La bella di Lodi è una commedia d’amore e soldi, piuttosto realistica e pratica, tra una splendida ragazza possidente e un intraprendente meccanico sexy. Siamo in pieno boom italiano: 1960 on the road. Al di là dei conflitti di classe, i due finiscono presto energicamente avvinghiati, strapazzandosi in luoghi non propizi, lungo l’Autostrada del Sole appena aperta: raccordi, svincoli, autogrill, garage, motel. Ma non si tratta solo d’amore e sesso. La coppia deve fare i conti anche con altri aspetti importantissimi nella vita italiana di sempre: lavoro, famiglia, società, motori, rapporti economici, musica leggera.
Lo scrittore e saggista Alberto Arbasino nasce a Voghera il giorno 22 gennaio 1930. Laureatosi in Giurisprudenza, si specializza poi in Diritto internazionale all'Università di Milano. L'esordio come scrittore avviene nel 1957: il suo editor è Italo Calvino. I primi racconti di Arbasino sono inizialmente pubblicati su riviste, poi saranno raccolti ne "Le piccole vacanze" e "L'anonimo lombardo".
Grande estimatore di Carlo Emilio Gadda, Arbasino ne analizza la scrittura in varie opere: ne "L'ingegnere e i poeti: Colloquio con C. E. Gadda" (1963), ne "I nipotini dell'ingegnere 1960: anche in Sessanta posizioni" (1971), e nel saggio "Genius Loci" (1977).
Scrive anche reportage Da Parigi e Londra per il settimanale "Il Mondo", poi raccolti nei libri "Parigi, o cara" e "Lettere da Londra". Ha collaborato anche per i quotidiani "Il Giorno" e "Corriere della sera"
Vale la penna riportare per intero la breve nota sulla bandella dell’edizione Einaudi del 1972 perché riassume bene storia e stile: Sulla calda sabbia di un’estate all’italiana, una splendida ragazza possidente e prepotente e un favoloso meccanico, molto ben dotato e sexy. Tutt’e due fanno un po’ gli spiritosi; e si fanno anche un paio di brutti scherzi. Ma finiscono presto energicamente avvinghiati, strapazzandosi a lungo in luoghi non propizi: autostrade, raccordi, svincoli, garages, motels. Si tratta di una commedia d’amore, epica, storica, critica, realistica e Kitsch. Perciò, oltre all’amore, tocca anche altri aspetti della vita italiana d’oggi: lavoro, famiglia, società, motori, rapporti economici, differenze di classe, musica leggera.
La bella di Lodi è Stefania Sandrelli, all’epoca del film diciassettenne.
La mia sensazione è che questa note, che anticipano di un bel po’ la trama del film Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto di Lina Wertmüller ambientandola sullo sfondo di una “vanzinata” [cit] tipo Sapore di mare, siano partorite proprio dallo stesso autore del romanzo, e poi co-sceneggiatore del film omonimo di Mario Missiroli, Alberto Arbasino. E la genesi del romanzo è curiosa, insolita: prima venne un racconto, nel 1960, pubblicato a puntate su rivista, poi il film, tre anni dopo: e infine, nel 1972, questo romanzo. Infatti, il testo non disdegna descrizioni così brevi e lapidarie, ma chiare precise e dirette, da far pensare a didascalie da sceneggiatura, quasi note di regia.
Roberto, il meccanico fusto, è Ángel Aranda, doppiato, come da pessima tradizione nazionale.
La storia è immersa in quello che viene definito l’ultimo decennio italiano con un futuro (l’ultimo decennio in cui il futuro sembrava possedere ancora un avvenire). Il dialogo farebbe pensare alla Grande Signorina, coniugato nel parlato e gergale italico degli anni Sessanta (quelli del nostrano boom). Ma, al contrario della Compton-Burnett, qui il plot è puro Arbasino: pirotecnico, travolgente, irridente, dissacrante, malizioso e giocoso, dal ritmo veloce, anzi frenetico, anzi parossistico, come una giostra, come un otto volate, come le montagne russe, con scrittura che è mix di stili, ma tutti riprodotti e al contempo parodiati. … e dei suoi abiti, e come le stanno, e come ha dormito, e come ha digerito, e cosa si sentirebbe di mangiare, e cosa le ha detto il ginecologo, e quello che farà l’estate ventura se la Borsa sta lì, e come metterà a posto il salotto giallo…
Meno complesso di un Arbasino classico, come se fosse un passo verso un pubblico più vasto, è comunque un godibilissimo classico Arbasino.
