Chi è la persona che ogni mattina incontriamo allo specchio? Quanto ci riconosciamo nel nostro sguardo e quanto ci vorremmo diversi da come siamo?
Nel 2019 Niccolò ha diciotto anni e una storia famigliare complicata, per lui è impossibile non scorgere sul proprio volto le tracce del passato dei genitori. L'arroganza e la crudeltà con cui agisce lo aiutano a sentirsi libero, ma forse non fanno che spingerlo sempre più in un destino già quello del padre, Riccardo. Riccardo ha trentasei anni ed è un uomo al capolinea che vorrebbe il perdono del figlio. In auto, i due andranno verso Sud, verso Camporotondo, dove tutto ha avuto inizio diciannove anni prima. Lungo la strada Niccolò cercherà il significato del proprio passato, Riccardo la redenzione. Estate 2000: Teresa è un'adolescente che vive male, soffocata tra una madre incattivita dall'infelicità, un padre depresso e coetanee alle quali crede di doversi uniformare pur sentendosi lontana dai loro interessi e desideri. Quando, in vacanza a Camporotondo coi genitori, incontra Riccardo, diciottenne bellissimo e feroce, capisce che lui sarà il suo salvatore e insieme il suo carnefice.
Cieli in fiamme è un romanzo potente, in cui la generazione dei figli guarda i genitori e li scopre inadeguati, adolescenti loro stessi, una visione dura ma nient'affatto priva di pietas. Pur così giovane, Mattia Insolia ha una poetica, la determinazione di esplorare la confusione, le contraddizioni, il furore, la vitalità di due genitori e figli. Nella sua scrittura convivono in maniera originale ed esplosiva un'essenza antica, un passo da tragedia, e una sensibilità totalmente contemporanea, vicina al miglior cinema di questi anni. Il romanzo d'esordio di Insolia, Gli affamati, è uscito con Ponte alle Grazie nel 2020 ed è stato proposto al premio Strega. Accolto con entusiasmo dagli scrittori e dalla critica, che ne hanno sottolineato la voce unica.
Mattia Insolia è nato a Catania nel 1995. Si è laureato in Lettere alla Sapienza di Roma con una tesi sul movimento letterario dei Cannibali. Ha scritto alcuni racconti poi inclusi in raccolte antologiche. Collabora con "7", il settimanale del "Corriere della Sera", "Domani" e "L'Indiependente". Il suo primo romanzo è Gli affamati, pubblicato nel 2020 da Ponte alle Grazie e tradotto in Germania.
Non so se abbia io un'avversione verso i libri "moderni", di questi ultimi anni, ma questa tipologia di romanzo non la comprendo e non la tollero. Nei libri alcune frasi non vorrei vederle, e non mi riferisco ai dialoghi perché nei dialoghi accetto tutto o anche nelle riflessioni introspettive in prima persona ma con un narratore onnisciente certe cose non puoi scrivermele. "Un panorama scemo", "addominali da grattugiarci il formaggio", "i suoi colazionavano", "stesa sul letto come una cagna che aveva preso solo botte". Mi dispiace ma non condivido questo tipo di scelta stilistica, capisco che si voglia far immedesimare con dei personaggi giovani, che provengono da quartieri popolari e disagiati ma nello stile della narrazione usare alcune espressioni per me resta inconcepibile. Io apprezzo lo stile crudo e volgare ma che abbia un senso, una sua logica, qui è macchinoso, esagerato e appare proprio mal concepito. La trama tratta di due adolescenti disfunzionali, Teresa e Niccolò, su due archi temporali separati, capiremo nel corso del romanzo cosa hanno in comune. Onestamente niente di nuovo o eclatante. Sono contenta per chi riesce a emozionarsi per questa tipologia di storia, forse non fa per me che leggevo già 10 anni fa libri come "La solitudine dei numeri primi" (nemmeno quello mi era piaciuto ahahah).
