aiuta a comprendere che si può giudicare anche fermamente senza per questo perdere una dimensione umana; mi aiuta a evitare i luoghi comuni, i pregiudizi a tutti i costi, e a cercare di non scordarsi mai che ogni uomo è una storia.
Poi, come per tutte le cose umane, l'effetto può svanire nel tempo. Ma per qualche minuto, ora o giorno, provo a imparare "a riconoscere l'umanità anche nell'essere apparentemente peggiore; ad avere un rispetto reale, non solo formale per le altrui opinioni". E' la mia citazione preferita.
"(...) la mafia, al pari dei siciliani, si sente ferita dal disinteresse dello Stato e dagli errori perpetrati dalle istituzioni a danno dell'isola. E quanto più lo Stato si disinteresserà della Sicilia e le istituzioni faranno marcia indietro, tanto più aumenterà il potere dell'organizzazione."
Lui non voleva essere chiamato eroe. Si definiva un semplice servitore dello Stato. Ai nostri occhi, però, appare molto più di un eroe: un santo, un martire, un umile soldato.
"Cose di Cosa Nostra" è un'illuminazione.
Non ci sono parole che non siano state dette per celebrare la memoria di Giovanni Falcone, quindi, ancora una volta, grazie di tutto.
“Invidiato, attaccato, abbandonato dalla maggioranza dei suoi colleghi, non aveva altra scelta se non quella di prendere il pubblico a testimone. Scrivere un libro era l'ultima carta che potesse giocare contro la cecità della politica, del CSM, degli altri giudici. Rivolgersi all'opinione pubblica fu dunque il suo ultimo tentativo per rialzare la testa.”
Sono le parole sincere e dirette della giornalista francese Marcelle Padovani ad offrire al lettore un quadro chiaro del magistrato Giovanni Falcone agli inizi del 1991, quando ancora tredici mesi lo separavano dall'alba di quel fatidico 23 Maggio 1992. Un uomo “allegro, pieno di humour e di gioia di vivere, che le difficoltà della vita non avevano reso né inquieto né angosciato”. Un uomo che si è aggrappato con ogni fibra del proprio corpo alla certezza della vittoria finale; una vittoria a cui, in cuor suo, sapeva che non avrebbe mai assistito, ma alla quale non ha mai rinunciato. Una vittoria che, se mai dovesse arrivare, avrà visto in lui e nella sua instancabile lotta uno dei suoi protagonisti fondamentali. Quando a Capaci fu perpetrata una delle più tristi stragi che il nostro Paese annoveri tra le pagine della propria storia, io ancora galleggiavo nell'etere dell'universo dei Futuri Nascituri, sospinta qua e là da forze ignote e capricciose, e solo tre anni dopo avrei fatto il mio ingresso tra le luci e le ombre di un mondo sempre più ostile e spregiudicato. Ho trascorso buona parte dei miei diciassette anni beatamente ignorando i particolari relativi all'uccisione del magistrato Falcone, nonché il ruolo che la mafia siciliana, vale a dire Cosa Nostra, ha ricoperto e continua a ricoprire nella politica e nell'economia del nostro Paese. Incontri organizzati presso scuole e università, approfondimenti su richiesta degli insegnanti, accenni inseriti qua e là tra una spiegazione di storia e l'altra avevano solleticato appena la mia attenzione; talvolta attratta da una strada intitolata all'integerrimo eroe, da servizi televisivi realizzati in suo onore, ma mai colta da un genuino interesse che mi spingesse ad afferrare un manuale di storia contemporanea, a ficcarci dentro il naso e a comprendere il perché di tanta importanza, il perché dell'indignazione e delle lacrime. E poi eccolo, lui, proprio lui, il magistrato Giovanni Falcone, si è improvvisamente accomodato dall'altra parte della cattedra, ha fissato il suo sguardo bonario nel mio e ha colmato da sé quella sconfinata lacuna di cui non avevo mai, prima di allora, voluto occuparmi. Ho ascoltato pazientemente le sue parole, imparando e condividendo emozioni che erano lì, nascoste in qualche remoto angolo del mio corpo, pronte ad esplodere con la potenza di quegli stessi cinquanta candelotti che, il 21 giungo 1989, mancarono clamorosamente il proprio obiettivo. Indignazione, furore, sconcerto: erano lì, aspettavano solo di essere stimolati. Le parole di Falcone, per me che