Roberta e Franco, “figurine in un paesaggio d’estate padana”.
La Roberta appartiene a quella grassa borghesia lombarda degli anni Sessanta, quelli del boom economico, della liberazione sessuale, quando saliva il benessere e cadevano i tabù.
La Roberta è “biondissima, stupenda di figura”, ha terra e vacche, gambe lunghe e buon appetito. Cura l’azienda agro-casearia di famiglia che rende un mucchio di dané. La bella di Lodi a Milano non si sogna nemmeno di passarci l’inverno, ci va a fare shopping. E va di qua e va di là, fa un saltino sulle montagne svizzere e uno a Parigi, una puntatina a Roma e un voletto a Londra o a Montecarlo. Frequenta gente del suo ambiente in feste che s’afflosciano fra un “Ui ti!” e un “Se ghè!”. Rompe la noia al mare, la Roberta. Ci va con la sua MG rossa. Cammina col foulard in mano, adocchia un “ragazzaccio italiano brutto/bello dritto/stronzo coi capelli lunghi e le braccia grosse, vestito come viene viene, ma coi suoi jeans chiari e ben stretti da pifferaio, sdraiato al sole che dormicchia o finge di dormicchiare”. E si sdraia poco distante, sulla sabbia, e quasi s’addormenta anche lei. Chi sarebbe questo strafico col gran pacco? È il Franco che s’è cambiato nome a quindici anni neanche, perché non gli piaceva Italo. È mica un borghese lui. Macché, il Franco è proletario. Una bestia, quasi. Fa il meccanico d’auto. S’avvicina alla Roberta e con la scusa di cercare l’accendino mette le mani nella borsetta. Ma è modo? La Roberta guarda il ragazzaccio e le brucia la voglia. Dai, roba di una notte, roba da calda estate. Poi passa. Forse. Sicché, il Franco-Italo che quando è felice fa dei versi che nell’ambiente della Robi non si son mai sentiti, che è rozzo e ignorante e anche un po’ sozzo, a lei piace tanto. E un uomo in famiglia farebbe comodo. L’ha detto anche la nonna. Quella che “comanda lei”. Tuttavia il meccanico le dà tanti pensieri. Lui non spegne la tv o la radio o la luce, non chiude i rubinetti, mangia a quattro palmenti e presta i vestiti nuovi agli amici, mette via la roba sporca con quella pulita: calze, camicie, persino le mutande (ne ha un cassetto pieno di tutti i colori, compreso il modello leopardato); non vuole andare al cinema e non gli piacciono i dischi dei vecchi musical che lei adora, mentre a lui piace Gianni Morandi, esagerando Tom Jones. Soprattutto non ha il senso della proprietà, difetto massimo che si possa avere in certi ambienti. Come fa, la Roberta, a fidarsi di questo Franco dalle mani leste (non solo in quel senso), a dargli in mano gli affari? Però è bello e ha un pistolone da paura, che a farselo scappare è neanche da pensarci. Certo il Franco non c’ha riguardi in niente, ma la Robi, in fondo, gli vuol bene. Anche se gli manca il senso della proprietà. Eh, beh…
Arda lì, Arba, che bel quadretto che ci hai fatto!
P.S. La bella di Lodi, pubblicato nel 1972 è la riscrittura di un racconto apparso su “Il Mondo” nel 1960, da cui Missiroli, nel ’63, ne trasse un film che porta lo stesso titolo. https://www.youtube.com/watch?v=YoJpG...
Italia anni 60: Roberta, una bella imprenditrice si innamora perdutamente di Franco, un simpatico meccanico di auto. Solo io ho notato che questo romanzo è scritto come una sceneggiatura cinematografica? Sicuramente ricorda "Sapore di sale" e sarà proprio in spiaggia che i due si incontreranno per la prima volta: cioè nel senso che lui inizia a ravanare nella borsetta di Roberta alla ricerca di un accendino. E da lì nasce la pazza passione tra i due. Due mondi opposti: la benestante e il proletario, la ricca e il povero, la bella e il simpatico. Se amate le commedie romantiche questo romanzo è perfetto per voi.
Consiglio la lettura ai giovani di oggi: potranno così capire come si viveva prima dell'esistenza degli smartphone!
