Silloge poetica dell’autrice vincitrice del Premio Internazionale di Poesia “I versi non scritti…” 2019. Raccolta di componimenti scritti fra il 2011 e il 2019.
“…Una silloge che affronta tematiche che solo apparentemente possono sembrare di nicchia ma che sono di una stringente attualità e, in realtà, ci riguardano tutti, in primo luogo come cittadini. Fra queste pagine troverete un felice connubio fra le immagini evocative e la parola, intesa come ricerca della verità. Connubio che attraversa ogni singolo verso con forza e, al tempo stesso, con singolare delicatezza…“ (Michele Docimo)
”Le ferite di ieri/sono le cicatrici di oggi” - “La pelle non dimentica” (2011) –
Ce lo siamo detti tante volte: la Letteratura, in tutte le sue forme, è spesso una questione di sguardi. Ci penso subito nel prendere in mano questa silloge della poetessa Laura Vargiu. Ci penso, osservando la foto di copertina ...
Un muro alle spalle, dei volti di bambini ed adolescenti il cui sguardo è attirato da qualcosa che va oltre l’obiettivo.
Sono le nuove generazioni di un imprecisato paese arabo. Cosa fanno? Aspettano? Osservano o ascoltano parole? E’ un’immagine in bianco e nero ma io ne vedo i colori e (addirittura) mi arrivano i profumi della cucina speziata, il vociare di un souk... Ma ecco che penso alla differenza degli sguardi. Altri, in questa immagine, potrebbero vedere solo tonalità grigie, potrebbero storcere il naso...
Non è un caso che io faccia tali considerazioni volendo raccontarvi le poesie raccolte in questo volume. Non è un caso perché la penna, lo sguardo, l’orecchio, l’anima di Laura Vargiu sono rivolte proprio a questo tipo di pensiero che esce dai confini dell’IO e si apre sul mondo.
La silloge si apre con ” I cieli di Betlemme (testo che ha vinto il primo posto alla XXVII° edizione del premio “La Mole” di Torino nel 2013). Una visione aerea s’una terra di contraddizioni tra il fasto delle chiese e le pozze di sangue: ,Cieli di odio e paura e antichi pianti che si rinnovano (...) Cieli di villaggi perduti, macerie di memorie e diaspore nuove
La disperazione dei popoli calpestati dalla follia delle guerre e l’indifferenza di tutto il resto del mondo; il Mediterraneo amico/nemico, speranza e disperazione delle madri che non possono rassegnarsi alla perdita. Laura osserva, ascolta, partecipa alla sofferenza di chi è messo ai margini da un mondo che non vuole guardare e non vuole vedere.
Una sensibilità storico-sociale che comprende anche la propria terra, la maestosa Sardegna. Così come nella poesia “Rockwoll- Illusione di una vecchia terra di miniera”, dove si parla del lavoro negato. L’azienda danese Rockwoll, nel 2019, infatti, chiuse i battenti provocando le proteste dei lavoratori. Promesse non rispettate (parole inascoltate) che gettano nella disperazione le famiglie che chiedono solo la dignità del lavoro.
Poi lo sguardo si volta alla Francia con Bataclan; un componimento tanto fulmineo quanto intenso:
Note recise d’improvviso disperse tra le fauci stridule e accese d’una notte di morte che l’uomo e il suo dio afona inghiotte
Un insieme di poesie che – come dice l’autrice in prefazione- rappresentano momenti personali evocano ricordi, suscitano emozioni.
Non fa rumore il pianto di un bambino, poesia che dà il titolo alla raccolta (e vincitrice della Terza edizione del Premio internazionale di Poesia “I versi non scritti...”) è dedicata al popolo yemenita. Una terra, quella dello Yemen, ...dov’è tramontata ormai l’alba/ e il vuoto nome di Dio riempie/ i crateri affamati delle bombe.. Immagini strazianti .
Attenzione non tutte le trentuno poesie (composte tra il 2011 ed oggi) sono di questo genere ma superano in quantità quelle più intime che sono poi delle splendide riflessioni emotive (cinque stelle alle immagini di “Alla stazione dei pensieri” e al tenero ricordo della nonna orfana di guerra in “Angelina”) o richiamano le figure mitologiche (”Persefone” /“Saffo”/ “Odisseo/ Medea) come tesoro di immagini da cui attingere anche per raccontare il mondo di oggi oppure, come in Damietta ci parla della Storia che ahinoi, non è stata infine gran maestra.
Impossibile parlare adeguatamente di tutte la raccolta. Impossibile ed ingiusto. “Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita” così ammoniva Alda Merini. Ed è vero! Scrivere e leggere poesia spesso è un’inspiegabile tormenta di emozioni ed una questione di sguardi.
”Anche la luce mutilata della luna in questo martirio d’ombre s’oscura come per dar anestetizzata requie alla sorda coscienza del mondo che distrattamente si risveglia ogni mattino senza che nel cuore faccia più rumore nemmeno il pianto di un bambino” -(2018)- Non fa rumore il pianto di un bambino
Laura Vargiu è una poetessa sarda. Per studi e vissuto personale conosce da vicino il mondo arabo che ama ma con occhio lucido, cantandone bellezza e contraddizioni.