Che immondizia di scrittura. "un libro schifo", lo descriverebbe Insolia. Storia banale, metafore da quindicenne, termini inventati. Gli addominali come sono? Scolpiti. Il motore come faceva? Rombava. L'uccello com'era? Duro. La ragazza? Sgambettava. L'alcool? Schifo. La festa schifo. La casa schifo. Guardate come sono trasgry, scrivo di cazzo sborra piscio merda coca pippotti seghe e metto in scena rabbia, sesso, risse, pestaggi, alcool e banalità. Dopo aver letto "colazionare" e "petaloso", poi, sono esplosa in una grassa risata e ho iniziato a saltare le pagine due a due verso la scontatissima e mielosa conclusione. Letteratura schifo. Un perfetto prodotto volta pagina, titolo che non c'entra una mazza, che ancora una volta mi ha ricordato perché non leggo scrittori italiani. Ora dovrò sciacquarmi gli occhi con uno scrittore serio, possibilmente non italiano.
Mollato perché - e ancora ci penso - non so se mi abbia fatto più orrore la scrittura da “oh ho letto Enrico Brizzi e ora ti faccio vedere che so scrivere come i ggggiovani pure io” (“rifocillò il portafoglio di 300 euro. Si fumò una sizza”) o i personaggi macchiettistici, la madre di Teresa che la strega di Biancaneve le fa una pippa con i piedi sopra ogni altro. Se proprio vogliamo trovare un lato positivo, difficilmente leggerò una cacata simile quest’anno.
Un romanzo in cui i personaggi sono caricature e la violenza non si capisce da dove salti fuori. La madre di Teresa è completamente pazza, un concentrato mostruoso di rabbia e botte, ma non ci viene mai spiegato davvero perché sia diventata così, non con il dovuto approfondimento, e la stessa cosa vale per il padre, che a quanto pare non ha volontà né pensieri autonomi né spina dorsale. Per non parlare di Riccardo! Perché fa quello che fa? Ha dei traumi alle spalle? Un disturbo comportamentale? Non lo sapremo mai. L'unica con cui ho empatizzato è stata Teresa, la quale nel suo essere circondata da casi umani di ogni genere mi ha fatto pena, poveretta.
La grande rivelazione si intuisce da pagina due. Fra l'altro, la cosa che mi ha fatto davvero arrabbiare è che nell'ultimo capitolo si cerca quasi di spingere il lettore a provare compassione per un certo personaggio che ha fatto una certa cosa abominevole, fra l'altro senza subire nessuna punizione o conseguenza, mai. Per poco non ho lanciato il kindle dalla finestra. E mi riferisco alle frasi: "Ma lui non era un mostro. Lo era stato, sì, ma quella persona (...) non c'era più. Era morta. (...) Agli occhi di tutti, però, lui non avrebbe più potuto essere altro. Sarebbe stato sempre e solo il mostro, il cattivo."
Beh, vorrei ben vedere! C'è gente che per molto meno si è fatta dieci anni di galera, e invece guarda un po', tu rimani impunito e hai il coraggio di lamentarti. In ogni caso lo so che ha senso che il personaggio in sé pensi queste cose, visto che in quel passaggio del romanzo vediamo il mondo attraverso il suo punto di vista, ma il problema è che la scrittura stessa - in tutto il resto del romanzo e in modo assolutamente melodrammatico - sembra dargli retta, presentandolo come una persona che sa di aver sbagliato e che sta cercando di redimersi! Se avete letto il libro capirete cosa voglio dire, credo.
Che poi, la scrittura. Ragazze che "sgambettano" e "zampettano", donne che "grufolano", ragazzi con "gli addominali scolpiti e i muscoli gonfi" (descrizione che viene ripetuta una decina di volte, dico sul serio), tette e culi e bestemmie e imprecazioni a non finire... Per me è no. Indimenticabili poi le uscite pseudo-filosofiche di Riccardo, che trasudano cringe e spirito boomer da ogni poro (nonostante lui appartenga a una generazione diversa).
La parola più ricorrente, a parte quelle irripetibili, è "schifo". Protagonisti a parte, tutti i personaggi secondari di questo libro vengono descritti come grotteschi, brutti, malaticci, disgustosi, caratteristiche che come se non bastasse si riflettono anche sui luoghi. Tutto è orribile, tutto è squallido. Boh.
Ultima perla, naturalmente di Riccardo: "Pulcino, a me mi piace tutto e tutto voglio perché tutto m'appartiene, e quindi tutto devo avere". Rise. "Ehi, ho fatto la rima!"
