Nati di donne
“Ogni tanto uno di noi si allontanava, e arrampicandosi di tetto in tetto, di terrazzo in terrazzo, si dirigeva là dove si sapeva che qualche donna aveva dimenticato di ritirare in casa la frutta messa a seccare, arrivava con manciate di fichi o albicocche, che venivano distribuite con rigida giustizia, cominciando dai più piccoli. Quando riuscivamo a procurarci un lenzuolo stracciato, lo mettevamo nell'angolo tra un tetto e l'altro, fissato da pietre, oppure tra una corda e l'altra fissato da mollette per i panni, e avevamo una capanna, a separarci dal vasto cielo, a proteggerci dalla caduta delle stelle. Di giorno poi due o tre di noi lì dentro se ne andavano a parlare, a sussurrare segreti”.
Althénopis è un libro che ho desiderato moltissimo, molto atteso e anticipato. È un libro inconsueto e ricercato, e non è un romanzo: è un insieme di narrazioni, come scrive con saggezza Silvio Perrella nella prefazione, cucite una a fianco all'altra come se fossero tessuti, o sentieri, o quadri, nella logica del mescolare forme e colori, pezzi e lavori, stoffe e fibre, camminate e ritorni. Ci sono moltissimi elementi di memoria d'infanzia, c'è un commovente requiem, si conosce un universo femminile di relazioni, fatti, figure, aneddoti, sentimenti e soggettività, tradizioni e generazioni. Scrive Ramondino che il mare è la più grande delle feste: le altre sono il cibo, il sole, i corpi, il sesso, gli scherzi, le chiacchiere, i giochi, le amicizie, il vestire, le case, gli abbandoni, il crescere, il maturare, i paesi delle costiere althenopee. Nelle pagine di Ramondino, la famiglia è un labirinto: luogo di dolore e di amore, di intensità e angoscia, di unione e conflitto. Il testo, pubblicato come esordio nel 1981, è ambientato nei tempi di guerra, quando la scrittrice cresceva all'ombra della madre e con la guida della nonna e cominciava a sentire dentro di sé la segreta compagnia di qualcosa, una vita dentro la vita, una piccola vita, perché ognuno di noi ha un altro se stesso, sepolto, che attende, con coperte faville, il suo giorno. Perrella riconosce nello stile esperienziale e negativo di Ramondino una sintassi, che egli accosta con arguzia al Lessico di Ginzburg, e certamente si trova anche qualcosa della folle dolcezza di una Ortese. Ci sono, nel racconto suddiviso in tre parti, la città e il territorio; scorrono le immagini del tempo di guerra e della povertà, già raccontata tra gli altri da Domenico Rea; l'originalità dell'allegria locale, la vita barbara che eccede ovunque, nel cambiamento e nella luce, negli intrecci, verso il disincanto e l'oblio. Ramondino occupa gli spazi intermedi, di traverso, con una lingua smisurata e selvatica; riesce a placare la fame emotiva del lettore, accogliendolo in luoghi di sabbia e rovine, di densità e viscere, dove l'inabitato si coniuga con il lussuoso, le domande si conciliano con gli specchi e le macchie del passato riordinano le vulnerabilità del femminile, in un sorriso sciocco e mai rapace, che si muove nel mondo, e dice io.
“La clef que tu cherches n'est pas là: jette-toi dans la vie et tu la trouveras”.