Pubblicato nel 1982, in Italia uscì nel 1984, due anni prima del disastro di Černobyl' e a meno di dieci anni dalla dissoluzione dell'impero sovietico, opera di due studiosi russi dissidenti ed emigrati in Occidente. Quando lo lessi nel 1984 ancora nulla lasciava presagire dell'imminente crollo (almeno per i non specialisti). Era però una struttura sclerotizzata, burocratizzata e inefficiente, governata da una gerontocrazia i cui membri si ammalavano e morivano di raffreddore, che mostrava la corda ed aveva esaurito tutta la spinta propulsiva della rivoluzione e dello stalinismo. Si reggeva sulla repressione interna fortissima, anche se non più sanguinaria, su un'ideologia dogmatica che non diceva più niente nessuno, e soprattutto sulla menzogna elevata a sistema (ideologia=menzogna, ricordate Marx?). Černobyl' sarà il prodotto finale e disastroso della menzogna elevata a sistema (Satana è il padre della menzogna, in lui non c'è mai stata verità alcuna). Dimenticavo: l'Armata Rossa e le testate nucleari; ma già da lì a qualche anno sarà piegata dai mujaheddin afghani e il gen. Gromov per ultimo chiuderà la ritirata sul ponte sull'Amu Darya. Ma tutto questo nel libro naturalmente non c'è, e non ci poteva essere. C'è invece uno studio e una riflessione profonda su ciò che significò e comportò la rivoluzione, il leninismo e lo stalinismo, di cui si poteva dare già da allora un bilancio: valeva la pena far tutto quel putiferio, quelle montagne di morti, quel delirio economico e sociologico, quell'acme di cattiveria, malvagità, superbia?
Beh, ognuno se la dà da sé la risposta.