„Brennende Himmel“ gräbt sich tief in dich hinein und hinterlässt am Ende eine Leere. Die Figuren im Buch sind allesamt gequälte Seelen, die ihr Leben passiv geschehen lassen. Es sind ein Vater, eine Mutter und ein Sohn, die zwar jeder für sich leben, aber dennoch durch ihre Blutsbande und durch eine Vergangenheit verbunden sind, die sie zu dem gemacht hat, was sie sind und die sie trotz allem für die Zukunft miteinander verbindet.
Niccolò teilt mit Riccardo und Teresa ein uraltes Leiden. Vater und Mutter haben ihn geprägt, ihm ihre Schmerzen hinterlassen, wahrscheinlich ohne es zu wollen. Doch diese Schmerzen sind das Ergebnis dessen, was sie waren, und vielleicht wird der Sohn eines Tages dasselbe Schicksal teilen. (Ich bleibe extra etwas wage in der Formulierung, weil es den Clou des Buch rauben würde, an dieser Stelle oder allgemein zu konkret zu werden).
Das Buch ist in Vergangenheit und Gegenwart unterteilt. Teresa erzählt von ihrer Vergangenheit mit Riccardo und davon, wie wahrscheinlich das, was im Sommer 2000 geschah, ihr Leben beeinflusst hat. Die Gegenwart wird hingegen von Niccolò erzählt, der sich mit seinem Vater auf eine Reise begibt, deren Ziel es ist, sich selbst zu erkennen und seinem Vater zu Verzeihen. Es ist eine seltsame Art, für vergangene Fehler Buße zu tun. Die Lektüre hat sich nicht leicht angefühlt, sondern einen bitteren Nachgeschmack hinterlassen, denn in jedem Satz, in jedem Abschnitt wird das Leiden der Figuren spürbar, wenn auch auf unterschiedliche Weise. Teresas und Riccardos Vergangenheit hat auf gewisse Weise das Leben ihres gemeinsamen Sohnes beeinträchtigt, der ziellos durchs Leben stolpert. Während Teresa uns ihre Vergangenheit erzählt, unternimmt Niccolò eine Reise zu sich selbst, und ich hoffe, dass er am Ende verstanden hat, was er vom Leben erwartet und ein besserer Mensch sein wird.
Mattia Insolia hat mich überrascht. Ich kannte ihn nicht, aber seine Schreibweise hat mich auf eine gewisse Weise gefesselt, weil er es geschafft hat, mich in die Köpfe seiner Figuren zu versetzen und ihre inneren Konflikte mitzuerleben, so sehr mich diese auch oft abgestoßen und auf dem falschen Fuß erwischt haben. Die Figuren haben mir ehrlicherweise nicht gefallen, aber die Art und Weise, wie sie dargestellt wurden, schon.
Ich empfehle die Lektüre dieses Romans jedem, der Lust hat, eine Reise zu sich selbst zu unternehmen, sich mit einer harten Realität und fragwürdigen Entscheidungen auseinanderzusetzen. Das Buch ist hervorragend geschrieben, weil Mattia Insolia es versteht, Leser*innen in seine Geschichte hineinzuziehen und uns dazu zu bringt, Fragen zu stellen, die man sich eigentlich lieber nicht stellen würde.
Tutti i più importanti scrittori italiani ne hanno parlato e mi sono lasciato trascinare dalla corrente dell'hype. Cosa ho trovato a valle del fiume è però poca roba: un paio di frasi molto ben riuscite e basta. Trama veramente scontata (tragica, tragicissima, ovviamente) e stile molto acerbo, sembra quasi un romanzo d'esordio con poco editing e tanto talento (che è un mezzo complimento, ma solo mezzo). Inoltre, ma forse è un mio problema che studio sociologia, ho trovato i personaggi anacronistici: Teresa e Riccardo dovrebbero essere dei Millennials, ma si comportano come i giovani-vecchi boomer, Niccolò è un Gen Z che si comporta come un Millennials. C'è un po' di cortocircuito, che però funziona perché il romanzo è ambientato pre-pandemia e allora possiamo fingere che certi stili di vita non sono morti da decadi. E anche questo mi ha fatto sentire il romanzo come vecchio, il compitino per rassicurare tutto l'ambiente letterario che "sono uno di voi" e prendersi delle facili pacche sulla spalla. La grande M. colpisce ancora.