Queste poesie, che rappresentano una silloge scelta dall'autrice stessa, guardano anche al passato, al mito classico sorgente di ogni narrazione, dove Saffo, Odisseo, Prometeo... diventano degli eroi moderni, o al mito autoctono dei Mamuthone sardi. Sono poesie con uno sguardo poetico che si amplifica, esce dalle strette vie dei propri io interiori (comunque meritevolissimi anche i suoi versi più personali) abbracciando umanità, spazi, luoghi, vicini e lontani. Mirano al Medio Oriente lacerato, cantando "i cieli di Gerusalemme riflessi nella vanità di cupole d'oro, cieli di rassegnazione e speranze sospese di un popolo", o l'incontro pacifico a Damietta tra San Francesco d'Assisi e il sultano d'Egitto dove cristiani e musulmani per la prima volta "dialogarono su l'Unico e l'Altissimo", la città siriana di Mosul e la sua distruzione, Damasco, lo Yemen, cantano le madri del Mediterraneo che si risvegliano ogni mattino laddove "il pianto di un bambino non fa rumore", poesie sui migranti, nell'accezione più ampia di questa abusata parola, perché siamo tutti "migranti impazienti e stanchi, in cerca di qualcosa o di qualcuno mortalmente affamati di futuro, tutti alla ricerca di fili di luce in mezzo a echi di guerra". Così parafrasando, ma con notevole riduzione di bellezza, alcuni dei versi che Laura compone, in una costruzione poetica mai banale, ma nemmeno inutilmente complessa, sempre aggraziata colta e armoniosa nelle sue architetture.
Alcune di queste liriche hanno ottenuto premi, ma al di là dei meritati riconoscimenti toccano la mente, il cuore e lo fanno vibrare con grande intensità.
Ho voluto chiudere quest’anno di letture con le poesie di Laura Vargiu. Le ho centellinate, contrariamente alle mie abitudini, nei momenti più bui di un 2020 che si è rivelato un incubo. Ho letto l’ultima pochi minuti fa. Non ho riposto il volume sullo scaffale. Lo terrò accanto, perché sotto i cieli e lungo il mare di Laura si ha voglia di tornare. Sono cieli di un azzurro che appare beffardo, mare la cui risacca risuona del silenzio di chi non vedrà mai la sua terra promessa e del pianto delle madri. Cieli sotto i quali alla bellezza delle chiese si accompagnano villaggi in macerie e i profumi sono sovrastati dall’odore del sangue. Anche il canto di Saffo ormai è muto, l’Oriente è in fiamme, la gente fugge in un migrare che ci accomuna tutti. Il vento sparge l’indifferenza crudele dei fortunati che le guerre considerano lontane e, soprattutto, problemi altrui. Gerusalemme, Damasco, Aleppo, Mosul, donne velate condannate all’invisibilità anche del loro dolore. C’è un mondo senza confini nelle poesie di Laura, un mondo di sofferenza e di bellezza. C’è la sua isola, dalla natura bella e selvaggia; c’è la sua stazione dei pensieri, di promesse che si affollano intrecciandosi a voci del passato; la voce della notte che tiene svegli; miti antichi. Emozioni, armonia e delicatezza, sguardo lucido e consapevole sull’orrore che ci svela in versi come coltellate, obbligandoci a prestare attenzione a quello che spesso è liquidato nel news ticker dei telegiornali, come nella poesia che dà il titolo alla silloge
Anche la luce mutilata della luna in questo martirio d’ombre s’oscura come per dar anestetizzata requie alla sorda coscienza del mondo che distrattamente si risveglia ogni mattino senza che nel cuore faccia più rumore nemmeno il pianto d‘un bambino.
Parto col nuovo anno, con questa raccolta di poesie, scritta da Laura negli ultimi 10 anni. Pur essendo un libricino di poche decine di pagine, le poesie qui esposte hanno una forza espositiva, evocativa e riflessiva, che raramente ho letto nella mia vita. Si va dalla povertà, alle guerre e conseguenti emigrazioni di massa, che con esse si portano dietro tutto un bagaglio di sofferenze, inimmaginabili a chi non n'è a conoscenza, poi le atroci violenze perpetrate alle donne, ai bambini senza futuro, ad interi popoli... Ma il tutto è ammantato da un (letteralmente) abbraccio, fatto di speranza, di voglia di riscatto, ma non violento, anzi un riscatto di pace, armonia, amore, condivisione e felicità! Straordinario, lo consiglio vivamente!
“…Una silloge che affronta tematiche che solo apparentemente possono sembrare di nicchia ma che sono di una stringente attualità e, in realtà, ci riguardano tutti, in primo luogo come cittadini. Fra queste pagine troverete un felice connubio fra le immagini evocative e la parola, intesa come ricerca della verità. Connubio che attraversa ogni singolo verso con forza e, al tempo stesso, con singolare delicatezza…“
“…Una silloge che affronta tematiche che solo apparentemente possono sembrare di nicchia ma che sono di una stringente attualità e, in realtà, ci riguardano tutti, in primo luogo come cittadini. Fra queste pagine troverete un felice connubio fra le immagini evocative e la parola, intesa come ricerca della verità. Connubio che attraversa ogni singolo verso con forza e, al tempo stesso, con singolare delicatezza…”