Franco Marcoaldi evoca la tradizione esopiana e dei bestiari medievali, che sapevano cogliere negli animali i segni di verità spirituali e insegnamenti morali, e le prove novecentesche di Apollinaire e Marianne Moore. Costruisce un bestiario in versi in cui compaiono cani e gatti, ma anche fringuelli, lucertole, cicale e tanti altri esseri viventi che, a differenza degli uomini, vivono un'esistenza piena e sapiente.
“Dal sacrificio di animali/alla guerra tra gli umani/il passo è breve: nel sangue/si misura, meglio che altrove,/l'irresistibile potenza delle nostre, luciferine leve”.
La sorte dell'animale è nel pensiero angosciato del poeta; ma l'altro è ebbro di amore e asseconda il vento e, svuotato l'io, è pieno di vita. In questo sta il suo enigma: il cane tutto sa del suo padrone, ma nulla dice. Marcoaldi si muove lievemente tra filosofia del vivente e gioco metamorfico, disegnando una geografia delle creature con i segni della compagnia più che dell'osservazione. Gli animali passano accanto all'uomo con i loro suoni, mormorando e suggerendo, a volte innescando meditazioni di chiarezza e generando scientifiche immaginazioni. Come l'idea che in realtà siamo noi a imitare loro, molto frequentemente. E che nei ruoli di preda e predatore a volte è necessario un distacco, se non una vera e propria inversione: Risvegliandomi leone, ho trovato/una gazzella dentro al letto:/ma tale era la fatica di sbranarla,/che subito ho richiuso gli occhi -/ sperando che mi si offrisse in sogno/un diverso, più agevole soggetto”. E così l'uomo comunica molto più con il corpo e i sentimenti rivelati da segni e movenze, in una dimensione magica di compartecipazione alla natura, dove ogni porta è aperta sul possibile, dove volare e cantare, ripetendo antichi riti e familiari incontri, permettono una domestica e immediata esistenza, al riparo dai pericoli della violenza e in armonia con il tempo.
“Se è nell'intensità dei sensi/che si gioca la partita/sulla qualità di vita/degli esseri viventi, allora/l'animale trionfa sull'umano:/gigante il primo ed il secondo un nano”.
Mi sono molto piaciute soprattutto le poesie brevi, come queste.
L'enigma del cane Il problema non è tanto che io parlo e lui non mi capisce. Semmai il contrario: il vero enigma è il cane, che tutto sa di me e mai ne riferisce. ------------- Rondone Se è vera la notizia che il rondone dorme in volo, non resta più alcun dubbio sul valore equipollente di volare e sognare, difficile da intendere per chi è costretto al suolo.
Gli animali sono belli e ne conosco tanti. Il cane, il cane, il cane, il cane, la gallina e il cane. Fanno tante cose interessanti quasi come gli umani lo aveva capito anche Esopo. E io lo ripeto in versi. Come sono intelligente.
“Il sogno del leone: Risvegliandomi leone, ho trovato una gazzella dentro al letto: ma tale era la fatica di sbranarla, che subito ho richiuso gli occhi - sperando mi si offrisse in sogno un diverso, piú agevole soggetto”
Marcoaldi ha uno stile semplice e asciutto sempre piacevolissimo. Preferisco di gran lunga delle poesie chiare, ma allo stesso tempo profonde, rispetto a sbrodolate di parole oscure. Sicuramente il tema richiedeva uno stile simile: gli animali incoraggiano una narrazione essenziale.
Una bellissima raccolta che ci ricorda che, alla fine dei conti, siamo comunque animali. Anche se a volte ce ne scordiamo.
Credo di dover rileggere queste poesie per cogliere meglio le scelte stilistiche e i significati profondi. Si legge molto velocemente, anche troppo. Ma forse è perché non sono più abituata alla poesia.
Una bella raccolta per riavvicinare ai versi gli amanti della prosa incalliti. E anche i gattari.
"Ah, vecchia natura - svilita, disattesa, sorpassata! Com'è che mi commuovi sempre, a differenza di questa post-umanità che procede alla cieca, forsennata?"
"E la falena disse: cerco anch'io, come tutti, una luce nella notte".