“Gli errori che facciamo sono… tipo un’infezione, secondo me. Una malattia che pian piano si piglia tutto, parte dal punto in cui te la sei presa e ti uccide”.
Anche se fin da pagina due sai come va a finire, il finale è davvero forte, duro e schietto. Non semplicissimo da leggere e digerire. C’è dentro il dolore dell’umanità persa e disperata che non sa come uscirne fuori.
“Gli errori che facciamo non se ne stanno rinchiusi negli anni in cui li abbiamo commessi come statue, tipo delle sculture che il tempo consuma e alla fine sgretola. Gli errori che facciamo sono... tipo un'infezione, secondo me. Una malattia che pian piano si piglia tutto, parte dal punto in cui te la sei presa e ti uccide. E io… io questo l’ho capito tardi.”
🗓️ Dopo il sorprendente e acclamatissimo esordio “Gli affamati”, Mattia Insolia giovane siciliano classe ‘95, ritorna in libreria con un lavoro più maturo ma anche più “infernale”.
🌴 È una storia di adolescenti pieni di rabbia e di famiglie che non corrispondono che non corrispondono agli standard conformi, due vicende indissolubilmente legate, quella di Teresa e Riccardo, adolescenti nell’anno 2000; quella di Niccolò, adolescente nel 2019, e di suo padre. Come due sono le ambientazioni, entrambe meridionali e immaginarie: la cittadina di Paloma e il paesino di Camporotondo.
🪶 Ho apprezzato lo stile asciutto, la struttura narrativa, i piani temporali abilmente intrecciati, e un uso sapiente e preciso di ciascun termine e perfino della punteggiatura: dietro ogni singola frase c’è molto più di ciò che appare.
🪨 È una storia di dolore, raccontata senza filtri. Dolore che si infligge, che si prova, che si percepisce, dolore che ne genera altro. È una narrazione impregnata di cattiveria, quella che danneggia chi la subisce ma che segna in modo indelebile anche chi la perpetra e non riesce a convivere con la propria ferocia e la consapevolezza di ciò che ha commesso.
✍️ La conferma di un talento narrativo della mia generazione che spero che prosegua per sentiere ancora poco battuti da altri pur restando fedele a se stesso e mantenendo sempre alta l’asticella perché si può sempre fare di più (sopratutto con una penna del genere!).
Nel mondo di ciascuno, nel corso degli anni, avvengono tante piccole calamità. Cataclismi capaci di far estingue ogni forma di vita che lo abitava. Nei casi più fortunati, quando la catastrofe ha lasciato un terreno fertile, e non solo polvere, il mondo si ripopola. Di quel che è stato rimangono solo tracce, fossili interrati difficili da trovare. E i nuovi organismi, inconsapevoli, possono fiorire, vivendo sulle macerie di quella civiltà perduta e destinata a rimanere sepolta per sempre. Nei casi meno fortunati, il mondo ha per sorte quello di diventare nient' altro che un cumulo di detriti.
Le trame canguro che saltano avanti e indietro di 19 anni ad ogni capitolo mi fanno venire le formiche sottopelle, ma questo è un sintomo puramente soggettivo. Ugualmente il fatto che nella prima pagina capisci cosa succederà nell'ultima.
Ho sentito lodi sperticate per Mattia Insolia, ma ahimè, non ci ho trovato nulla di nuovo sotto la luna vuota della letteratura mainstream italiana. I personaggi sono macchiette stereotipate, troppo detestabili per essere veri, la trama prevedibile come una falena verso la fiamma (cit.Spiderman).
Il linguaggio volgare si vuol rivolgere ai giovani (l'autore è un classe 1995), ma dopo poche pagine a leggere frasi come "la testa bionda che gli stava ciucciando il c***o" e "non gliene fotte niente che fosse sua madre" mi accorgo che il passaggio dall'ideale al velleitarismo è manifesto. Insomma, gli addominali sono scolpiti, le ragazze sgambettano e l'uccello è duro, ma questo libro proprio non è il mio.