Non avevo mai letto Alberto Arbasino e per incominciare ho scelto La bella di Lodi. Devo dire che da tempo che non mi capitava di odiare un romanzo così tanto. C’è tutto quello che non sopporto, per brevità riconducibile alla figura del giovane borghese viziato milanese (milanese in senso lato, come categoria dello spirito). Ancora meno sopporto il piglio compiaciuto e il sarcasmo blasé di Arbasino, sempre preoccupato di informarci che lui ha già fatto e visto tutto, che ogni cosa gli è indifferente e un po’ noiosa, ma comunque stai sicuro che lui la conosceva prima di te. Io poi sono romano, e tutto questo dinamismo brianzolo mi snerva e mi fa anche un po’ tenerezza. Per me guadagnarsi da vivere è aspettare che il Papa getti i denari dal balcone, oppure riuscire a imboscarsi in un ministero; e la parola “impresa” non mi fa pensare ad “azienda” ma a “rischio” - e quindi fatica. Non so davvero come ho fatto a leggere un intero libro fatto di gente che mozza le parole perché non ha tempo da perdere e che parla sempre con il fiatone, come se stesse correndo da qualche parte. Con la loro macchina sportiva, per giunta.
Flirt, sesso, ironia, semplicità. Mi è parso di ritrovarmi fra le atmosfere di un film ambientato negli anni ’60, il mitico “Sapore di mare”, che personalmente ho sempre amato tanto, pensando spesso a quanto avrei voluto vivere in prima persona il sano romanticismo e la paciosa serenità di quel periodo d’oro. Qui, difatti, il periodo è lo stesso. Quello dell’Italia del boom economico, con la piccola borghesia che si fa strada e la spinta del consumismo che poi scoppierà, in maniera feroce, nei decenni a seguire. Ma intanto ci sono dei giovani che vivono bene, tra frizzi e lazzi, e storie d’amore passeggere ma passionali. Una di queste vede protagonisti Roberta e Franco. Lei, figlia di industriali della provincia di Lodi, “la bassa”, lui buffo meccanico milanese, un po’ sempliciotto. E’ stato sorprendente per me, che abito proprio a cavallo tra Milano e Lodi, percepire quanto, nel romanzo, è la terra lodigiana ad essere protagonista di ricche donzelle, viziate e annoiate, che “salgono” a Milano solo in determinate occasioni, quasi snobbassero la metropoli. Esattamente il contrario di quanto percepisco accada oggi, anche per le classi sociali più abbienti. Roberta è un po’ snob, sa e non sa quello che vuole e la sua relazione con Franco è descritta quasi come un gioco, a tratti divertente, in cui i due si prendono, si mollano e si riprendono (ma mi pare più lei a “fare i capricci”) e alla fine sono sempre lì, l’una fra le braccia dell’altro, e tutt’attorno feste, autogrill, motel. Una commedia d’amore narrata con uno stile ironico ed espressionista che ci svela dinamiche, ideologie e contraddizioni della società lombarda di quegli anni, strappandoci qualche sorriso. So che ne è stato tratto un film con Amanda Sandrelli, e su You Tube ne ho visto qualche breve pezzo, sorridendo per l’accento lombardo di cui l’attrice, calandosi perfettamente nei panni della borghesotta protagonista, da prova: prima o poi lo devo vedere per intero. Bella sorpresa per me Alberto Arbasino!
Che in Italia durante il boom proclamare il diritto inarrestabile del proletariato di appropriarsi di una quota crescente del plusvalore generato dal capitale fisso come dal capitale variabile, nonostante - beninteso - la caduta tendenziale del tasso di profitto, fosse sufficientemente rivoluzionario è noto, ma di certo proclamare che a una bella ragazza di buona famiglia dell'operosa borghesia compradora milanese brianzola o gorgonzola, sia dell'hinterland che di milanello, più che il jet-set il twin-set la jaguar, i coupon, il bon-ton, i prodotti, i viadotti o gasdotti, hermès, il puntemès, l'autostrada, whisky e dischi, il flash della Leica, il maserati del Brembati, l'MG, la porsche la spider mercedes del Giampa, il gin fizz col Carughi, Cortina o la campagna, l'Alemagna, il risott collo champagne, Pucci Balenciaga o Chanel... piacesse l'usèl, specie se tutt'altro che esiguo, questo sì che è rivoluzionario! (*)
Riuscirà la bella di Lodi colle sue doti a domare the best, la bestia, tale Franco, meccanico 'gnurant, motociclista a tempo perso, viveur danseur amateur, sporchetto ma perfetto, bello di giorno di sera e pure a mezzodì, ricolmo di velleità ma col pacco regalo che dice sempre la verità? Da sola? O con l'aiuto della Gina con la Lina la Mina e pure la Pina? Nonostante Piergiorgio, Giampirla, Carlalberto, e financo Rodolfo Maria Conte di? E la nonna?!?
