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Una testa mozzata

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L'amore secondo Irvine Welsh: una storia ambienta in un'anonima cittadina di una popolosa regione a nord di Edimburgo e raccontarla in prima persona dai due protagonisti, Jason King e Jenni Cahill da Cowdenbeath, Fife centrale, Scozia.
Lui, ventisei anni e poco più di un metro e mezzo d'altezza, ha archiviato le giovanili speranze di diventare un fantino professionista e si barcamena in un presente non troppo radioso da sottoccupato cronico e stella locale del subbuteo. Tra una partita e l'altra del «meraviglioso gioco da tavolo» e lavoretti più o meno leciti, Jason inganna la monotonia delle giornate di provincia ascoltando Cat Stevens, scolandosi quantità esagerate di Guinness e tampinando quasi ogni ragazza gli capiti a tiro. Da un po', però, a dare materia alle sue fantasie sono le morbide forme della dolce Jenni Cahill. Cavallerizza di scarso talento, con una passione per Marilyn Manson e vaghe aspirazioni suicide, lei non sembra tuttavia troppo entusiasta di ricambiare le attenzioni di quel «nanerottolo schifoso» di Jason. Ma si sa, le apparenze possono ingannare e al cuor non sempre si comanda, e saranno prima il caso e poi un tragico incidente a far scoprire ai due ragazzi di poter condividere qualcosa: il sogno di una nuova vita, lontana dal grigiore di ogni Cowdenbeath del mondo.

252 pages, Paperback

First published January 1, 2007

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112 people want to read

About the author

Irvine Welsh

74 books7,631 followers
Probably most famous for his gritty depiction of a gang of Scottish Heroin addicts, Trainspotting (1993), Welsh focuses on the darker side of human nature and drug use. All of his novels are set in his native Scotland and filled with anti-heroes, small time crooks and hooligans. Welsh manages, however to imbue these characters with a sad humanity that makes them likable despite their obvious scumbaggerry. Irvine Welsh is also known for writing in his native Edinburgh Scots dialect, making his prose challenging for the average reader unfamiliar with this style.

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27 (10%)
1 star
10 (3%)
Displaying 1 - 14 of 14 reviews
Profile Image for Lee.
380 reviews7 followers
April 29, 2019
I re-read this to check it was as blisteringly funny as I remembered. No disappointment.
Profile Image for GloriaGloom.
185 reviews1 follower
November 18, 2010
Sembra Hornby che imita Welsh o il contrario. I giovani attempati della narrativa inglese han perso mordente e acquistato buoni sentimenti. Un Welsh da MTV.
Profile Image for Ubik 2.0.
1,077 reviews296 followers
October 29, 2012
Solo al termine del libro sono venuto a sapere che i conoscitori della bibliografia originale di Welsh hanno fortemente deplorato la pubblicazione italiana di "Una testa mozzata" in quanto frutto di un'operazione editoriale, diciamo così, piuttosto spregiudicata.

Pare che il testo pubblicato, originariamente inserito col titolo di "Kingdom of Fife" in una raccolta di racconti, sia una cosiddetta Novella (noi lo chiamiamo Romanzo breve) spacciata in Italia come ultimo romanzo di Irvine Welsh (oggi sarebbe il penultimo dopo l'uscita di Crime) mentre, quel che è più grave, gli altri racconti sono spariti dalla traduzione italiana. Mah...!

All'oscuro di questi pasticci editoriali, la lettura di Una testa mozzata ci offre comunque un Welsh come sempre divertente in una vicenda che non si svolge a Edinburgo ma in una piccola cittadina, ubicata nella regione denominata Fife, a Nord della metropoli.

I personaggi quindi, oltre alle consuete ossessioni "welshane", sesso e alcool in primis, manifestano anche lo spleen dell'abitante di paese con l'insopprimible pulsione ad "andare via" ad ogni costo. Cosa che, contro ogni aspettativa, riesce alla fine ai due protagonisti (lui e lei) che si alternano nella narrazione in prima persona.