Dopo "Gli affamati", Insolia torna a disarmarci con un romanzo altrettanto brutale, feroce e distruttivo che racconta ancora una volta le fragilità, ma soprattutto la rabbia e i lati più torbidi dell'animo umano, attraverso i personaggi frammentati di Niccolò, Teresa e Riccardo che, per quanto detestabili, non si fanno mai odiare fino alla fine, sempre in bilico tra l'essere vittime e carnefici, colpevoli e innocenti. Consiglio la lettura a chi ha le spalle larghe.
“Cieli in fiamme” si muove su due piani temporali: nel presente è la storia di un padre assente e disgraziato e di un figlio vuoto e mostruoso; nel passato quella di una adolescente fragile, cresciuta in una famiglia disfunzionale, che incontra un ragazzo che sembra essere il primo a vederla davvero. ⠀ È un romanzo che ha sicuramente dei difetti a livello stilistico - ho avuto l’impressione che l’autore stesse ancora sperimentando e giocando con la lingua, non sempre con grande successo -, eppure ammetto di averlo divorato e trovato davvero intenso. ⠀ Insolia dimostra una spiccata sensibilità quando descrive le sensazioni di Teresa riguardo al suo corpo - in certi momenti l’ho trovata straziante e lucidamente accurata nell’illustrare il disgusto verso sé stessa e le proprie imperfezioni, reali o immaginarie che fossero -, quando parla del dolore che rende solidi - il personaggio di Mario resta una breve parentesi che ho apprezzato -, ma soprattutto quando racconta come il dolore, il trauma non rendano migliori, anzi. ⠀ Ho amato la piega presa dal romanzo, anche sul finale, proprio perché esente da qualsiasi romanticizzazione del trauma.
Mattia, perché? Avevo amato Gli Affamati, purtroppo devo parlare molto male di questo tuo nuovo romanzo. Mi sono affezionata a te grazie ad Instagram, Scilla e la setta dei libri e ritenevo che tu fossi una grande promessa nella scrittura. Ti paragonavo alla Mazzantini maschile, però purtroppo non ho nulla da dire di positivo su Cieli in Fiamme. Un conto è essere "crudi" o "veri", un conto è essere volgari. 270 pagine piene di parolacce, bestemmie, sesso, droga, seghe, vola vola....niente di tenero, solo arroganza. Una storia banalissima. Personaggi esagerati. Avevo tante aspettative, perché in fondo so che sai scrivere ma qui non ci siamo.
Mattia Insolia o lo si odia o lo si ama. Io da quando ho letto il suo primo romanzo (Gli affamati) sono rimasta folgorata dal suo stile. Ti immergi in un mondo di emozioni potenti e distruttive e non vedi l’ora che finisca quell’atmosfera angosciante e negativa in cui lo scrittore ti catapulta…forse sarà questo il suo segreto? Rispetto al primo romanzo ho trovato un po’ scarsa e a tratti scontata la trama. Anche in alcune la descrizioni (sia di personaggi che di eventi) mi è sembrato un po’ “esagerato”: in particolare la scena dell’aggressione nei confronti dei proprietari della casa scassinata e in generale la descrizione dei comportamenti distruttivi sia di Riccardo che di Niccolo’. Ho ritrovato pero’ la stessa potenza espressiva degli Affamati e la stessa forza emotiva con cui ti senti preso e scaraventato in fondo ad un abisso.
Nella mia classifica personale Gli Affamti rimane imbattibile ma il pugno allo stomaco e il dolore degli ultimi capitoli è potente anche qui. Mattia, regalaci presto un altro libro.
Mattia Insolia gioca sull'intensità e sulla schiettezza di una voce narrante efficace, che - tuttavia - di tanto in tanto sembra perdersi in un'eccessiva ricerca di letterarietà. La trama non spicca per originalità ma affronta temi interessanti e alterna grandi scene emotive a piccole quotidianità (becere, più che spontanee), con un contrasto non sempre ben armonizzato. Nicolò non è un protagonista per cui parteggiare, per quanto possa stimolare lampi d'empatia, e lo stesso vale per chiunque lo circondi: la spirale inevitabile della rovina avvolge tutti e Insolia la racconta con un realismo inesorabile, capace di cogliere l'animo di una generazione irrequieta (pur con qualche compiaciuta esagerazione). Le soluzioni estreme, sotto i cieli in fiamme di Insolia, sono le uniche possibili.
