A una ‘prima’ della Scala che sarebbe poi diventata storica e mitica – Medea con la Callas, 10 dicembre 1953 – un giovane studente neoclassico e romantico (come Bellini e Leopardi) incontra di sorpresa l’Amore. E decide subito di viverlo e scriverlo sotto forma di Romanzo. Ma dietro le riverite ombre dell’Ingegner Gadda e dell’Abate Parini sono in agguato molteplici tentazioni narrative: racconto epistolare, romanzo-saggio, romanzo del o nel romanzo, melodramma, confessione, opera buffa, un po’ di Poesia? Grande tradizione europea, o avanguardia sperimentale? Iper-letteratura sofisticatissi-ma, o libretto Kitsch per cantanti cult di scapestrati adolescenti? E come si procede col sex, nei profondi anni Cinquanta? Complessi, lamenti, qualità o quantità? Si riapre così, in una Milano-fantasma ricca di percorsi e avventure, un famoso conflitto fra gli ironici illuminismi dalla testa fredda e i romanticismi già decadenti col cuore impetuoso in mano. Spasimi erotici deliranti, e una passione letteraria assoluta; in un coro di centinaia d’autori che intervengono direttamente nella trama con sorprendenti citazioni illustri o ridicole.
Lo scrittore e saggista Alberto Arbasino nasce a Voghera il giorno 22 gennaio 1930. Laureatosi in Giurisprudenza, si specializza poi in Diritto internazionale all'Università di Milano. L'esordio come scrittore avviene nel 1957: il suo editor è Italo Calvino. I primi racconti di Arbasino sono inizialmente pubblicati su riviste, poi saranno raccolti ne "Le piccole vacanze" e "L'anonimo lombardo".
Grande estimatore di Carlo Emilio Gadda, Arbasino ne analizza la scrittura in varie opere: ne "L'ingegnere e i poeti: Colloquio con C. E. Gadda" (1963), ne "I nipotini dell'ingegnere 1960: anche in Sessanta posizioni" (1971), e nel saggio "Genius Loci" (1977).
Scrive anche reportage Da Parigi e Londra per il settimanale "Il Mondo", poi raccolti nei libri "Parigi, o cara" e "Lettere da Londra". Ha collaborato anche per i quotidiani "Il Giorno" e "Corriere della sera"
George de La Tour: la buona ventura. 1630-40 (il primo piano del gentiluomo al centro appare sulla copertina dell’edizione Einaudi del 1973)
Arbasino cominciò a lavorare a questo suo secondo libro a metà degli anni Cinquanta mentre scriveva i racconti del suo debutto, Le piccole vacanze, che uscirono nel 1957, mentre per questo si arriva al 1959. Alla prima edizione Feltrinelli ne sono seguite altre: che io sappia l’Einaudi alla quale faccio riferimento dovrebbe essere la terza, per poi approdare definitivamente in Adelphi. E sempre riviste e riscritte come da tradizione arbasiniana – basta pensare al suo romanzo più celebre, Fratelli d’Italia, che nel corso di nuove edizioni e riscritture ha quasi raddoppiato le pagine, dalle settecento e rotte iniziali alle quasi millequattrocento finali (ma, finali solo perché Alberto non è più tra noi). E quindi, anche L’anonimo lombardo rimane una sorta di work in progress. Scrive Arbasino nelle note finali della mia edizione: Devo avvertire che per questa edizione il testo è stato riscritto: ma secondo lo stesso modo emotivo e culturale di quegli anni là, senza ricorsi a facili “senni del poi” o a esperienze letterarie successive, e attenendosi comunque al principio genetico (manzoniano e gaddiano) per cui non esiste mai, tutto sommato, la ‘versione definitiva’ di un testo, bensì numerose versioni possibili che si modificano a ogni rilettura.
Anonimo lombardo sec. XVII: Natura morta con vaso di fiori, frutta, ortaggi, cristalli e fiaschi.