Ai posteri l'ardua sentenza, alla ragazza la dura prova. Dal libro fu tratto un film, che non vidi (tampoco seppi del). Ora, la sempiterna querelle tra libro e film non cesserà d'incanto, ma la Sandrelli - casting perfetto - nel film è confinata ab aeterno nelle caste forme espressive del bianconero d'antàn, col libro ti puoi immaginare la Sandrelli ummida e tummida che fa le cosacce, in technicolor dolbysurround supersound odorama. Hai visto mai? Basta, o San Luigi piange.
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La stellina in meno è perché all'ottimo Arbasino sfuggì un capitoletto onirico pissicologico chippendale sperimendale, non proprio acconcio e ben riuscito. Serva a monito. Molti lettori dell'epoca, del libro trattennero questo scartando il resto. Cioè buttarono la Sandrelli triturandoci le sinapsi (e non solo) per trent'anni abbondanti! Non stupitevi poi se siamo finiti maluccio, che gli adolescenti oltre a scarse prospettive sociosociali sono costretti a farsi le pippe con ladygaga.
Colonna sonora: mangiadischi o radiolina a transistor.
(*) usèl: "pesce" per chi fosse nato sotto la linea gotica. Ma una rima o assonanza con "pesce", non mi esce. Mentre in Romagna, Chanel fa rima con usèl. Immaginate la figliadi quando verrà a Riccione.
Arbasino! Se lo lasci dire, lei è assolutamente cool, probabilmente anche maudit e magari un po' camp ma insomma, questa ragazza di Lodi, 'sta Roberta, la Roberta... va bene le pertiche di terra, va bene la rotonda sul mare – Forte - a far colazione fra creme, foulards, costumi, cioccolatini e golfini. Va bene che dopo il mare si torna a casa perfettamente abbronzati. Ok che la villa è di metà '800, col suo bel giardino e la vasca dei pesci con lo zampillo, muri alti intorno, lanterne sui pilastri del cancello, vecchi alberi e pergolati, berceaux, sedili e statue di cemento; e ha struttura di palazzotto: piano rialzato e primo piano, parecchie sale e salotti divisi da arcate, porte a catenacci, portiere a coulisse, tendoni, tappeti, vetrate, parquets, camini e caminetti, trumeaux, grosse stanze piene di divani, ecc. ecc... O magari anche a Salsomaggiore a una sfilata, Grand Hotel molto moresco, pubblico abbastanza scadente. Son et Lumiére, chateaux sur la Loire, cani con pedigree, vacche olandesi. Estrema affabilità, salottini, baretti, piscine abbastanza G.I.L., e giù di Moët & Chandon. Perspex, Mercedes appena revisionate a Baden-Baden, Jaguar, MG, cigarilli, volants, Londra, public relations e canzoni desolate di Patty Pravo e giù di Moët & Chandon. Mogadon, Alka-seltzer, cibalgine. Ma insomma, alla fin fine poco movimento, divertimento scarso. Se vogliamo dirla tutta, Arbasino, io un Camparino me lo prenderei più volentieri con lei che con la Roberta. Magari seduti in un baretto all'aperto, sedie e tavolini nickelati, a guardare quelli che passano e, abbastanza stronzi noi, a parlarne male.
Ah, Ar-Basino, un'ultima cosa: la prossima volta prima avverta. Sì, lo dica subito che qui si sghignazza, talvolta in maniera anche piuttosto scomposta. Nelle trances di lettura in public locations avrei cercato di mantenere una maggiore compostezza, evitando occhiate condiscendenti.
