Il ticchettio della macchina da scrivere, per Giorgio Manganelli, nasce "dai capricciosi amori di un cembalo estroso e di una mite mitragliatrice giocattolo". Non è un caso, dunque, che i suoi corsivi posseggano sia un'incessante mutevolezza di melodie e fraseggi (ossia di temi e linguaggi) sia una tonalità ironico-umoristica percorsa da nere venature malinconiche. I punti di partenza (le "arie" su cui improvvisare) sono spesso un minimo fatto di cronaca, una polemica frivola, un provvedimento ministeriale bizzarro. In ogni passaggio queste improvvisazioni sono anche inversioni, capovolgimenti del senso comune, dove la quotidianità si eleva a dimensione fantastica e i massimi sistemi slittano in una dimensione grottesca e prosaica.
Giorgio Manganelli was an Italian journalist, avant-garde writer, translator and literary critic. A native of Milan, he was one of the leaders of the avant-garde literary movement in Italy in the 1960s, Gruppo 63. He was a baroque and expressionist writer. Manganelli translated Edgar Allan Poe's complete stories and authors like T. S. Eliot, Henry James, Eric Ambler, O. Henry, Ezra Pound, Robert Louis Stevenson, Byron's Manfred and others into Italian. He published an experimental work of fiction, Hilarotragoedia, in 1964, at the time he was a member of the avant-garde Gruppo 63.
tutto per un tic (tic) nervoso. il rumore misurato del tasto, la solidità proletaria del martelletto, lo smargiasso scatto in avanti del carrello. son tutti lì a scandire il ragionamento (suo) anche durante la lettura (nostra). determinano l'ampiezza di oscillazione di un sorriso sornione. l'intervallo degli aggettivi di cui manganelli era un virtuoso. ho sempre pensato che la macchina per/da scrivere sia stata a certi scrittori come la colt single action stava a john wayne. ecco: che stesse divagando su telefoni, tir, usi e costumi del tradimento, librerie che chiudono in agosto, polli, derive burocratiche, sederi-deretani-e-culi, sciocchezzai forniti dalla cronaca quotidiana, il sarcasmo di GM si nutriva palesemente di quel nervoso ticchettio. che nel suo caso specifico era spesso prodotto da una olivetti portatile, ma che per gli scrittori in generale ha sempre avuto valore, come è noto, di metronomo per le sinapsi e anche un po' di amplificatore reo confesso per l'ego. mi piace insomma pensare che fitzgerald non sarebbe stato proprio così senza una underwood standard, e che la royal HH abbia a che vedere con quel che vi scrissero capote e sylvia plath. e vale lo stesso per la hermes baby di quell'intemperante di hemingway, per la smith corona di foster wallace o la royal portable di cheever. (s)oggetti e protagonisti, mica solo strumenti. scontato ma non per questo meno meritevole l'esempio della lettera 22 scelta da pasolini, ancora da sylvia plath (le donne non cambiano solo scarpe e borsette), da montanelli e dall'outsider leonard cohen. ed è come se affiorasse, a tratti, un godimento sonoro immaginario ma aggiuntivo anche nel leggere questi brevi e folgoranti testi di manganelli («sapete come sono i corsivi: un genere letterario non di rado umorale, litigioso, polemico»), smarcandoci momentaneamente da una prassi che oggi tutt'al più si divide tra fan club del mac e organici al politburo del pc. e infatti, vorrei dire, sui giornali non si trovano più i corsivi e gli elzeviri di una volta. ...
Sono passati alcuni anni da quando ho letto questo libro, forse molti anni. Forse dovrei rileggerlo per dire cosa ne penso. Lo rileggerei oggi? Avrei le stesse impressioni? Posso tornare indietro nel tempo senza creare un "paradosso temporale"? Ho solo il ricordo delle impressioni ed idee che ho avuto la prima volta che lo lessi: mi piace questo libro, mi ricordo che mi piacque molto quel sano umorismo nero e quel modo di raccontare e scrivere in modo ironicamente intelligente quelle cose serie. Attenzione, non si tratta di un modo scherzoso, simpatico...L'ironia in un contesto di questo tipo se ben espressa e con uno scopo, quando racconta una realtà paradossale, e pone problemi, questioni, serve a capire qualcosa. Cerca di dipanare quelle comuni "incomprensioni" alla base di difficili scelte o scelte prese alla leggera che la società al suo interno si porta dietro, avvalendosi talvolta di esempi surreali. E' qui che lavora bene il "signor paradosso": il detective del paradosso con il suo obiettivo fotografico da essere pensante mette a fuoco il concetto o la scena grottesca con il fine di smascherarne i meccanismi. Comprenderli e finalmente capire qualcosa... Perchè capire qualcosa una volta tanto nella vita potrebbe essere una bella esperienza. No? Se invece la risposta fosse no, se i signori individui, umani o cittadini optano per l'opzione "che la macchian vada avanti, io non mi pongo il problema", certo allora nè il paradosso, nè l'ironia, nè il grottesco saranno serviti a qualcosa. Puro e semplice intrattenimento, troppo noioso o troppo divertente, e via a perpetuare situazioni grottesche giusto per il gusto di farsi due grasse risate. Nient'altro.