Come spesso (sempre?) capita con l’Alberto di Voghera, trama e struttura sono tra il delirante e il complesso, difficile da riassumere e sintetizzare. E chissà, magari è proprio con una citazione così, presa dalle note finali, che si racconta meglio un libro come questo: allucinanti bri-à-brac di rigatteria sofisticata e turpitudine spensierata e charme degradante e volgarità sublime…
Ovvio che ci si perde: non solo tra le pagine, ma nella stessa pagina, nello stesso rigo: è un trionfo di citazioni, nomi, riferimenti, alti e bassi, colti e popolari, non escluso un certo gusto per la civetteria – come direbbe lui stesso, un po’ Scala e un po’ Canzonissima (o Sanremo, per chi si perde quel riferimento). Ovvio che ci si senta smarriti, e ignoranti, e piccoli. Tanto più in epoca pre-internet, quando servivano fior di enciclopedie e biblioteche e ricerche per seguire il suo percorso, non bastava tastiera e schermo come oggi. Leggere Arbasino è quanto di più lontano da congiungi-i-pallini della Settimana Enigmistica.
Ma è poi così essenziale cogliere ogni riferimento, sapere e conoscere tanto quanto chi scrive? Non è forse anche nel ritmo, estroso e agile, nella sua sfrenata ironia, irriverente e impudica, nel gioco letterario, nelle trovate, nella musicalità di certi brani, nel sentirsi ‘alto’ quando si è consapevolmente complice, anche se il riferimento è a una banale Canzonissima, e ‘basso’, quando quello scrittore di libretti d’opera proprio non lo si è mai sentito nominare prima? Allora, probabilmente meglio lasciar perdere l’Ulisse di Joyce o quello seguente, la veglia di Finnegan, o il Moby Dick, o… Più sento la Traviata, con la Maria, più mi fa morire sul serio, ci sono dentro tutti i ballabili e le canzonette giuste.
Anonimo lombardo sec. XVIII: Ritratto femminile.
L’anonimo lombardo si presenta sotto forma di epistolario, cioè di una struttura narrativa molto in voga a fine Settecento e inizio Ottocento. Il che avvia subito il gioco arbasiniano dei rimbalzi più o meno colti (+ più). E proprio il carteggio gli permette di adottare una narrazione in prima persona: scelta che gli consente un uso di lingua quanto possibile ‘parlata’. Tutto inizia con lo scrivano scrivente che cade in delirio alla Scala il 10 dicembre 1953 assistendo alla Medea di Luigi Cherubini, con l’orchestra diretta dal maestro debuttante Bernstein, e la divina Maria Callas nel ruolo del titolo. L’io narrante è un melomane (tra le altre cose: si capisce presto che è innamorato di tante forme d’arte, e dintorni) che per limitatezza di mezzi economici deve accontentarsi del loggione. È omosessuale, insegna all’università, ma probabilmente è ancora semplice assistente. Scrive all’amico Emilio e gli confessa che alla Scala quella sera s’è innamorato a prima vista di Roberto. Emilio è il destinatario del maggior numero di lettere: alcune, però, sono rivolte a una Gentile Signora, altre a un Signor Professore, altre addirittura a una Reverenda Madre, e non mancano quelle a un Caro giovane collega di università.
Anonimo lombardo: Ritratto di San Pio V.
Boy meets girl è uno dei temi archetipici di infiniti romanzi (e film, e canzoni). Qui, però, si tratta di boy meets boy. In Italia. Negli anni Cinquanta. Col Vaticano che vigila.
Fatto è che L’anonimo lombardo diventa subito qualcos’altro: boy meets boy è solo uno stratagemma per passar presto a divagare. Si va dalle osservazioni politiche ai pettegolezzi, dalle note sul costume ai giudizi musicali. E soprattutto letterari: chi scrive legge molto, ha voglia di parlare di libri e letteratura, lui stesso sta componendo un romanzo. Che però probabilmente rientra più correttamente nella categoria del metaromanzo. Metaletteratura composta di un trovarobato per il quale farei riferimento al bric-à-brac già citato. Il Teatro alla Moda di Benedetto Marcello è uno dei libri più strepitosi della nostra letteratura, un capolavoro nel gusto del Critic di Sheridan e degli inizi di Franca Valeri.
b>Anonimo lombardo sec. XVII: L’arcangelo e Tobia.