Narrata con lo stile pirotecnico di Irvine Welsh, la storia alterna ambienti realistici a situazioni e personaggi grotteschi o comunque bizzarri come il padre di Jason, marxita-leninista con una sfrenata passione per il Rap di 50cent o il prete spretato autore di una delle più esilaranti orazioni funebri mai lette.
Profile Image for Fedi.
22 reviews
February 4, 2016
Non si può dire che Una Testa Mozzata non mi sia piaciuto, e poi, intendiamoci, è sempre di Irvine Welsh che si parla - anche se non è un Welsh al massimo della forma.

L’intreccio non è dei più originali e nemmeno particolarmente appassionante; non ci sono scarti temporali significativi e, se si esclude qualche buco di memoria generato in Jason dalle droghe, la doppia narrazione fa sì che praticamente nulla di ciò che accade venga nascosto al lettore. Permane la voglia di capire dove Irvine abbia intenzione di andare a parare, ma più come conflitto tra lettore ed autore in persona che come reale appassionarsi agli eventi del romanzo.

Trovo che Una Testa Mozzata sia troppo breve e troppo poco denso perché la ricostruzione della società scozzese e l’introspezione psicologica dei protagonisti possano reggere l’attenzione quanto accade, ad esempio, in Colla. Sia Jenni che Jason avrebbero forse avuto bisogno di più tempo per esprimersi; non tanto perché fosse approfondita la loro visione dell’universo, perfettamente chiara anche in queste 244 pagine scritte grandi, quanto per vederli barcamenarsi in più casi della vita. La forza di Colla, ad esempio, sta nell’attraversare un campionario vastissimo di eventi e periodi della crescita dei protagonisti – certo, genera e richiede tutto un altro tipo di attenzione, vista la lunghezza quasi doppia.

Diciamo che, come primo (e finora unico) tentativo di Welsh di coprire lo iato che sta tra i suoi romanzi di formazione infiniti e i racconti tanto corti ed intensi da risultare più allucinati di alcune pagine di Palahniuk, in fondo non c’è male.

Recensione più approfondita sul mio blog, qui
Profile Image for piperitapitta.
1,052 reviews471 followers
November 19, 2017
God save the king (of fife)

Questo era il mio primo libro di Irvine Welsh, autore che volevo leggere da un bel po', sicuramente almeno da quando mi era capitato di vedere il film Trainspotting.
È indubbio che quanto riesca ad accettare cinematograficamente, e cioè un linguaggio aggressivo e sociolinguisticamente degradato, mi riesca più indigesto da digerirlo da un punto di vista letterario. è altresì indubbio che sicuramente il grande lavoro di traduzione operato da Massimo Bocchiola non riesca comunque a mantenera quella genuinità e vitalità che sicuramente il romanzo avrà avuto in puro e originale slang scozzese ma, purtroppo, non essendo in grado di leggerlo in lingua madre mi devo accontentare del pur pregevole, ma meno spontaneo, lavoro di traduzione.
Queste sono le mie premesse, per cui mi rendo conto che nel mio giudicare questo romanzo ci sono parecchi limiti, anche se tutto sommato i propri limiti ognuno di noi li pone in qualsiasi opera legga.

Ma veniamo a noi: il linguaggio non contribuisce a catturarmi, e non è il continuo intercalare di 'calatroia o 'calatroiacaromio, il linguaggio sporco non mi spaventa, ma è un intercalare che non trovo aderente al linguaggio italiano nel quale è tradotto: se ad esempio fosse stato sostituito da un semplice porca troia per esteso o 'rcatroia se contratto o da un puttanatroia qualsiasi, sia pur tutte le volte che lo ripete il protagonista, lo avrei trovato meno stridente e forzato. E poi tutta quella serie di raspe, piste e non ricordoqualialtritermini, che sinceramente non riescono a trovare una corrispondenza reale per quanto mi sforzi nemmeno in tutti quegli illetterati da stadio che mi capita di ascoltare spesso nelle radio locali a parlar di Roma o di Lazio o negli esemplari di borgata che spesso si incontrano in metropolitana, sul trenino Roma-Ostia le domeniche d'estate o ai cancelli sulla spiaggia di Capocotta. Insomma, forzosamente 'ggiovane e sboccato come probabilmente non si usa più nemmeno nei bassifondi di Glasgow, ma in questo potrei tranquillamente sbagliarmi e la 'ggioventù scozzese essere peggio della feccia più feccia d'Italia.