“La bella di Lodi” di Alberto Arbasino è una breve commedia d’amore italiana che mescola vicende sentimentali con la situazione economica degli anni Sessanta. Roberta, giovane borghese possidente di Lodi, e Franco, squattrinato meccanico — che sembra incarnare quel tipo d’uomo cantato da Mina in “È l’uomo per me”: rude, distante ma misteriosamente attraente, forte ma capace di dir parole d’amor — si innamorano dopo essersi incontrati sullo sfondo di una tiepida Versilia primaverile. Un romanzo breve dal sapore di mare, sale, sabbia, sole, canzoni italiane – da Mina a Patty Pravo – ma anche di abbandono, incomprensione, fatalità, speranza e lieto fine da favola. Seppur da questa breve sinossi la storia d’amore e l’ambientazione possano sembrare accattivanti, il libro nella sua complessità risulta parecchio deludente, e credo che la scrittura di Arbasino ne sia la causa principale. La narrazione, infatti, è frammentaria e sconnessa, più simile a una sceneggiatura cinematografica, ricca di dialoghi che spesso lasciano il lettore confuso, in quanto si viene sempre catapultati in medias res. Ne risulta un racconto sfuggevole, che scivola dalle mani del lettore, così come i personaggi, i quali sembrano fuggire dalle pagine; per la brevità del romanzo, inoltre, è impossibile entrare davvero in connessione con i loro sentimenti e tormenti. È una storia che mostra sì uno spaccato della vita durante il boom degli anni Sessanta in Italia e il contrasto tra borghesia e proletariato, grazie all’amore tra Roberta e Franco, ma che rimane comunque sterile e priva di pathos. Il finale, poi, è molto arido – forse una satira amara del vuoto borghese, del sentimentalismo da cartolina, delle relazioni fragili. Chi lo sa. Il romanzo, nel complesso, sembra piuttosto un esperimento letterario riuscito sul piano formale, ma incapace di lasciare un segno autentico sul piano emotivo, anche a causa della scrittura di Arbasino, che pur essendo scorrevole resta poco umana, quasi da automa.
Arbasino. Mi ci è voluta una vita per apprezzarlo come merita. Un tempo mi succedeva di trovare suoi articoli sui quotidiani e capirne il 10%. Non era solo questione di ignoranza (certe lacune le ho colmate nei decenni, di sicuro non avrò mai la smisurata conoscenza di quest'uomo e men che meno nel campo della musica classica, per cui se leggo una sua raccolta di articoli, salto a priori quelli musicologici).
La bella di Lodi, scelto in biblioteca per la sua brevità (avevo già in mano altri volumi corposi e non presentivo ancora la chiusura totale delle biblioteche poi sopravvenuta, tale per cui avrei potuto leggere l'opera omnia di Arbasino senza ansie da restitutio praecox), è un qualcosa di insolito e delizioso.
Qualche giorno fa, scherzando, lo definivo un para-Harmony. Para non perché ne sia la parodia, soltanto perche qui la ricca sprezzante e apparentemente senza cuore è lei, essendo invece lui povero ma bello.
Epperò le somiglianze col genere finiscono lì, perché lui non è né onesto né virtuoso, lei lo manda in galera, c'è molto sesso (chissà che scandalo nel 1972), c'è il boom economico, la parlata larga, padana, e soprattutto c'è Lui, l'Alberto da Voghera, il suo stile straniante, pettegolo, perfido, da parrucchiere che non vede l'ora di rivelare i segreti delle clienti.
Non era solo una questione di ignoranza, dicevo. Per leggere Arbasino, non so come l'ho capito ma qualche tempo fa, forse con "Super Eliogabalo", eruditissimo quanto divertente, ho capito che basta abbandonarsi e abbassare la guardia, l'attesa del rispetto delle regole, il super-io censore che ci portiamo dietro quando leggiamo. E poi va tutto liscio.
Uno di quei casi in cui la sinossi è migliore del romanzo. Infatti ho scelto di leggerlo proprio per colpa di quest'ultima ed è stato un disastro. Di questo libro non mi è piaciuto niente, salvo la brevità del romanzo, per fortuna, altrimenti l'avrei abbandonato seduta stante. Non so come definire lo stile, ma spero vivamente che l'autore nelle vesti di saggista scriva molto meglio. ... E un'altra chance alla narrativa italiana buttata al vento, ma io insisto perché non è possibile che non riesco a salvarne uno.
Una sorta di commedia all'italiana, un libro breve che si legge velocemente e fa sorridere ma non lascia niente di particolare, almeno per quanto mi riguarda. Arbasino è forse uno degli autori italiani più peculiari, soprattutto per il modo in cui gioca con la lingua. Le tematiche delle sue opere sono sempre attuali, interessanti, ma rese a volte un po' ostiche dal forte sperimentalismo e dalla scrittura a tratti pedante.
blasé ‹bla∫é› agg., fr. [part. pass. di blaser «rendere insensibile»]. – Indifferente, scettico, disincantato; si dice spec. di persona che sia divenuta tale per noia della vita mondana e per abuso dei piaceri, o che ostenti per snobismo questo stato d’animo.