Nelle prime due edizioni (1959 e 1966) il testo era preceduto da un'avvertenza: Questa storia non è mia. È arrivata per posta, da parte di un Anonimo lombardo 1955, che poi è morto. L’omaggio è dunque dichiarato: Manzoni inizia I promessi sposi scrivendo che si tratta del racconto di un anonimo lombardo che lui si limita a riportare. E così fa Alberto, omaggia e gioca col Manzoni. Per restare nel gioco, le epigrafi nella mia edizione non sono una, o due, ma ben dieci, tutte di autore diverso: incluso l’anonimo lombardo, quindi, è un parto dello stesso Arbasino. Il testo, non certo lungo (duecento pagine) è infarcito di note: nella mia edizione sono 183, che diventano 214 in quella dell’Adelphi. Rispetto alle quali note nella nota finale datata 1973 A.A. scrive: l’abuso delle note che oscurano invece di chiarire. Funzionano da contrappunto, spesso bizzarro e sofisticato, al testo del romanzo: e sono scritte da anima onnivora, peregrina, cosmopolita…
Anonimo lombardo sec. XVIII: Interno di cucina con donna che spenna selvaggina e ragazzo che cuoce allo spiedo.
Ho letto questo libro in un’epoca della mia vita che per me era particolarmente ricca di scoperte, che non sono mai finite: ma in quegli anni era un po’ come aprire il vaso della letteratura tout court. E Alberto da Voghera arrivò molto presto a occupare un suo posto importante, e a orientare le mie scoperte e i miei incontri letterari. Non smetterò mai di essergliene grato. Ho avuto, a sua completa insaputa, ma con mia piena consapevolezza, una guida luminosa e illuminata come poche altre.
PS Il nipotino dell’Ingegnere: dove l’Ingegnere è Gadda e tra i suoi nipotini uno dei più accreditati è proprio lo stesso Alberto da Voghera. PPSS Nel novembre del 1990, sulle pagine di Panorama, intervistato da Grazia Cherchi che gli chiedeva quali fossero i suoi destinatari, Arbasino rispondeva: Un piccolo pubblico di persone colte e non volgari, come ce ne sono sempre state nel nostro paese, e giustamente esigenti sulla qualità della vita. Il contrario della clientela che chiede cose “alla nostra portata, al nostro livello” proprio nella cultura, mentre morirebbero di vergogna facendo la stessa richiesta dal salumiere o dalla sarta.
Ma quante ne sa? Troppe. Ma quante ne so? Troppo poche.
Letto per il mio gruppo di lettura. Arbasino scrive un romanzo rosa in forma epistolare e lo mescola ad un’altra corrispondenza, diretta a un amico? A un critico? A un editore? Si chiama Emilio, forse è un omaggio a Gadda.
Il romanzo rosa è veramente rosa, ossia tende all’ovvio. Ho avuto la sensazione che la cosa fosse voluta dall’autore per sottolineare (anche con un minimo di sberleffo) il salto con la messe di dissertazioni, citazioni, riflessioni di cui il libro è, per il resto, disseminato. Sulla letteratura, sulla teoria letteraria, sulla musica classica, sul costume, sulla società italiana del tempo. Su tutto.
In linea di principio, a me queste costruzioni metaletterarie così esibite lasciano freddo. Infatti, anche questa non mi ha né colpito, né incuriosito, né molto interessato di per sé. Ma il problema vero è che l’80% (a stare stretti) di questo universo di riferimenti e citazioni mi è del tutto estraneo. Un po’ per lacune mie, un po’ – credo – per la micro (o iper)-specializzazione del materiale di riferimento. Così, le molte cose interessanti sono rimaste inframmezzate da pagine di scarso interesse (per me) e ho avuto la netta sensazione di non poter cogliere il tessuto connettivo che le tiene assieme. Alla fine, una delle nostre amiche anobiane del gruppo (Claudia) ha colto bene l’effetto: è come essere a cena con un gruppo di persone che si racconta aneddoti di una festa divertentissima, a cui tu però (sfiga) non hai partecipato.
Detto che la colpa di questo arrancare appresso a opere liriche, poesie francesi del 700, etc. è mia (non è colpa di Arbasino se è tanto colto), in tutta onestà ho avuto spesso la sensazione di un certo compiacimento. Altrettanto onestamente, non posso dare un’opinione fondata di questo libro, se non che, perlomeno, è corto e, se come me non sapete il francese, metà delle note e citazioni le salterete, abbreviando ancor di più il percorso verso l’uscita.