Quelli che hanno risposto affermativamente in questo saggio possono trovare una serie di articoli che affrontano tematiche di ogni genere: che mettono a fuoco il rapporto con la spiritualità, l'istituzione, la cultura, la mentalità, ruotando attorno a notizie, aneddoti e situazioni sociali sul tema della religione e sesso, cultura e istruzione, lavoro e consumismo... Un breve estratto: pag 89. "Una volta l'Italia era simpaticamente nota come il paese dei mand olini e delle serenate, ora attira l'attenzione con l'estrosità delle megamulte. Non indugerò a sottolineare alcuni tratti dell'operazione, feroce, mettiamo a Como, lassista a Frosinone; certe burlesche interpretazioni per cui chiunque attraversa con il rosso pagherà settantacinquemilalire di multa: sia un pullman, un pedone, o un gatto eccezionalmente distratto. E' l'Italia. La faccenda delle megamulte mi fa meditare sulla potenza che ha conseguito, pressochè inosservata, la classe dei pubblicitari. Io apprezzo i pubblicitari. Tipi fantasiosi [...]. Esperti di psiche umana, tecnici dei desideri collettivi, costoro possono vendere tutto. [...] Se qualcuno volesse vendere le giraffe come merce di consumo insieme chic e imperativo dovrebbe affidarsi a costoro. Immagino un'Italia in cui le Giraffe si diffondono mano a mano, poi via via più rapidamente. Una giraffa è un animale complicato, dà lavoro a molti tecnici: tubisti, gambieri, tappezzieri. Ecco: in breve qualcuno diffonderebbe l'idea che acquistare le giraffe sia un'operazione meritoria oltre che chic. Ecco la gente far la coda per prenotare giraffe. Vanno a ruba. Chi non ha la giraffa cade in depressione. [...] In breve, la penisola è invasa dalle giraffe. Per attaversare la strada, bisogna passare tra le gambe delle giraffe. Qualcuno protesta. Viene deriso e zittito. Che fine farebbero i tappezzieri di giraffe? Ma poi ci si accroge che le giraffe, mettiamo, fanno la cacca. Ne fanno tanta, che le città acquistano aroma di cacca di giraffa. Solo i piccoli paesi depressi sannoa ncora di erba e di pane. Si costruiscono caccadotti epr portare in appositi silos le deiezioni delle giraffe. I silos diventano enormi; si costruiscono strade per smaltire le deiezioni tra tanti silos; così la gente lavora, e la giraffa diventa tanto pregiata che la esportiamo in tutto il mondo. In Africa uccidono le giraffe indigene per importare le italiane. Poi, la catastrofe. Ormai è impossibile attraversare la strada. L'odore della cacca è dovunque. Intere famiglie scompaiono nei mucchi di escrementi. Un signore che crede di sapere l'italiano a questo punto trova la parola "disincentivare". Bisogna penalizzare gli acquirenti di giraffe. Bisogna concentrare le giraffe in appositi parchi. Ma i parchi sono già occupati da altre giraffe. Ma i parchi sono già occupati da altre giraffe. La "megamulta" disincentiva. Guai a te se usi ciò che ti ho venduto. Non ci si poteva pensare prima? Impossibile. Il pubblicitario vuole vendere tutto e subito. Lei, signore, non vuole una giraffa? Glie la vendiamo completa di megamulta."
A questo punto torno all'inizio e penso: "è possibile viaggiare nel tempo? E' possibile tornare indietro?" E mi rendo conto che è possibile sì, nei film s'insegna che questo è anche pericoloso però poi si riesce a risistemare tutto prima della fine del film. Nella realtà invece? E' sufficiente rispondere alla domanda: "Non ci si poteva pensare prima?" con "sarebbe stato meglio, ma finchè non si commettono degli errori non si impara". Sarebbe meglio imparare facendo meno disastri o magari disastri di entità minore, comunque sì, meglio tardi che mai. Magra consolazione quando si è ormai scomparsi sotto metri di cacca di giraffa. Per coloro che non sono ancora scomparsi: "no, non è vero che tanto vale lasciarsi tirar giù..Se voi sopravvivete allora sì che è importante quello che avete imparato, per non commettere più gli stessi errori"
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I read this some years ago, maybe many years ago. Maybe I would have to read it again to say what I think NOW. Would I read it again? Would I get the same impression? Can I go back in the past without creating a "time paradox"? I just have the memory of the impressions and ideas I got when I read it that first time: I liked this book, I remember I really liked it a lot that healthy black humor and ironic clever way of expressing and writing those serious things. The writer (journalist and avant-garde writer from Milano, Italy 1922-1990), enters and goes into the realm of PARADOX, doing this in order to tell about reality. English version: to be continued (maybe).
Ero orientato verso le tre stelle, la penna di Manganelli è la solita, di straordinaria inventiva, ma avevo l’impressione che non si attagliasse del tutto al formato. Si tratta infatti di corsivi, scritti dal 73 all’88 per quotidiani e riviste di grande diffusione.
Poi ho avuto un momento allucinatorio con i corsivisti di oggi, e mi sono apparsi i musi di Cazzullo, Severgnini, Gramellini.