Infine storia, che è sì carina, ma senza approfondire mai nessuna tematica: non è sul disagio sociale (sì Jason è disoccupato, ma non è nemmeno troppo chiaro che lo sia o che se ne dispiaccia), non è sull'amicizia (sì d'accordo, la testa mozzata, l'orazione funebre, ma è tutto appena sfiorato), non è sull'amore (il rapporto con Jenni non è analizzato né da una parte né dall'altra ed è un po' buttato là), non è sul gioco (la passione di Jason per il Subbuteo è importante ma non centrale nel romanzo e rimane un po' troppo defilata quando invece sembrerebbe chiedere maggiore attenzione e fornire gli spunti più divertenti).

Forse è proprio il niente quello che emerge da questa storia ma, sempre forse, è descritto così bene che alla fine quello che rimane è un completo disinteresse per quello che Jason e Jenni faranno delle proprie vite.

A questo punto, volendo dare un'altra chance a Welsh, mi toccherà cercare di capire un po' meglio qual è considerato il suo romanzo migliore, anche se visti i miei precedenti con Jonathan Coe, comincio a temere di avere uno scarso feeling con la letteratura british degli ultimi trent'anni.
Profile Image for Vittorio Ducoli.
581 reviews84 followers
December 23, 2025
Una Love story interclassista, ovvero come rendere divertente una generazione disperata