Conoscevo Arbasino di nome, come membro del Gruppo '63: inquadrandolo in quel contesto, la sua "posizione" migliora. Ma L'Anonimo lombardo è comunque uno scritto troppo autocompiaciuto, pedante, lezioso. Non amo le persone/scrittori che hanno nel proprio ombelico il supremo punto di riferimento, che tediano il lettore con le loro luuuunghe digressioni metaletterarie e che non possono non inserire citazioni in lingue diverse (ok, bravo, sai le lingue, so what?). Quindi: noianoianoianoia, soprattutto perché il nostro sa ben scrivere. Bocciato senza rimedio L'Anonimo, da riconsiderare l'autore.
"E che tu ti senta defraudato come il pubblico che entra pagando al cinema per vedersi "quel" film, e gli rifilano invece i documentari in lode al governo". Visto che lo sai, agisci di conseguenza ;)
Io, veramente, ho letto l'edizione del '73, ma non ho lo sbatti di creare una scheda apposta (non c'è nemmeno l'ISBN). Sarei anche curiosa di vedere gli aggiornamenti dell'edizione Adelphi. Ma comunque è molto divertente, con certe frasi buffe e amarognole che non hanno bisogno di aggiornamenti lette oggi : "Si viene sempre fuori da questa illustre tradizione lombarda vecchia di due o tre secoli, e che ha le radici anche più indietro, nel cuore della regione più civile del nostro Paese, oltre che nella Peste" (p. 161).
Mi sono avventurata tra i polverosi scaffali della biblioteca e scartabellando tra il vecchiume marcescente ho trovato molti titoli interessanti e per la rubrica "Scrittori che ti fanno sentire ignorante come una capra", ed ecco a voi Alberto Arbasino! Ho letto "L'anonimo Lombardo" con la consapevolezza che non sarei riuscita a godermi questa lettura a pieno, ma comunque ho appuntato innumerevoli spunti di letture, primi tra tutti Gadda e Dossi. Il protagonista, l'anonimo lombardo, è uno studente universitario a Milano iscritto alla facoltà di Umanesimo, alla ricerca di fugaci piaceri carnali e appassionato di opera e concerti di musica classica. L'intero libro è costruito come "un cassettaccio traboccante di lettere confusamente ossessive". Ci sono lettere scritte al suo amico Emilio, col quale discute molto di letteratura e al quale confida le sue vicende amorose, lettere per i suoi amanti, lettere per l'editore, insomma un po' di tutto e un po' a caso. Uno dei temi principali è la ridicola storia d'amore con Roberto, un ragazzo molto dolce e affettuoso ma che tende a farsi manipolare dai suoi amici, quindi sarà una storia tormentata e infelice, quasi una storiella adolescenziale. Seconda tematica è la scrittura, l'anonimo lombardo parla delle difficoltà riscontrate da un autore contemporaneo a non cadere in banalità e come confrontarsi con le ingombranti tradizioni letterarie. Il tutto è impreziosito da note costituite da citazioni di letterati di fama nazionale e internazionale che fanno da commento, a volte ridicolo, a volte calzante, alle vicende descritte nelle lettere. Alla fine mi è anche scesa una lacrimuccia. Avete letto qualcosa di Arbasino? Con cosa dovrei continuare? Siete soliti prendere libri in presto dalla biblioteca?
Ho scoperto Arbasino grazie ad un esame universitario. Sinceramente, l'ho apprezzato molto nell'aspetto teorico ma questo libro (il primo di Arbasino che leggo) l'ho trovato pesante, poco scorrevole a causa delle molte, troppe, citazioni ed anche abbastanza pedante. Un romanzo epistolare che in realtà vuole essere una riflessione sulla questione del linguaggio nella letteratura italiana, sfociando così in una sorta di romanzo-saggio, ma di difficile comprensione per i tanti riferimenti letterari e culturali che spesso non vengono argomentati chiaramente. Non lo consiglierei come primo approccio allo scrittore.