non ho avuto la possibilità di conoscere e di vivere gli anni del maxiprocesso, dell'improvvisa crescita del fenomeno del pentitismo, della lotta e delle iniziative del defunto magistrato, hanno messo in funzione un meccanismo dapprima sconosciuto, ne hanno lubrificato gli ingranaggi troppo arrugginiti, rendendoli pronti a scorrere l'uno sull'altro con rapidità, in una corsa incessante e tumultuosa. Hanno colmato una lacuna e apportato delle correzioni laddove erano state recepite informazioni errate, hanno dipinto un ritratto inaspettato della Sicilia e dei suoi abitanti, di Cosa Nostra, dei suoi membri e dei suoi rituali, della singolare e brutale violenza alla base delle organizzazioni mafiose, dell'omertà, della connivenza, dei messaggi e delle minacce. Un universo parallelo a quello in cui noi viviamo, un mondo che ci siamo illusi non esistesse, e che invece sottopone i propri membri ad un lavoro frenetico per restare al passo con i tempi, per adattare i propri valori arcaici al rapido evolversi della società nell'era della globalizzazione. Non dobbiamo cadere in errore e credere che l'universo mafioso sia popolato da sciocchi trogloditi alle prese con stragi sanguinolente e silenziosi strangolamenti: no, quello della mafia è un mondo perfettamente organizzato, in cui nonostante l'assenza di un codice scritto di leggi, massima è la devozione con cui i suoi membri adempiono ai propri doveri; solo col sangue si può entrare a far parte di un sistema come quello di Cosa Nostra, capace di rivoluzionarsi continuamente eppure di rimanere sempre uguale a se stesso. E solo col sangue se ne può uscire.
La struttura scelta da Marcelle Padovani per organizzare le interviste, e offrirle al lettore nel modo più chiaro possibile, è certamente di grande efficienza. Sei gli argomenti su cui la giornalista e il magistrato hanno focalizzato la propria attenzione: partendo dal cerchio della violenza, una larga spirale densa di aneddoti e delucidazioni teoriche si stringe sempre più, fino a raggiungere il problema che sta alla base del discorso del magistrato: i sordidi rapporti che collegano le organizzazioni mafiose allo Stato. D'altronde, come sottolinea Falcone in un interessantissimo passo, “come evitare di parlare di Stato quando si parla di mafia?”. E, in modo particolare, come dobbiamo parlarne? Dobbiamo parlare di un sistema efficiente e logicamente organizzato che si è impegnato e continua a nobilitarsi nel tentativo di uccidere la mafia, o di un sistema i cui membri non hanno voluto accettare la realtà dei fatti e che, bendandosi gli occhi timorosi, hanno di fatto incrementato la potenza di Cosa Nostra? Non è forse vero che, nel corso degli anni '70, le forze dell'ordine e la magistratura, concentrando la propria attenzione e i propri sforzi nella lotta contro le Brigate rosse, hanno lasciato che prendesse il via il traffico di droga e stupefacenti dei clan locali e che la mafia si evolvesse nella straordinaria potenza che è oggi? Allora si avevano tutte le carte in tavola, tutte le informazioni necessarie per capire ed eliminare Cosa Nostra, ma ci siam fatti sfuggire l'occasione. Un'irripetibile occasione. Ma non è solo dal mancato impegno da parte dello Stato che nasce l'indignazione di Falcone: scaturisce piuttosto da una serie di elementi che hanno ostacolato la lotta antimafia e che hanno rischiato di ridurre ad un mero assembramento di polvere e cenere tutto ciò che di buono era stato fatto fino ad allora. Schierarsi a lato di pentiti mafiosi non è certo ciò che si definirebbe un'azione usuale per un magistrato... beh, per un magistrato qualunque. Ma non per Giovanni Falcone. Accettare la mafia come espressione del puro bisogno di ordine e combatterla in quanto tale, trasformare interrogatori di potenti boss in lezioni di vita, afferrare e comprendere quel senso di essere sempre ad un passo dalla morte che è proprio dell'uomo d'onore e, di conseguenza, la volontà di non lasciarsi sfuggire nulla, ma di raccogliere anche le più piccole e insignificanti briciole. Comprendere, rispettare l'imputato che siede dall'altra parte del