Nonostante la mia biblioteca contenga un numero di volumi che mi garantisce ampiamente di poter leggere romanzi e novelle sinché sarò passato a miglior vita, mi capita ancora di fare un salto in libreria, sia per vedere se non sia inopinatamente uscito qualche classico che ancora non abbia, sia per il puro piacere di assaporarne l’atmosfera scorrendone gli scaffali. Quasi tutte le librerie medio-grandi espongono i volumi per area tematica, ed alcune presentano scaffali – in genere piuttosto ridotti – dedicati proprio ai classici, dove però quasi sempre trovano posto solo titoli di grande notorietà, che in genere possiedo già. Più interessanti per le mie ricerche di nicchia si rivelano solitamente le grandi pareti dedicate alla narrativa tout-court, nelle quali in genere i volumi sono esposti secondo l’ordine alfabetico degli autori, seguendo il quale mi capita sovente di sorprendermi per il numero di libri di autori contemporanei a me del tutto sconosciuti, il che fa affiorare un vago senso di colpa per la mia ignoranza letteraria.
Uno di questi autori è lo scozzese Irvine Welsh, di cui ho spesso notato i molti titoli disponibili, cosa confermata dalla consultazione di una delle più fornite librerie online: tutte e quattro le sue raccolte di novelle e quindici dei sedici romanzi da lui scritti sino ad ora sono stati pubblicati in Italia, ed è facile presumere che anche l’ultimo di questi, Men in Love, uscito in Gran Bretagna quest’anno, sarà edito a breve. L’editore che ha la quasi esclusiva della pubblicazione dell’autore scozzese nel nostro Paese è il Gruppo editoriale Mauri Spagnol che, con le sue case Guanda e TEA, ha dato vita a partire dagli anni ‘90 ad un vero e proprio turbillon di edizioni welshiane, quasi tutte riproposte in seguito, tanto che oggi molte delle opere di tale autore sono disponibili in entrambe le vesti editoriali, anche se la traduzione è la medesima, affidata com’è quasi sempre a Massimo Bocchiola.
Evidentemente Welsh vende bene, oltre ad essere supportato da una generale benevolenza della critica: del resto basta osservare gli estratti di entusiaste recensioni delle più importanti testate internazionali che spesso occhieggiano dalle copertine di questo piccolo diluvio di volumi per rendersene conto, anche se in realtà – come spesso accade – l’accoglienza critica delle sue opere è stata più articolata di quanto frasi accuratamente selezionate per invogliare il potenziale acquirente lascino intendere.
In ogni caso colpisce un lettore smaliziato e tendenzialmente complottista quale sono il fatto che un autore descritto come il cantore dei figli della ex working class scozzese, di una generazione devastata da decenni di deindustrializzazione e politiche liberiste inaugurate dalla puttana inglese Margareth Thatcher, generazione cui non restano che la droga, l’alcool, l’ossessione per il sesso, l’hooliganismo e il sussidio di disoccupazione, venga osannato soprattutto dagli organi di informazione (se così possono essere ancora definiti) che di tali politiche sono stati e sono i fedeli propagandisti. Istintivamente non può non venire il sospetto che Welsh e la sua opera siano in realtà graditi al sistema, essendo egli in qualche modo l’ennesimo rappresentante di una letteratura che, pur occupandosi del disagio delle classi sociali emarginate dalle politiche neoliberiste, lo fa con uno sguardo di tipo sociologico, limitandosi ad evidenziare e in qualche modo estremizzare gli epifenomeni che tale disagio produce per trarne materiale letterario.
Devo subito aggiungere che la mia conoscenza di Welsh è invero limitata: anni fa vidi al cinema Trainspotting, mentre Una testa mozzata è la prima delle sue opere da me lette, peraltro destinata a rimanere anche l’unica. Tuttavia, considerando questo romanzo rappresentativo della sua produzione, mi pare di poter dire che in esso si ritrovano tutti i limiti strutturali di uno sguardo opportunistico sulla realtà, in qualche modo tipico di molta letteratura contemporanea.
Prima però di giustificare queste affermazioni mi sia consentito ancora qualche cenno sull’edizione italiana, datata 2008. Innanzitutto vi è da dire che il romanzo faceva originariamente parte di una raccolta uscita l’anno precedente, intitolata If You Liked School You'll Love Work, di cui fanno parte anche quattro novelle. A mio avviso isolare un testo dalla collocazione in cui l’autore l’aveva posto rappresenta sempre in qualche modo una mutilazione editoriale, giustificata probabilmente solo da intenti commerciali. Inoltre, come capita sovente, il titolo dato all’edizione italiana è del tutto diverso da quello originale, che suona The Kingdom of Fife, con riferimento a quello che fu uno dei più importanti regni degli antichi Picti. Non mi sono chiari i motivi di tale scelta: il titolo originale era infatti perfettamente traducibile, e rimanda ad alcuni elementi chiave del romanzo, a partire dalla sua ambientazione nella regione peninsulare posta a nord di Edimburgo, il Fife appunto, che nel romanzo svolge un ruolo centrale, essendo il luogo simbolo di una atavica identità scozzese che diviene l’unico collante per sopravvivere alla marginalizzazione economica e sociale indotta dalla desertificazione industriale; inoltre il richiamo al nome del protagonista, Jason King, crea un legame immediato tra la sua personalità e il luogo in cui vive, che inevitabilmente viene perso nella traduzione.
Il romanzo è suddiviso in trentuno capitoli di poche pagine ciascuno, nei quali si alternano in veste di narratori il protagonista e una ragazza, Jenni Cahill. Entrambi vivono a Cowdenbeath, una cittadina di circa 15.000 abitanti nella porzione centromeridionale del Fife.