Hat mich doll berührt. Liebe wie die Erzählstränge immer enger werden. Die wenigen Leerstellen haben genau auf den richtigen Seiten gewirkt. Bin traurig, dass ichs fertig gelesen habe.❤️😭
Mi dispiace, ma tutta questa estremizzazione della storia, dai personaggi al linguaggio fino alla descrizione di certe scene, volta a creare scalpore, risulta ridicola e inutilmente eccessiva.
Ne avevo sentito parlare estremamente bene: un romanzo duro e crudo che ti racconta quella vita marcia e senza speranza in cui i personaggi sono in balia di loro stessi e degli eventi, uno di quei romanzi dolorosi da leggere ma necessari, in grado di rappresentare la contemporaneità o, addirittura, una generazione. Poi l'ho letto e non potevo essere più allibita.
La storia è altamente banale e prevedibile, fatta di cliché narrativi tipici di questi romanzi che si atteggiano ad esseri dolorosamente veri e che vogliono lasciarti questa sensazione di desolazione/struggimento per la vita dei suoi personaggi. Il grande segreto, il demone che aleggia sulle vite dei tre protagonisti, Teresa, Riccardo e Niccolò, si intuisce a pagina due, tipo, e ne hai la conferma al terzo capitolo, per il resto non c'è niente di nuovo, o di eclatante, è la solita storia tormentata, giá vista, raccontata e gestita male.
Le scene descritte non sono "dure" o "vere" ma sensazionalistiche e melodrammatiche, volte più a sconvolgere che a raccontare una problematica. Complice anche un linguaggio fintamente giovane, arrogante, eccessivamente volgare (e badate bene non è un problema per me la volgarità del linguaggio quando è giustificata, ma qui è gratuita e a caso) ed anacronistico: millennials che sembrano boomer e gen Z usciti direttamente da una rock band anni '80 all'insegna di droghe pesanti e alcol come non ci fosse un domani.
I personaggi, poi, sono caricature, macchiette stereotipate, indefiniti. Vorrebbero essere trasgressivi, ma risultano al limite del comico. La madre di Teresa così cattiva e inviperita da sembrare la tipica matrigna uscita da qualche favola, Riccardo è il classico ragazzetto benestante che crede che il tutto il mondo gli appartenga e impossibilmente bello, come solo i personaggi maschili dei romance di wattpad, Niccolò vorrebbe essere un ragazzino arrabbiato con il mondo, incurante ed edgy, ma sembra più un guazzabuglio di elementi. Teresa è l'unica che un poco poco si salva nella caratterizzazione, per lo meno nella sua versione giovane, la versione adulta si intravede solo attraverso gli occhi del figlio, che non la sopporta e risulta una donna a metà tra l'insulsa e l'apprensiva, senza spina dorsale e acida.
L'ultimo dettaglio che proprio non ho apprezzato è il vittimismo di Riccardo: per tutto il libro, tanto nel presente quanto nel passato, Riccardo è un personaggio deprecabile, il mostro della sua storia, della storia di Teresa e di quella di Niccolò, in modo indiretto. Ma nel capitolo finale c'è questa forzatura nel fare provare al lettore compassione per il suo personaggio. Dopo l'atto riprovevole che ha commesso, di cui è conscio, dovrei giustificarlo? Dire "oh poverino. Guarda come si è pentito, è una brava persona tutto sommato"? Quando non solo è rimasto impunito ma si lamenta pure? Ma per piacere, se fosse realmente pentito e in cerca di redenzione accetterebbe le conseguenze delle sue azioni senza nascondersi dietro l'ipocrisia e il vittimismo.
geistig brutal, tiefgründing, gewalttätig, abgründig. man ekelt sich vor niccolo, seiner arroganz, seiner haltung anderen menschen gegenüber, schnell merkt man jedoch, von wem er das hat. der spannungsaufbau gelingt gut, vor allem auch durch die zwei erzählstränge. dieses buch hat reingehauen und ich wusste erstmal nicht, was ich dazu denken soll. und die unschlüssigkeit ist zwar noch nicht ganz besiegt, aber ich weiss: das ist literatur.