tavolo, ricordando tuttavia che si è pagati dallo Stato per punire dei criminali, e non per farsi degli amici: apertura al dialogo, ma mai alla compassione. Sotto questo punto di vista Giovanni Falcone mi ha, in un certo qual modo, ricordato Dante alle prese con la tragicità della vicenda di Paolo e Francesca nel V canto dell'Inferno: versi pervasi da un senso di pietà e di compassione che, tuttavia, non devono esser ricondotti ad un'improbabile volontà dell'Alighieri di giustificare il comportamento dei due dannati, altrimenti non sarebbero certo stati collocati nel secondo cerchio del cono infernale. No, la drammaticità del canto deriva da un'obiettiva e tragica constatazione di Dante: l'umana dignità di Francesca si è macchiata nel momento in cui ha ceduto al peccato che ha segnato la sua sorte eterna. Allo stesso modo le parole di Falcone risultano, talvolta, bagnate di pietà e di compassione nei confronti del colpevole: ma è una pietà che nasce dalla sua esperienza, dal suo esser venuto direttamente a contatto con l'ambiente mafioso, dall'aver conosciuto i sentimenti che guidano un uomo d'onore nel compiere un attentato. Il mafioso è un uomo intelligente e razionale che, tuttavia, ha commesso l'errore di subordinare tale intelligenza alla fama di potere e di denaro: Falcone compiange quest'errore, se ne rammarica profondamente, chiedendosi talvolta “perché mai degli uomini come gli altri, alcuni dotati di autentiche qualità intellettuali, sono costretti a inventarsi un'attività criminale per sopravvivere con dignità.” Un magistrato d'eccezione, questo Giovanni Falcone, un uomo che ha imparato e ha cercato di insegnare agli altri quanto sia difficile estirpare la mafia da un territorio in cui, per ogni boss che viene catturato, ce n'è sempre un altro, ancor più crudele e spietato, pronto a prenderne il posto. Difficile, ma non impossibile. Disse infatti in una celebre intervista: “La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine.” Chissà, quel maledetto 23 Maggio 1992, Cosa Nostra avrà pensato di aver sconfitto Falcone e di aver assicurato a doppia mandata la questione della propria invincibilità. Avrà creduto di aver trionfato, di aver suggellato la propria imbattibilità. Ma finché giovani della mia età continueranno ad interessarsi alle parole di questo magistrato, alla sua lotta e all'ignominia della sua uccisione, finché volantini recanti la scritta 'Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe' continueranno a circolare tra le strade delle città italiane, finché l'indignazione continuerà ad avere la meglio sulla rassegnazione, finché l'onore e l'orgoglio continueranno a resistere alla sete di potere e di denaro, ecco, fino ad allora, saremo noi ad essere invincibili.
“Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.” - Giovanni Falcone.
“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.” Scritto a 4 mani nel 1991, è l’unico libro di Giovanni Falcone, l’estremo tentativo di un Magistrato (che mai avrebbe cercato la ribalta per rafforzare le sue tesi) di aprire gli occhi all’opinione pubblica su cosa è, e come opera l’organizzazione criminale per eccellenza. Quella di cui tutti parlano senza cognizione di causa. Quella che se la “combatti” fa curriculum. Dopo Giovanni Falcone, ovviamente.
Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere. - Giovanni Falcone
Pur ventotto anni dopo la morte del giudice Falcone, resta un saggio prezioso nella comprensione del fenomeno mafioso e sull'importanza della lotta infaticabile contro esso. Il finale è tragicamente profetico più che propiziatorio.
Falcone conosce(va) la mentalità mafiosa, così bene da rispettarla. Un rispetto che nasce dalla capacità di capire questo temibile nemico e soprattutto impenetrabile, il cui senso dell'onore, però, lo rende accessibile per vie traverse.
Falcone nasce in Sicilia, la vive e la respira, sa che la Mafia non esiste è un pericoloso, per quanto umano, atteggiamento autoconservativo ma ancor di più autodistruttivo. Sa che in Sicilia le parole non dette hanno un peso maggiore di quelle dette, sono azione silenziosa.