Jason è un ventiseienne disoccupato, minuto, con un passato da promettente fantino e un presente da buon giocatore di subbuteo. Il padre, con cui vive in un quartiere popolare nei pressi della stazione, è anch’egli disoccupato: fervente marxista-leninista, è un grande appassionato del rapper 50 Cent; la madre da alcuni anni è andata a vivere con un altro uomo.
Jenni, paffuta e con il complesso di ingrassare, ha qualche anno in meno ed appartiene alla middle class: il padre si sta infatti arricchendo come impresario dei trasporti. Vive in una bella casa, ha un cavallo che ama molto ma che il padre le ha comprato solo perché vuole che competa nel salto agli ostacoli, come Lara Grant, l’amica del cuore di Jenni, figlia di un medico, più carina e disinibita di lei.
Jason e Lara vivono con disagio la noia e la mancanza di opportunità della piccola città e sognano, in particolare Jenni, di andarsene. Entrambi, inoltre, hanno qualche problema con il sesso: lui ha avuto rapporti con poche donne, ed anche lei ha avuto solo un paio di storie, peraltro poco soddisfacenti. Si dedicano quindi spesso alla masturbazione, in particolare in modo quasi compulsivo Jason.
Il primo fattore caratterizzante il romanzo e con il quale il lettore deve fare i conti è il linguaggio usato da Welsh. Come in Trainspotting, le due voci narranti parlano infatti in modo sostanzialmente diverso. Il linguaggio di Jenni, che ha frequentato buone scuole e l’università, è stilisticamente più corretto, pur essendo ovviamente giovanilista, a tratti anche artificiosamente. Quello di Jason, al contrario, è un linguaggio proletario, che nell’originale riproduce foneticamente le peculiarità dell’accento scozzese ed è letteralmente infarcito di scurrilità come intercalare abituale. Devo dire che Massimo Bocchiola si è districato abbastanza bene con le difficoltà della traduzione: lo slang di Jason diviene infatti la parlata di un ragazzo del nord Italia, con accenti lombardi: è una parlata sincopata, a tratti forzata nel susseguirsi delle scurrilità, ma è indubbio che conferisca ritmo alla narrazione, probabilmente avvicinandosi in questo alla versione originale.
Di fatto il filo conduttore del romanzo è dato dallo sbocciare dell’amore tra Jenni e Jason, ed è condito da numerosi episodi collaterali, volti a mettere in evidenza la diversità della vita dei due giovani, il disagio esistenziale che li accomuna, la distanza che li separa dai genitori. Grande spazio è ovviamente dato alla vita da pub di Jason, tra pinte di oro nero Guinness e chiacchiere con amici dai soprannomi che purtroppo nella traduzione sono divenuti improbabili, nelle quali gli argomenti prevalenti sono le donne e lo sport, mentre nel caso di Jenni lo sguardo dell’autore si posa sul rapporto conflittuale, o meglio competitivo, con l’amica Lara e sul conflitto generazionale con i genitori, peraltro nutrito dal loro ipocrita idiotismo piccolo-borghese. Il rapporto tra Jason e il padre (la madre compare poco nel romanzo) è invece più articolato: il conflitto c’è, ma è attenuato dal riconoscimento che il padre, pur vinto dalla Storia, ha lottato per una causa giusta.
Un ruolo importante nel romanzo lo svolge il subbuteo - il calcio da tavolo divenuto d’antan a causa dell’invasione dei videogames già molto prima della pubblicazione del romanzo - di cui Jason è un campione locale, tanto da giungere alla finale della Coppa di Scozia. Il subbuteo, insieme alla passione per Cat Stevens prima della conversione, rappresenta la nostalgia di Jason (o forse sarebbe meglio dire dell’autore) per un mondo, quello degli anni ‘70-80, in cui ancora sembrava possibile cambiare lo stato delle cose e la società non era ancora stata coscientemente atomizzata. Non è un caso che Jenni, partecipando attivamente all’incontro di semifinale che vede impegnato Jason e pur rimarcando di considerare stupido il gioco, dichiari di sentirsi per la prima volta parte della propria comunità cittadina. E non è un caso neppure che Jason si congedi dalla realtà che lo circonda proprio durante lo stesso incontro di subbuteo.
Come accennato, a contorno dell’evolversi del rapporto tra Jason e Jenni vengono narrati molti episodi che coinvolgono i due protagonisti e la loro cerchia. Molti di questi contribuiscono ad arricchire l’affresco sociale ed umano dato dal romanzo, ma un elemento che lo rende a mio avviso estremamente debole è che l’autore abbia sentito il bisogno di condire il quadro tutto sommato realistico delle vicende di due giovani della provincia scozzese con alcuni episodi grotteschi al limite del surreale. Mi riferisco soprattutto alle vicende che concernono l’incidente in motocicletta che coinvolge un amico di Jason, Ally Kravitz, che anni prima è fuggito dal Fife per andare a vivere in Spagna ed è tornato per assistere la madre in ospedale. Non entro in dettagli, ma l’impressione è che Welsh abbia dilatato i contorni di questo episodio, che fra l’altro riveste un ruolo non secondario nella narrazione, con l’intento di ottenere effetti di tipo tragicomico, calcando però un po’ troppo la mano, sovrapponendo così alle quasi normali avventure dei protagonisti uno strato di umorismo macabro e grandguignolesco a mio avviso per nulla necessario all’economia del romanzo. In un altro episodio, più marginale, Jason è costretto a tornare a casa da un’altra città facendo l’autostop travestito da donna: anche in questo caso la sensazione è quella di una ricerca del grottesco a tutti i costi. Vi sono nel testo altri episodi paradossali, ed in generale si ha l’impressione che l’autore abbia in qualche modo voluto estremizzare i suoi personaggi, le loro debolezze e il loro modo di comportarsi, tanto che da archetipi della gioventù della provincia scozzese si sono trasformati in caricature di loro stessi.
