Pur riportando fervide immagini del paese, vizi e virtù di una terra millenaria, spaccati di vita quotidiana colti ai bordi delle strade, Moravia rimane lucido e composto, dando esiguo spazio ad opinioni personali. L’ambizione dell’autore è quella di cogliere l’India in un’idea, nella sua idea, di trovare forse una chiave di interpretazione comune a tutti i suoi molteplici aspetti storici, culturali, geografici, razziali, religiosi. Una missione che appare fin dall’inizio difficile, poiché un’idea dell’India non può staccarsi dal reale putrido e patetico da cui nasce: le masse di mendicanti sporchi e vestiti di stracci che dormono per strada, l’architettura assurda di città e templi, l’odore dei cadaveri, la religiosità ossessiva. L’occhio di Moravia guarda e descrive le città indiane e i suoi abitanti freddamente, intellettualmente, quasi indifferentemente. Il viaggio di Moravia in India tuttavia non trascura i particolari e finisce sempre iscritto in un contesto più grande: il confronto con altri testi, la riflessione sulla politica e sulla storia, la descrizione accurata di religioni, testi sacri, caste. L’aspetto culturale dell’India risulta predominante e la visione o l’avvenimento particolare davanti agli occhi del Moravia viaggiatore vengono subito inseriti e, per quanto possibile, spiegati in un contesto razionale, tutto sommato freddo, poco personalistico. L’India di Moravia è sporca, putrida, povera, mutilata, malata, assurda. Eppure né lui né il lettore se ne sentono respinti: anzi a questo si riconduce, a mio avviso, il suo fascino.