Con la sua onestà intellettuale e umana, riesce a essere riconosciuto uomo d'onore da molti mafiosi, un onore formalmente uguale ma profondamente diverso, schierato sul versante opposto a quello di Cosa Nostra. Due nemici che si rispettano, insomma, ed è grazie a questo aspetto così apparentemente 'assurdo' che il giudice trova la chiave giusta per dialogare apertamente con i pentiti e ottenere testimonianze attendibili, sempre verificate e mai date per scontate.
Non so quanti possano riuscire a capire, i delitti e il sangue delle stragi mafiose sono ancora nei nostri occhi, provocano reazioni che poco hanno a che fare con il rispetto. Invece Falcone ce l'aveva, e grazie a esso è riuscito ad avvicinare e a rendere più chiari i meccanismi strategici dell'organizzazione mafiosa, credeva in questo tipo di lavoro, credeva nella forza che deve avere lo Stato.
Poi il 23 maggio 1992 l'hanno fatto saltare in aria con 1000 chili di tritolo.
La prima edizione di questo libro risale al 1991 ed è sorprendente constatare la lucidità d'analisi e l'attualità che ancora oggi si possono riscontrare leggendo le riflessioni di Giovanni Falcone. Un libro illuminante, una lettura doverosa. Impeccabile.
Libriccino che sia per stile colloquiale ma sempre chiaro e lucido e, soprattutto, per contenuto, andrebbe letto da chiunque. Con la lucidità data dalla lunga esperienza (definita quasi monacale per il rigore e la serietà) Giovanni Falcone ripercorre tratti della sua carriera e della sua lunga lotta alla mafia. Il suo grande merito (nel libro intendo, nella vita è inutile sottolinearlo!) è lo sforzo di fare piazza pulita di molti luoghi comuni e pregiudizi che la società italiana e non aveva e ha sulla mafia.
Ad esempio l'uso della violenza, che non è quasi mai fine a se stessa, ma risponde sempre ad una logica spietata ma razionale (Falcone, sulla scia di Sciascia, definisce i mafiosi come dei "cartesiani assoluti"); la mafia che s'adatta e prolifera.
Falcone si scaglia anche contro la credenza che sarà sufficiente cambiare la situazione socioeconomica dell'isola per sconfiggere la mafia. Falso, dice Falcone. La mafia non affonda il suo potere nella povertà, ma in specifiche situazioni sociali e mentali della Sicilia; va sconfitta sul campo, con determinazione e mezzi da parte dello Stato. La sconfitta della Mafia deve precedere lo sviluppo civile della Sicilia e NON il contrario.
Libro corto ma denso di contenuti nonché di profezie (il libro è del 1991) avveratesi di lì a poco che è inutile ricordare. Andrebbe letto nelle scuole.
Questo libro raccoglie e riorganizza una ventina di interviste che il dr. Falcone rilasciò a Marcelle Padovani. Una riorganizzazione per temi, che chiarisce la visione che Falcone e con lui il pool antimafia aveva del fenomeno mafioso siciliano. Ho letto la seconda edizione, quella del 1995, mentre la prima edizione uscì con il giudice ancora in vita. Due cose spiccano: la prima è come persino io, che vanto una ottima memoria, dopo 30 anni abbia scordato certi eventi, certi particolari, legati ad un periodo ben preciso e per altro ricco di ricordi della mia vita. Ricordo compagni d'università che sostenevano che la mafia non esisteva, che era tutta una montatura. Ricordo feroci discussioni finite con insulti tra ragazzi e ragazze su questo argomento, tutte precedenti l'epoca degli attentati di mafia iniziate appunto con quella di Capaci, che costò la vita a Falcone ed alla sua scorta. Dopo, ben pochi rimasero sulle loro idee sbagliate. La seconda cosa è la chiara identificazione da parte di Falcone di questa sub-cultura che in fondo è l'anima del fenomeno mafioso in generale e di Cosa Nostra in particolare: è una sub-cultura improntata sulla morte e sul potere, sulla morte per affermare il proprio potere, sull'affrontare la morte e dare la morte. Niente altro se non morte.