Al di là di questi singoli punti critici, mi sembra di poter dire che il romanzo nel suo complesso pare essere inadeguato rispetto agli obiettivi di denuncia sociale che di primo acchito sembra porsi, tenuto conto della cornice ambientale marginale, del linguaggio popolare usato dall’autore, degli accenni sparsi qua e là alle lotte dei minatori scozzesi, a leader politici e sindacali la cui memoria è ancora viva, alla macelleria sociale attuata negli ultimi decenni. Questi elementi sono però appunto solo cornici, che delimitano uno spazio nel quale Welsh narra essenzialmente una storia d’amore, quella tra due ragazzi in crisi, appartenenti a due classi sociali diverse, che a un certo punto si riconoscono, decidono di mettersi insieme e di fuggire. L’essenza del romanzo, una love story che giunge all’inevitabile happy end (persino doppio!), è quindi molto debole in quanto, oltre ad essere già stata oggetto di centinaia di prodotti letterari, avrebbe potuto essere narrata in qualsiasi altra cornice ambientale, prescindendo quindi dal Fife e dalla sua anima scozzese. Ed è probabilmente per recuperare mordente rispetto a questa debolezza di fondo che Welsh si vede costretto a introdurre nel racconto episodi paradossali e grotteschi, senza accorgersi che così facendo ottiene l’effetto opposto, vale a dire trasformare i suoi personaggi in caricature e l’intero romanzo in una serie di vicende surreali, minando con ciò ancora di più la potenziale forza di denuncia del romanzo.
Se infatti il Fife e i suoi abitanti come compaiono in Una testa mozzata sono surreali, sono caricature dei veri giovani del Fife, allora il romanzo non narra le loro vere vite, ma ricerca effetti speciali in grado di renderli il più divertenti e interessanti possibile ad un vasto pubblico. Il problema di Welsh non sembra tanto mostrare o denunciare i guasti indotti nella società scozzese dalle politiche predatorie degli ultimi decenni, non è porre al centro della sua narrazione la generazione senza prospettive che ne è la diretta ed inevitabile conseguenza, ma attrarre il pubblico con vicende che mostrino come questa generazione sia tutto sommato disperatamente divertente, ricorrendo anche ad alcuni dei luoghi comuni letterari più abusati, come l’amore interclassista tra il giovane proletario e la ragazza ricca ma infelice. Anche il linguaggio che Welsh adotta può essere letto in quest’ottica: non è il linguaggio dei giovani di Cowdenbeath, ma un linguaggio creato dallo scrittore per attrarre e divertire il lettore con la sua scurrilità. Del resto, un indizio di questa deriva della produzione letteraria di Welsh è dato dallo stesso elenco delle sue opere, fatto in parte di un susseguirsi di prequel e sequel a Trainspotting oltre che di altre serie che esplorano tematiche analoghe, e nel quale, per non farsi mancare nulla in termini di mainstream, compaiono anche alcuni romanzi polizieschi. Il sospetto è che Welsh abbia trovato, con il suo primo, clamoroso romanzo, un redditizio filone narrativo, cui è rimasto fedele nel tempo per ragioni commerciali.
Questa lettura politica spiega anche l’entusiasmo bipartisan dei critici paludati per l’opera dello scrittore, almeno per come posso dedurre dalla lettura di questo romanzo. La sua, lungi dall’essere sovversiva, è un’opera sostanzialmente innocua, che mentre accenna in sottofondo alle enormi responsabilità della struttura sociale britannica e delle politiche attuate negli ultimi decenni per lo stato di disagio ed emarginazione in cui si trova un’intera generazione, in realtà ammicca ad esse, perché gli permettono di creare personaggi pittoreschi e tutto sommato divertenti, fatti apposta per far sorridere, scandalizzare e far sentire con la coscienza a posto il lettore in vestaglia che sorseggia il suo tea mentre scorre un libro che ritiene politicamente scorretto.
Profile Image for Paolo Ventura.
375 reviews2 followers
January 10, 2023
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Il buio cala come la mutanda di una puttana sul lavoro: improvviso ma prevedibile.
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Il Socio Watson sta facendo un bel discorso al Goth, una questione che da molto tempo stuzzica la mente di questo pensatore. <>
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Profile Image for Sara Booklover.
1,028 reviews891 followers
August 10, 2016
Welsh non mi delude mai, è un vero re del grottesco! Anche se siamo lontani dal capolavoro della trilogia di Trainspotting è stata una lettura divertente e piacevole, che fa staccare la spina. L'unico scoglio è il primissimo capitolo, che è inaspettatamente incasinato come non mai, dopo di che scorre bene e l'intreccio dei personaggi è ottimo!
Profile Image for Marina.
6 reviews
January 23, 2012
La traduzione mi è piaciuta molto. Ogni tanto si arranca nella lettura. In generale mi aspettavo di più. Un libro da leggerai come passatempo e che non lascia troppo il segno
Profile Image for Max.
204 reviews6 followers
January 4, 2023
Dopo aver letto qualche libro da cui sono rimasto deluso, cerco di andare sul sicuro e rifugiarmi in uno dei miei autori preferiti. Dell'opera di Irvine Welsh mi mancava solo questo "Una testa mozzata" (tranne "I lunghi coltelli", appena uscito) e.... è stata una delusione.