Anche questa volta Mattia ci prende direttamente a schiaffi. Senza avvisarci. Teresa, Niccolò e Riccardo. Tutti legati l'uno all'altro ma che si odiano a vicenda, certe volte arrivando ad odiare anche loro stessi. Ancora troppo scossa per dire altro.
Ho scelto di leggere questo libro per completare una sfida di lettura, tra i tanti che mi avrebbero aiutato a completarla non so perché la mia scelta sia approdata proprio su questo, forse sono stata richiamata dal titolo, dalla trama, ma qualunque sia stato il motivo sono contenta della mia scelta. "Cieli in fiamme" ti scava dentro, lasciandoti una voragine alla fine. I personaggi presenti nel libro sono tutti personaggi tormentati, che vivono la loro vita lasciandosi "accadere". Sono un padre, una madre e un figlio che vivono la vita ognuno per conto proprio ma che nello stesso tempo legati non solo dai legami di sangue, ma da un passato che li ha resi quelli che sono, che li unisce nel futuro nonostante tutto. Niccolò ha in comune con Riccardo e Teresa una sofferenza ancestrale, il padre e la madre, lo hanno reso quello che è lasciandogli addosso le loro sofferenze, molto probabilmente senza volerlo, ma queste sofferenze sono frutto di quello che loro sono stati e che forse il figlio sarà. Il libro è diviso in passato e presente, Teresa racconta il suo passato legato a Riccardo e come molto probabilmente quello che è successo nell'estate del 2000 ha condizionato la sua vita. Il presente è invece raccontato da Niccolò, che si trova con il padre in un viaggio che come metà ha il guardarsi dentro, il perdono che questo padre chiede al figlio, uno strano modo di fare ammenda per quello che ha fatto in passato. Leggere questo libro è stato difficile, perché a ogni frase, a ogni passaggio risalta la sofferenza di questi personaggi, anche se in modo diverso, il passato di Teresa e Riccardo ha in qualche modo intaccato la vita del figlio che hanno in comune che vive la vita allo sbaraglio. E mentre Teresa ci racconta il suo passato, Niccolò fa un viaggio dentro se stesso e spero che alla fine lui abbia capito e che riuscirà ad essere un uomo migliore. Mattia Insolia mi ha stupito, non lo conoscevo ma la sua scrittura mi ha in qualche modo conquistata perché è riuscito a farmi entrare nelle mente dei suoi personaggi, a vivere con loro i loro disagi per quanto spesso mi hanno innoridito, e lasciato sorpresa, i suoi personaggi non mi sono piaciuti ma il modo in cui sono stati presentati si. Consiglio la lettura di questo romanzo a chi ha voglia di intraprendere un viaggio dentro se stesso, confrontandosi con una realtà cruda e con scelte discutibili ma scritto perfettamente perché questo scrittore è in grado di farti entrare dentro la sua storia portandoti a porre domande lì dove non vorresti
Die Zitate vorne und hinten im Buch sind großartig ausgewählt; das ist aber auch schon das Beste am Buch. Ziemlich mittelmäßig und unoriginell. Trotzdem konnte ich mit den Figuren mitfühlen, dafür 2 Sterne. (und 3 im Herzen, weil sich das Cover toll anfühlt lol) Das fasst es thematisch ganz gut zusammen: "Kinder sind eine Anhäufung aus Gewissensbissen und Sehnsüchten, nie vergessenem Schmerz und kleinen Glücksmomenten, die die Eltern, arme Teufel im Kapmf gegen ihre Vernichtung, zusammenschustern, im Versuch, sich selbst wieder zusammenzuschustern. Während sie alles mit jener Liebe mischen, mit der sie ihre Kinder nach eigener Überezeugung gnaz glücklich überschütten, rühren sie in das Ergebnis ihrer Vereinigung auch all die Abfälle, die sich bis zu jenem Moment angesammelt haben. Um sich ihrer zu entledigen, sich reinzuwaschen, und schlussendlich um sich selbst zu lieben" (S. 282)