Più di qualsiasi considerazione personale parlano le parole di Falcone che chiudono il libro: ”Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.
Un libro breve ma dal peso specifico elevatissimo, un profondo insegnamento sul fenomeno mafioso siciliano, sulle sue modalità di azione, sui suoi rapporti con la popolazione civile e con la mentalità siciliana e sui suoi intrecci con il potere politico. Se ripercorrere le acute riflessioni di un esemplare magistrato e servitore dello Stato è da un lato avvincente, dall’altro è avvilente scorgere a posteriori nelle sue parole una macabra, ma pur sempre lucida e cosciente, profezia.
Dritto al punto e smontato parola per parole il mito della mafia, che altro puoi dirgli? Ci servirebbe ora questa freddezza analitica e capacità di ragionamento puramente oggettiva sinceramente
Si tratta di alcune interviste elaborate in maniera da formare sei discorsi molto organici. A parte l’oggettivo brivido, l’emozione e la tristezza nel leggere cose scritte in prima persona - al presente - dal giudice che sarebbe stato ucciso pochi mesi dopo, colpisce l’estrema innovatività di pensiero e metodo.
Falcone non pensava come me o la gente comune. Ragionava in maniera differente dallo standard dell’uomo di Stato e dall’italiano medio che non conosce l’ambiente mafioso (e quello siciliano in generale).
Il giudice era vissuto e si era formato a Palermo, conosceva la realtà permeata da una mentalità antica e autoperpetrante. Quindi arrivò sulla scena introducendo un diverso metodo di comunicazione con gli uomini d’onore, in particolare con i pentiti. Un sistema che all’esterno non veniva capito e spesso non piaceva, eppure portava risultati effettivi. Leggere le sue idee cambia la prospettiva, è strano immaginare di parlare con rispetto a un uomo che io considererei semplicemente un assassino, eppure questi erano gli unici metodi e codici di comunicazione validi. Falcone non perse mai di vista il suo ruolo e quello dello Stato, seppe però introdurre elementi di cultura e di apertura mentale che furono le vere chiavi del suo successo.
L’altra lezione che ne traggo è sull’etica del lavoro, l’assoluta serietà nello svolgere le ricerche e i propri compiti con dedizione, capacità di autocritica e determinazione. Quando il magistrato rinuncia a seguire alcune tracce e a perseguire determinati sospetti perché sa che il processo verso di loro fallirà, rivolgendo gli sforzi e la concentrazione solo sulle azioni che veramente potranno fare la differenza, fa un’opera di grande umiltà e mette in atto una concretezza ammirevole, una consapevolezza che va emulata.
Perché non siamo ancora riusciti a debellare la mafia?, gli chiesero. “Cosa Nostra ha la forza di una chiesa e le sue azioni sono frutto di una ideologia e di una subcultura”, rispose. Questa conoscenza e avvedutezza riguardo alla realtà sociale della sua terra lo rese speciale e così significativo.
Direi subito che ha due difetti principali, dati peraltro dalla natura stessa di intervista da cui il libro nasce: il primo è ovviamente che si tratta di una fotografia della situazione di Cosa Nostra nel 1991, quindi oramai di quasi trent'anni fa, prima della caduta di Riina e poi di Provenzano, e ovviamente prima della morte dello stesso Falcone; il secondo è che si tratta di una trattazione articolata in sei capitoli che sono stati "arrangiati" grosso modo tematicamente da venti interviste che la giornalista fece al magistrato; da qui un andamento dell'esposizione un po' desultorio e quasi più da diario o "memoriale" che da saggio, quindi non ci si aspetti una trattazione sistematica... Detto questo, si tratta ovviamente di una lettura imprescindibile per chi si interessa di mafia: è corto, molto avvincente, e Falcone abbina a una profondissima conoscenza dell'argomento (ok che era il suo lavoro, ma l'agilità con cui riferisce aneddoti precisissimi per nomi e date sorprende se si pensa - almeno, per come immagino io - che li esponesse a braccio) anche una retorica affabulatoria, mai sofisticata ma sempre semplice e chiara, da persona che "dice cose" perché sa per esperienza che parlando di mafia sono i fatti che contano. Sono altresì interessantissime (oltre che ovviamente preziose per chi se ne occupa) le sue osservazioni da attento indagatore non solo del fenomeno mafioso ma anche del lato psicologico della mafia, dal punto di vista sia delle radici culturali del fenomeno, sia dei mafiosi come singole persone.