Sul suo modo di scrivere non si discute: il suo stile è inconfondibile.
Sulla trama...boh. Abbandonato Edimburgo qui siamo nel Fife alle prese con due ragazzi che si innamorano. E se qualcuno prima di averlo letto mi avesse detto che Welsh avrebbe scritto una storia romantica gli avrei riso in faccia. Tant'è, l'ho letto comunque volentieri, ma il mio Welsh è tutta un'altra cosa.
Profile Image for Terra.
1,235 reviews11 followers
December 22, 2024
una storia ambientata in scozia tra disoccupazione, sesso, birra, cavalli e subbuteo. i due protagonisti sono un ventiseienne fantino mancato e la figlia di un tipo equivoco e danaroso. la testa mozzata è di un terzo personaggio.
il libro mi è piaciuto molto e gli ho trovato un solo neo - manco a dirlo, la traduzione (peraltro molto lodata sul sito di liberazione). il ragazzo, jason, si esprime di solito in modo primitivo e gergale, usando turpiloquio e onomatopee a piene mani. ora, mi può star bene un 'catroia come intercalare, ma trovare nelle primissime pagine un "clop-clop" per alludere ai cavalli ha richiesto molta forza di volontà per continuare la lettura.
Profile Image for Francesco.
31 reviews16 followers
June 21, 2020
Tre metri sopra al cielo in salsa Welshiana. E va benissimo così.
Profile Image for Stefano Mascarello.
1 review
August 21, 2012
Sicuramente non il solito Welsh acido e corrosivo all'estremo, ma comunque leggibilissimo e divertente. Un Welsh leggero leggero.
Displaying 1 - 14 of 14 reviews

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