Trama, scrittura, protagonisti e autore vanno tutti sotto il cappello di questo aggettivo, che ben descrive l’impostazione scelta da Arbasino per raccontare le vicende di Roberta e Franco. L’inizio fa ben sperare, soprattutto a noi che conosciamo bene le terre e le genti descritte; poi il romanzo si perde un po’ nell’ansia di restare conciso e (chiaramente) disincantato mentre la storia evolve. Per quelli bravi: ci sono ellissi in ogni dove, parte del divertimento sta nel riempire i buchi come preferiamo.
La bella di Lodi è un crudele ma anche spassoso ritratto della società borghese degli anni '60: nei ragazzi, viziati e protetti dalle famiglie, si intravede una debole spinta di ribellione alle regole familiari, in consonanza con la ricerca di innovazione e la maggiore libertà di costumi femminili, nonché con il progressivo allargamento dei diritti delle donne. La protagonista Roberta incarna perfettamente il ruolo della femme fatale che conserva in apparenza (proprio come una spolverata posticcia di cipria) la ritrosia della ragazza provinciale timorata di Dio.
Whimsical and indecisive, Roberta is a young woman part of a wealthy landowners family. Her love life reflects her inclination. While the novel is not very significant in itself, I really appreciated the depiction of the Italian "bassa padana" countryside during the economic boom. Those are the places were I come from, and they are described in such small details that give a sense of accomplishment to those who know the area.
Avete presente quei libri in cui vi riconoscete in ogni frase e vorreste sottolineare tutto, per poi rileggerlo a distanza di tempo e ritrovare in quelle frasi un'eco delle impressioni che vi avevano fatto palpitare il cuore in prima battuta? Ebbene, La bella di Lodi è per me uno di quei libri. Devo premettere che Alberto Arbasino è nato e vissuto nella mia stessa città e ha conosciuto i miei nonni, anche se non ho mai letto nulla di questo autore prima d'ora e non ne ho neanche sentito parlare, se non di nome. Questo romanzo ambientato tra la bassa milanese, la riviera ligure, la Versilia e la provincia pavese è un geniale ritratto dell'Italia del boom economico, in cui i ricchi possidenti terrieri diventano un po' snob e si dedicano contemporaneamente agli affari (investimenti in borsa e acquisizione di nuove imprese) e ad occupazioni frivole e mondane (feste con gli amici, cene al ristorante, appuntamenti fissi dal parrucchiere, shopping nelle capitali della moda). Protagonista del romanzo è «la nostra amica» Roberta, una ragazza della provincia di Lodi che ricalca gli stereotipi delle sue coetanee, affascinante, frivola, alla ricerca dell'amore idealizzato; sulla sua strada incontra Franco, un umile meccanico, piuttosto rozzo e superficiale, il cui unico pregio sembra quello di avere «un uccellone poi che dev'esssere davvero fra i più grandi in Italia». Due mondi diametralmente opposti che si scontrano fino all'inevitabile epilogo, che la dice lunga sul potere del denaro. Forse questa premessa potrebbe farvi erroneamente supporre che si stia parlando di un romanzo Harmony della peggior specie, invece siamo di fronte a un capolavoro di ironia, un affresco irriverente della società capricciosa e puerile del boom, capace di affascinare nell'ingenua ostentazione della ricchezza e nell'abitudine quasi congenita al lusso. Arbasino si occupa di scomporre le tappe della nascita di un amore, dall'infatuazione alle liti, dal desiderio all'accettazione dell'altro, con i suoi pregi e i suoi difetti. Lo fa in modo leggero, quasi cinematografico, procedendo per immagini, frammenti di dialoghi ed episodi di grande impatto scenico: loro a letto, loro al ristorante, loro in macchina. Anche l'organizzazione spaziale dei paragrafi contribuisce ad accentuare il forte legame con il montaggio filmico. Arbasino descrive i luoghi e le situazioni ricorrendo ad elenchi di oggetti, di sapori, di colori; non capisco se sia a causa della mia predisposizione genetica nei confronti di quegli stessi luoghi e situazioni, oppure a causa della sua straordinaria capacità di raccontare per immagini, ma ho trovato questo romanzo eccezionalmente vivido e ricco di suggestioni. Standing ovation.
La scrittura di Arbasino è interessante, a tratti geniale, a tratti vaga e a tratti mi ha irritato. La storia raccontata invece è ordinaria e non mi ha catturato. Voto 6
Nell'Italia del boom economico, lei, figlia della borghesia contadina lombarda, si innamora di lui, meccanico proletario. Scrittura leggera, quasi come una sceneggiatura.