Even though I enjoyed the information that Falcone has managed to collect about the Cosa Nostra during all his years as a judge I feel like the author didn’t do the material justice. The language is flat and in some cases the choice of words has no logic behind it. Maybe this has to do with bad translation. The way the author chose to write this book was not optimal and I must say I’m disappointed and relieved the book wasn’t longer than it was.
Este libro nos sumerge en la realidad de la mafia italiana, concretamente de la Cosa Nostra, gracias a la voz de Giovanni Falcone, uno de los jueces más importantes en la lucha contra la criminalidad de esta organización.
Estas páginas de mirada crítica se encuentran organizadas según diversos núcleos a tratar, como la violencia de la Cosa Nostra o su contigüidad. Toda la información te permite crear una imagen global de la mafia y sus características fundamentales, que en muchas ocasiones son retratadas erróneamente en el séptimo arte.
Lo mejor de este libro son las anécdotas que los “arrepentidos” confesaron a Falcone y que él cuenta con familiaridad, sin uso de tecnicismos ni terminología que aleje a los menos conocedores de lo verdaderamente relevante: la idea de que la Cosa Nostra se sustenta en unas bases firmes y que su erradicación es extremadamente complicada sin los avances y la actualización necesaria.
Puede ser complicado recordar nombres, ya que incluye una gran cantidad. Aun así, las notas del autor, Marcelle Padovani, son del todo esclarecedoras y se agradecen. Creo que es un buen libro para personas que, al igual que yo, no tengan mucho contacto con la cara más sincera de este mundo envuelto en ilegalidades.
Por lo tanto, si quieres saber más sobre la mafia italiana y, sobre todo, sobre la Cosa Nostra, déjate guiar por el experto Falcone.
Ese final desgarrador: qué no hicieron otros, dicen, y acabó alcanzándole a él; esa persistencia del mal. Un santo cívico, de la innegociable defensa del Estado. Es nombre de aeropuerto, es mural en los colegios, una eternidad de valores.
Libro perfetto per approfondire il mondo della mafia (Cosa Nostra). Falcone descrive con chiarezza i meccanismi alla base delle organizzazioni mafiose ed emerge la profondità delle conoscenze che aveva accumulato durante la sua carriera. Falcone rappresenta un mito per me, quindi sarò anche di parte, ma questo libro è veramente tanto interessante e formativo. Consiglio a chiunque voglia avvicinarsi a questo tema.
I siciliani sono diffidenti per natura. Da Pirandello a Sciascia, morte, solitudine e pessimismo sono i temi della letteratura siciliana. Quasi fosse un paese che ha vissuto troppo e di colpo si sente stanco. Siamo lontani miglia dalle tipiche effusioni meridionali.
I colloqui tra Falcone e i pentiti sono segnali da decifrare, inflessioni di voce, discrezione ma soprattutto rispetto per chi respira la stessa aria di cui si nutre.
Non si maschera da imprenditore. Il mafioso è un imprenditore. Per @robertomercadini è una tenia. Si alimenta dallo stato, si adatta ad esso in modo incredibilmente agile, duttile e pragmatico. Sempre diversa e sempre uguale a se stessa.
Apparente sottomissione, fedeltà alle tradizioni, affetto per i figli, pudore tra gli sposi, deferenza ipocrita e orgoglio delirante a unire gli uomini d’onore. Non sono diabolici né schizofrenici.
Impermeabile allo stato, indifferente allo sviluppo, Cosa Nostra è estremamente lucida, consapevole della precarietà di ogni istante, estremamente flessibile. “Abbassati giunco che passa la piena”.
Non è frutto abnorme del sottosviluppo. A volte articolazione del potere, a volte antitesi dello stato dominante. Un alibi.
