Erano tredicenni d'assalto: mettevano il calcio sopra ogni cosa. Il Dio del Calcio era il loro dio. E il Mister il suo profeta. L'estate macinavano polvere nel campetto di ghiaia. Appuntamento alle sette del mattino per la prima partita, e avanti fino a sera. Stava per cominciare la terza media, ma è solo un dettaglio. Era il calendario delle partite a scandire le tappe di un'avventura. Sprofondavano nella Bassa, sotto un cielo esagerato, circondati da milioni di peschi. Si inerpicavano tra i monti, su campetti gelati, in fondo a tornanti interminabili. Per scardinare squadre di geometri ben pettinati, che li disorientavano con finte, passaggi di prima e triangoli di perfezione assoluta. Per sopravvivere agli attacchi di Elliot il Drago, che aveva le cosce di Rummenigge, e quando cambiava passo staccava le zolle di terra dal campo. Scortati dalla Regina dello Sterrato, il furgoncino di George Balducci e una testa di cinghiale imbalsamata. Un tunnel che porta dritto a Borgo Ghibellino, una filiale dell'inferno. In una finale epica, dove ci si gioca il campionato e molto di più. Era il calcio che giocavano allora. Bruciava nel loro sguardo, e li faceva uscire dagli spogliatoi con i borsoni in spalla, fieri come i paracadutisti.
Pur con argomento leggero, e non capisco perché, ho avuto difficoltà di lettura. Di scorrevolezza, intendo. Ma questo e' poco importante. L'importante è che Cavina ha avuto, in alcuni punti, la Toccata. E quando avrò dei figli, e ne ho, regalerò loro questo libro, che forse più di Tom Sawyer da il senso di una pre-adolescenza emiliana, e che gli racconterà un poco la mia, senza troppi giri filosofeggianti. Pur non avendo io mai giocato a pallone.
Chiunque abbia giocato almeno una volta a calcio nella vita può facilmente relazionarsi alle vicende dell'ultima stagione da esordienti dell'AC Casola. Storie di vita vissuta, importanti, importantissime come solo gliene diamo importanza quando siamo ragazzi... In questo libro c'é tanto di quei giorni che tutti di solito ricordiamo con felicità ed un pizzico di nostalgia: fede, scuola, le prime cotte, i diverbi con i genitori, il tutto condito da un'ottima dose di passaggi filtranti, parate miracolose ed arbitri inconsueti. Forse ciò che mi ha colpito di più di questo libro é che mi ha fatto tornare indietro con gli anni, a quando anche io giocavo nella polvere fino a che mia madre non mi chiamava dal balcone di casa, e tutta la mia vita ruotava intorno a quei 90 minuti che rappresentavano il culmine della mia settimana . Quel sentimento di invicibilità, fratellanza e pura gioia misto a paura del futuro e incertezza che ho provato per anni mentre attraversavo l'adolescenza...questo ritrovato più di tutto ne "l'ultima stagione da esordienti", ragion per cui non posso che raccomandare questo libro a chiunque voglia godersi un po' di sana nostalgia dei tempi andati, appassionati di calcio e non.
"Gli parlerò del Dio del Calcio e della magia che dispensa a chi ha abbastanza coraggio per credergli, inseguendolo in campi polverosi negli angoli dimenticati della terra, in un'ultima stagione da esordienti." Amicizia, passione, legami... Un'ultima stagione da esordienti è l'affresco della vita di un ragazzo di terza media, la cui più grande passione è il calcio. Non la scuola, non le ragazze ma il calcio! Il rincorrere un pallone come modo di vivere assieme ai compagni di squadra, di cui conoscere vita e miracoli, il mister a cui obbedire sempre e comunque, i tifosi e gli avversari, le sfide e i campionati... Il calcio come passione! Una passione unica e accecante, totalizzante, come può essere solo a tredici anni. Un romanzo scritto in uno stile limpido ma con tocchi magistrali, che tocca il cuore di ogni lettore, perché dietro a ciascuno c'è alle spalle un ragazzino dai calzoncini corti che rincorre una passione chiamata calcio!
Che Cristiano Cavina fosse bravo già lo sapevo. Questo libro non fa altro che confermarmelo. Scrive bene, scrive in modo semplice, chiaro, lineare, efficace, non si perde in inutili giochi di parole, chiccherie o panegirici, arriva dritto al cuore senza nemmeno che il lettore se ne renda conto. Anche quando si parla di calcio. Il bello è che il calcio è protagonista ma è un romanzo che può piacere anche a chi il calcio non piace o a chi non c'ha giocato da giovane. Io mi sono divertita, è una bella operazione nostalgia accompagnata da un umorismo lieve e mai volgare. Voglio vedere pure io giocare con la formazione 7-2-1, altro che catenaccio!
Il calcio è il protagonista, e proprio a me che il calcio non piace, questo libro è piaciuto tantissimo. Cavina sa davvero scrivere: il suo è un linguaggio semplice ma diretto, dritto al punto, pieno di immagini, vividissimo. Leggetelo, anche se non vi importa niente del calcio: è un libro sull'essere giovani, sul non arrendersi, popolato come sempre di una moltitudine di figure coloratissime, strampalate eppure vere.
"Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo, dalla fantasia". D'accordo, hanno solo tredici anni e la citazione degregoriana parrebbe forse un po' eccessiva per questa scalcagnata squadra di provincia. Però... Romanzo divertente e tuttavia aggrumato dalla nostalgia malinconica di chi ha ancora, a distanza di anni, "nelle orecchie, come musica, i compagni di squadra", che tornano dal passato a a calcare quei "campi polverosi, negli angoli dimenticati della terra". Emozionante.
6 MAGGIO 2022 "Un'ultima stagione da esordienti" di Cristiano Cavina Tredicenni divorati dalla passione per il gioco del calcio. Campetti di ghiaia, polvere, fango. Maglie sbiadite, con numeri scuciti. Il paese, le mamme, i tifosi, l'allenatore, gli avversari, e soprattutto loro, sempre con il pallone in gioco e il fuoco negli occhi.
"Certe cose sono difficili da spiegare. A volte le storie si rintanano in posti segreti, impervi, in cui le parole non riescono ad arrivare. E anche se ce la fanno, possono solo sfiorarle con la punta delle dita."