Il volume ripercorre l'orrendo massacro perpetrato dalla Wehrmacht contro la divisione Acqui nell'isola di Cefalonia, all'indomani dell'armistizio che l'8 settembre 1943 lasciò l'esercito italiano abbandonato a se stesso. Nelle battaglie morirono 9406 soldati: oltre 1300 caddero durante gli accaniti combattimenti che si svilupparono in tutta l'isola, in particolare tra il 15 e il 22 settembre, oltre 5000 vennero passati per le armi o fucilati dopo la resa, altri 3000, fatti prigionieri, scomparvero in mare a bordo di tre navi che urtarono delle mine.
Storia risaputa, ormai, ma sempre dura a digerirsi, quella del massacro di Cefalonia durante la Seconda Guerra Mondiale. Qui è trattata con ampia cognizione di causa e raccontata con una scrittura rapida, agile, accattivante, che concede al romanzato solo i raccordi logici tra gli eventi, o qualche nota di colore. L'apoteosi del pragmatismo germanico è stata il germe della sua successiva disfatta. Dietro di sé, una scia di orrori inumani con cui fare i conti. La faccia peggiore dell'italianità, invece, non è morta con quella guerra ma si è riciclata e riprodotta, modificata geneticamente e adeguata ai tempi, fino a diventare endemica. Neanche fatti emblematici come questo, la intaccarono. La faccia migliore, ahimè, continua più o meno a soccombere.
Il libro è del 2000 , quando , auspice Ciampi, si ricominciò a leggere e a interessarsi di questi eventi, e dell'eroismo di questi soldati , a 60 e più anni dai fatti... Cosi scopriamo che questa Divisione di richiamati, di Italiani raccolti un pò ovunque, che avevano passato gli ultimi due anni a corteggiare le ragazze greche, neanche fossero in un film di Salvatores, nel momento del "si salvi chi può", del fallimento delle istituzioni, del tradimento del re che lascio milioni di soldati senza ordini, con la scarsa istruzione militare, le scarse armi, frutto di un imperdonabile regime di cartapesta che, dopo aver militarizzato a parole per 20 anni l'Italia la aveva lasciata peggio armata e peggio comandata che nel 15/18, scrivono , per una settimana, una pagina di assoluto eroismo. Messi di fronte alla morte certa, resistono , come possono, e dove possono; senza aiuti muoiono sulle trincee come eroi del risorgimento, di fronte a un bestiale nemico cui, fino al 08/09/43 eravamo alleati, scoprendo , anche sulla nostra pelle la barbarie nazista... Muoiono tutti, o quasi , pochi si salvano, e , mentre la repubblica nata dalla resistenza mette il silenziatore a questi resistenti armati (e a tutti quelli che nei Balcani dopo il 08/09 si unirono ai partigiani di Tito) ai pochi sopravvissuti tocca anche l'onta di un ignobile processo per essersi ribellati ai nazisti.... Povera Italia...
Si lascia leggere Altra storia romanzata alla Alfio Caruso, della "Acqui" a Cefalonia. Personalmente non posso dire che sia una pagina di storia che cattura il mio interesse; rimane un eccellente scritto che porta all'occhio, immediatamente, cos'è l'8 settembre per l'Italia: un giorno d'infamia. I soldati italiani, quelli di carriera e non, si trovano di fronte all'interrogativo: siamo una nazione non più belligerante, dobbiamo cedere le armi da sconfitti? Siamo traditori? L'alleato germanico è diventato nemico? E' facile capire oggi cos'è giusto e cos'è sbagliato. A una o due generazioni di distanza la guerra in Europa tra europei è un errore; al giorno d'oggi è un ricordo lontano, che va appunto ricordato, che non deve più essere e non deve più tornare. Nel 1943 le cose stanno altrimenti. Il "tradimento" italiano di una guerra che da perduta doveva volgersi in, se non vinta, "al fianco dei vincitori", alla maniera vigliacca dei badogliani, quando era ormai troppo tardi, quando ormai salire sul carro del vincitore avrebbe solo peggiorato le cose per tutti gli italiani, al di là di ogni considerazione politica che si possa fare, portando il paese a una inutile guerra civile. La "Acqui" fu tra le unità che scontarono la pena massima del voltafaccia ignobile; dimenticati, forse si riesce a comprendere cosa ha significato il correre ai ripari di Badoglio e i suoi, e il perché da molti storici quella decisione è aspramente criticata. Dei 9000 italiani a Cefalonia, l'eccidio conta a seconda delle stime tra i 5000 e i 6000. Massacrati, fucilati, morti in combattimento.
Lettura sicuramente impegnativa e non adatta a tutti, in quanto per gran parte costituita da enumerazioni di nomi e battaglioni, ma che racconta un pezzo di storia, di eroismo di giovani soldati, che è di fatto sconosciuto ai più. L'eccidio della divisione Aqui a Cefalonia succedutosi all'armistizio dell'8 settembre 1943. Non nascondo di aver portato a termine la lettura con qualche difficoltà, perché non è il mio genere, e spesso mi sono trovata a forzarmi, ma volevo portarla a termine perché è il libro preferito di mio padre, e racconta una storia che, a sua volta, lui ha sempre raccontato a me, sin da quando ero bambina. Sono contenta di averlo fatto, perché, sebbene non penso che lo rileggerò mai, mi ha permesso di fare un po' di luce su una storia ingiustamente nascosta, e, forse, di aver reso un po' di giustizia a tutti quei "figli di mamma" massacrati dagli ex alleati ed abbandonati al loro destino dai nuovi.
Un libro commovente e umano che racconta di un "campione" di quella sfortunata gioventù italiana mandata al macello nella seconda guerra mondiale. Lo scenario è la splendida isola di Cefalonia, nel mare ionio, che si trasforma, dopo l'8 settembre 1943, in un mattatoio. Macellai i tedeschi di Hitler e povere bestie da macello le truppe italiane, ree di non aver voluto arrendersi agli ex alleati dopo il frettoloso armistizio. Una storia che non si dimentica, che non si deve dimenticare!
Un libro lucido ed analitico. Crudo, cruento e in alcuni capitoli disperato come gli Italiani abbandonati. Come tutte le nostre guerre, siamo vittima spesso di comandanti incapaci o non adatti al ruolo che ricoprono. Noi non siamo capaci a fare le guerre ma moriamo con coraggio.
Appassionato e appassionante. Si vede che l'autore ha la mano del romanziere, perché appassiona non solo usando la drammaticità intrinseca a questa italianissima vicenda, ma ricorrendo a uno stile fortemente narrativo e avvincente. Anche per suo merito approfondirò l'argomento.