Ma non è un’idra a sette teste, una piovra o un cancro, è un fenomeno umano. “Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia”. Ha dimostrato la sua vulnerabilità anche davanti ad uno stato dilettante. - - - #giovannifalcone#cosedicosanostra#marcellepadovani#paoloborsellino#cosanostra#mafia#librisullamafia#libriantimafiosi#libera#donluigiciotti#criminalitàorganizzata#burrizzoli#libriattualita#palermo#lapostaingioco#leonardosciascia#liberapiemonte #letture#lettureconsigliate#bookstagram#instabooks#libridaleggere#librisuilibri#leggere#bookaesthetic#bookstagramitalia#bookwarm#booksandcoffe#bookphotography
I am Sicilian. This book hurts. Hurts because Falcone says all the things about the mafia reality that you knew way before being an adult; some things people said to me that weren't true; some others even said that mafia don't exist. And then you see the heroic magistrate confirming the structure of sicilian mentality, but this book gives you in less than 200 pages a general view of how mafia affects the life of this beautiful but unfortunate island. But mafia don't influence just this land; it has affected Italy, Europe and the whole world. It is a cancer, it is composed by smart, devote to God and devilish people, who someone say that have a concern about the way of people live, but their real and only concern is about their own thirst of money and vane and empty power. Vane and empty because you can tell after reading this book, but also if you just know mafia reality, that this savage people won't have the time, the freedom and the capacity of living of their money. They are prisoners in this organization, an evil and mastodontic monster that will chew any member who goes against another. Falcone was respectful even towards the people that in the end decided to kill him in the unconsiderate way they did. He was a soldier, a hero, someone who before his life, sacrificed his own freedom to fight for a future without mafia
Nella prefazione viene scritto che non vuole essere ne un testamento ne un tentativo di tenere la lezione e ancor meno di atteggiarsi a eroe. Ma questo libro è un testamento. Il dito è completamente puntato sullo Stato e si trapela anche una certa consapevolezza che qualcosa sta per finire: credo che Falcone si fosse accorto chiaramente di essere sotto attacco e decise di scrivere questo libro, di lasciare questa importantissima testimonianza, per raggruppare, molto sinteticamente, ma in modo preciso e raffinato, tutto ciò che sapeva e voleva far sapere. Mi sono emozionato tantissimo. Non ho mai letto niente di così forte, sono stato letteralmente trasportato davanti al Giudice, come se stessimo parlando io e lui. Quest’uomo ha dedicato l’intera vita al prossimo, senza mai dubitare, con spesso i colleghi e i politici contro, ma sempre convinto che la Mafia fosse il male peggiore del nostro Paese. Cosa per altro vera, chiara, palese agli occhi di chi vuole ammetterlo. GRAZIE GIOVANNI FALCONE, UOMO VERO.
Un libro del 1991, ma che (purtroppo) rimane molto attuale a distanza di 30 anni. Tanti dei problemi che evidenzia Falcone sono ancora oggi presenti, come allora, forse più di allora.
Molte delle informazioni che 30 anni fa furono scoperte sensazionali, oggi sono verità alla portata di tutti. A partire da come funziona davvero internamente Cosa Nostra finendo con i suoi legami con la politica. "La mafia che si fa Stato dove lo Stato è tragicamente assente (...), organizzazione criminale che usa e abusa i valori tradizionali siciliani". Purtroppo nonostante conosciamo a fondo la radice di questi problemi, quella cultura è ancora molto presente nonostante gli innumerevoli arresti degli ultimi anni e nonostante le battaglie perpetuate.
A few years ago while living in Sicily, after having read Midnight in Sicily, I wanted to get my hand on every other book about Cosa Nostra. I forgot I had this copy and, with the passing of time, read this with much less fever than I may have before. This book is basically divided into six chapters based on twenty conversations Padovani had with Falcone and first published in 1992, the same year Falcone was assassinated. It is still an intriguing read twenty years later from the point of view of a man who devoted his entire professional life to fighting the mafia. Some may find it dated especially with the publication of newer works like Gomorrah by Roberto Saviano.
Non è semplice recensire questo libro. Significherebbe recensire Giovanni Falcone. E di sicuro non spetta a me farlo.
Posso solo dire che non è una lettura da spiaggia o una lettura per il rilassamento: durante queste 20 interviste, mente e corpo devono essere connessi per cercare di capire tutto quello che Falcone voleva dirci della mafia. La vecchia mafia. Quella che smette di esistere con il suo assassinio.