Saverio Lodato è di padre siciliano (di Canicattì) e di madre milanese. I genitori, dipendenti statali, furono sottoposti a trasferimenti continui per essere simpatizzanti del PCI; così Lodato, prima di trasferirsi a Palermo ad otto anni, ha abitato a Reggio Emilia, Modena, Pisa e Livorno[1].
Laureato in Filosofia, ha iniziato a scrivere nel 1979 sul quotidiano L'Ora. Dal 1980 scrive su L'Unità come corrispondente da Palermo[2]. Fu arrestato nel 1988 insieme al collega Attilio Bolzoni di Repubblica per aver pubblicato le rivelazioni del pentito Antonino Calderone, violando il segreto istruttorio[3]. Furono entrambi assolti nel 1991 dall'accusa di peculato e amnistiati per quella di rivelazioni del segreto istruttorio [4].
Nei suoi articoli e nei suoi saggi, Lodato affronta e sviluppa i temi e le connessioni della politica italiana, con particolare attenzione alla mafia. In proposito è autore di una cronaca del fenomeno mafioso, continuamente aggiornata; l'ultima edizione (Quarant'anni di mafia) è stata pubblicata nel 2012.
In altre opere ha incontrato i protagonisti della lotta alla mafia (i Pubblici ministeri Piero Grasso e Roberto Scarpinato) e i pentiti Tommaso Buscetta e Giovanni Brusca.
A dicembre 2012 ha aderito al manifesto del comitato promotore “Io ci sto”, il cui primo firmatario è il magistrato Antonio Ingroia, quale candidato premier del movimento Rivoluzione civile.
Non so bene cosa pensare di questo libro, l'autobiografia di Giovanni Brusca, il "boss" di Cosa Nostra che ha azionato il telecomando per uccidere Falcone e ha ordinato di sciogliere nell'acido un bambino di quindici anni. A meno che Saverio Lodato non abbia stravolto le sue parole, Brusca sembra una persona sincera. Sincero, perché anche se pentito non finge di aver attraversato chissà quali problemi di coscienza, Brusca non dice mai "Oh cielo, ho ucciso delle persone, com'è possibile che io abbia fatto una cosa simile?". Anzi, descrive le modalità con cui ha ucciso e nascosto i corpi con la stessa freddezza mentale con cui normalmente una persona ti passa una ricetta per preparare una torta. Leggendo risulta quasi disgustoso il suo distacco emotivo verso le sue azioni. Ma è, appunto, sincero. Lo stesso vale per il motivo del suo pentimento. Semplicemente: Totò Riina ha pensato di uccidere anche me ed è stato poco riconoscente nei confronti della mia famiglia. Invece, fa quasi commuovere il modo con cui cerca di mettere in buona luce Cosa Nostra... Ai negozianti che si rifiutavano di pagare il pizzo/la protezione non veniva sistematicamente fatto saltare il negozio, si decideva valutando i pro e i contro (che gentili...). Se qualcuno ti rubava la macchina avevi due giorni prima che te la smontassero, se prima della scadenza riuscivi a far arrivare a Cosa Nostra un messaggio d'aiuto ti veniva restituita, sennò amen (perché quando a qualcuno viene rubata la macchina non va dalla polizia ma cerca il mafioso con cui lamentarsi). Nell'ultimo capitolo descrive anche alcuni pomeriggi trascorsi tra affiliati, l'immagine è quella di un gruppo di amici che passa del bel tempo insieme. L'intento è quello di smontare l'idea che uno ha generalmente delle riunioni mafiose (luoghi oscuri e loschi). Peccato che sia possibile trascorrere del tempo serenamente con degli amici anche se non si è affiliati a Cosa Nostra. Questo per quanta riguarda la sincerità che traspare dalle sue parole. Ci sono comunque alcune sue considerazioni che proprio non mi convincono. Sul serio vuole farmi credere che non si aspettava di essere disprezzato dalla folla dopo la sua cattura? Le sue parole: Fu l’ultima umiliazione: prima di salire in macchina dovetti attraversare una piccola folla di poliziotti, giornalisti, curiosi, tutti gridavano contro Giovanni Brusca, tutti ripetevano che il «mostro» era stato finalmente arrestato. La gente applaudiva la polizia. E questo mi ha massacrato moralmente. Provavo quello che mi aveva raccontato La Barbera la sera della strage di Capaci quando, attraversando i paesi del palermitano, aveva sentito dire «Questi cornuti, questi sdisonorati hanno ammazzato quella persona per bene del dottor Falcone e di sua moglie». Tutto ciò che ho fatto dentro Cosa Nostra l’ho sempre fatto nella convinzione di aiutare il debole e ora mi vedevo ricambiato con l’applauso ai poliziotti che mi avevano arrestato.
Ma come fa una persona ragionevole a pensare una cosa del genere? Credeva di essere dalla parte dei "buoni"? Precisamente, in che modo aiutava i deboli? Arricchendosi con estorsioni e spaccio? In realtà Brusca dice di essere contrario allo spaccio di droga ma di fatto ha lavorato diverse volte nel trasporto della droga. La sua giustificazione è che Cosa Nostra glielo aveva chiesto. Ecco, questo è il punto, sembra che una persona dopo essere diventata affiliata perda la propria capacità di intendere e di volere e che questo non sia assolutamente un problema. Brusca ha ucciso anche persone che non conosceva per fare un "favore" ad altri "uomini d'onore". Nessun problema, perché Cosa Nostra è un'entità superiore con tanto di leggi che vanno rispettate per essere considerati degni di essere affiliati (e per non essere uccisi a sua volta).
Detto questo, il libro è veramente interessante. Ripercorre la storia di Cosa Nostra dalla seconda guerra di mafia in poi, analizzando anche la mentalità dei sui affiliati nonchè le differenze con la stessa mafia negli USA.
Un libro molto interessante da leggere per conoscere meglio la storia di Cosa Nostra e la mafia italiana. (Non solo per italiani, ma per tutti). La confessione più lucida e terribile di una delle figure più emblematiche della mafia italiana, passando attraverso tutti gli stadi della sua vita, dalla sua iniziazione all'omicidio fino ad arrivare al suo pentimento, passando per il racconti del più orrendi crimini compiuti dai "uomini d'onore" della Mafia italiana che non risparmiano nessuno. Vi consiglio vivamente di comprarlo e di lasciarvi trasportare in questo intreccio che ha portato a terribili avvenimenti, su cui è necessario ogni tanto fermarsi e rifletere.