Genova e Nuoro, a dieci anni dalla scomparsa di Fabrizio De Andrè (Genova, 1940 – Milano, 1999) rendono omaggio alla figura e all’opera di uno dei più amati cantautori italiani, con una raffinata esposizione. La mostra dal taglio inedito, che da Genova approda a Nuoro, fa conoscere la vita, le opere, la musica e le parole di “Faber” – come veniva chiamato dagli amici attraverso un particolare allestimento, curato da Studio Azzurro – uno dei più importanti gruppi internazionali di videoarte – che propone, attraverso l’impiego di sofisticate tecnologie, un percorso entro cui trovare suggestioni, cronologie e l’approfondimento di temi specifici che hanno caratterizzato la riflessione di De Andrè, come la morte, l’amore, le donne, la guerra, la lingua, gli ultimi e Genova, o ancora i personaggi che hanno preso vita grazie alle sue canzoni. Non manca l’esposizione di alcuni cimeli visivi e musicali particolarmente ricercati e di immagini scattate da fotografi che hanno seguito da vicino la sua vita (Mimmo Dabbrescia, Cesare Monti, Luca Gregnoli, Reinhold Kohl, Guido Harari, Francesco Leoni). Il catalogo ripropone, in capitoli, le sezioni della mostra, con interventi di noti personaggi del mondo della cultura e della musica, accompagnati da un ricco repertorio fotografico. Genova, dicembre 2008 - giugno 2009 Nuoro, luglio 2009 - 10 gennaio 2010
la mostra è come un libro maledetto, di quelli che mentre li leggi li senti rivolti a te, arrogandoti un diritto che non hai. perché uno scrittore non scrive mai per te, non sa niente di te, nemmeno che esisti. scrive quello che ha scelto di scrivere, e magari non parla a nessuno: non a te, che non esisti. non a un pubblico indistinto e indefinito, perché non fa parte della bellezza di un testo o del pensiero che lo genera. magari nemmeno a se stesso, perché la scrittura è finzione, artefatto, forse pura estetica o un'idea forte da esprimere, raramente è vera introspezione. non credere di conoscere una persona da quello che scrive, non credere che scriva a te. per una canzone è uguale. non credere che dica qualcosa a te, non credere che dica qualcosa di lui. però ci casco, cazzo. ci casco spesso con i libri, e solo con le canzoni di deandré. allora mi prende subito alle spalle, appena entro. il buio mi protegge mentre lo ascolto che parla di genova con le stesse parole usate da mio padre, diceva che genova è una condanna alla nostalgia. la odi finché non te ne vai, poi comincia a mancarti e passi la vita a cercare di tornarci, sapendo che sarà impossibile. avevano la stessa età, so che si erano conosciuti da ragazzi, poi incontrati da adulti. lo ascoltava, lo ascoltavo da bambino. non me ne frega niente di conoscerlo a memoria, ma mi fa pensare da quando ho il bene della ragione, e prima ridevo all'idea di un gorilla che si incula un giudice. ma è un caso. sono io che sbaglio, a pensare agli appunti di mio padre guardando quelli di un cantante, che rileggo nella mente i suoi diari mentre guardo quelli appesi in una mostra. che ricordo gli appunti di scuola, i libri, le chitarre, i discorsi. non sono così idiota da dire che si somigliavano: solo la città e l'anno, punto. ma in quel buio ho tirato fuori ricordi che si allontanano, emozioni che col tempo diventano più profonde. una partita allo stadio, camminare con le mani in tasca nei vicoli, vento freddo e odore di mare, bicchieri di troppo in scantinati, bettole e vecchi bar di pietra, incontri e abbracci con vecchi compagni di liceo "son contento di conoscerti, ero amico di tuo padre". non basta un fine settimana a contenere tutti i ricordi.