Uno strano destino - ma non insolito in un paese di poca memoria come Sciascia diceva essere il nostro -, coinvolge la fortuna letteraria di Gian Carlo Fusco. Scrittore apprezzato dai molti che l'abbiano letto, giornalista di memorabili cronache, fu un personaggio dalla vita di avventure e favolosa che importava nella Roma intellettuale e mondana degli anni del dopoguerra e della dolce vita modelli esistenziali alla Gabin, alla Genet, alla Prévert. Il suo nome non compare nelle enciclopedie e nelle storie della letteratura. Eppure, tre dei suoi libri almeno, Duri a Marsiglia, Guerra d'Albania, e questo Le rose del ventennio (pubblicato per la prima volta alla fine degli anni Cinquanta), sono di quelli dotati del potere di incidere, con l'efficacia del proverbiale, ricordi deliziosi e deliziati, che la vita quotidiana risuscita di continuo nonostante il passare del tempo e per quanti cambiamenti trascorrano negli ambienti e nella storia. Simile in questo destino e in questa facoltà rievocativa ad un altro importante personaggio della satira del costume, il disegnatore Novello che usava la vignetta come Fusco usa la parola, a lasciare emergere, senza eccessi e senza declamazioni, quanto di universalmente comico vi era nell'italietta degli anni e dei miti intorno al fascismo. «Nelle sue pagine - ricordava Giovanni Arpino - Fusco scavava sempre un ritratto, un carattere, una figurina che costituisce il micidiale esemplare dei tempi». Nelle Rose del ventennio i micidiali esemplari sono del tempo del fascismo - indimenticabili il Mussolini che sfoglia e maltratta con le labbra le rose con cui le dirigenti dei Fasci femminili gli presentano omaggio, l'ingrassato di anni e di parole D'Annunzio al Vittoriale, il povero Aimone di Savoia re di Croazia -, figurine che scorrono a fare una specie di storia intima del regime di antologica efficacia.
Che cosa hanno in comune Gabriele D’annunzio e San Francesco? (*1)
Questi racconti fanno da corollario ideale alla Emmelogia di Scurati. Narrano di figure di secondo piano del ventennio come Carlo Pensotti e Aimone di Savoia, ma indugiano anche su personaggi ben noti. Le rose del ventennio sono le donne fasciste (in alcuni casi addirittura squadriste) Fusco ricostruisce la storia della loro integrazione e il ruolo marginale a cui il regime le relegò. Fusco fu in Albania a partire dal 1940 e fu testimone di ciò che avvenne sul quel fronte di guerra. Era lì anche quando nel marzo del 1941 Mussolini, primo maresciallo dell’impero, assunse il comando della controffensiva contro i Greci. Il sottufficiale e il geniere stavano sull'attenti accanto all'apparato, guardando fissamente l'opposta parete. I passi elastici e bersagliereschi del duce fecero tremare e cigolare gli scalini tarlati. All'ultimo gradino, Mussolini inciampò lievemente. Un ufficiale spinse avanti il braccio per sostenerlo, ma il duce, facendo a meno di quell'aiuto, sorrise fugacemente e disse: «Grazie, ma per cascare ci vuol altro». Lunghe ombre di penne e di barbe sbattevano sulle pareti e al soffitto. «Questi?» chiese il duce, additando i due radiotelefonisti impalati. «Trasmissione e ricezione, duce» informò un generale. «Bene» disse Mussolini. «Sono del genio. Se non vado errato, la motivazione della medaglia d'oro all'Arma del genio comincia così: "Tenace, infaticabile e silente..."» «E modesta» corresse qualcuno, a mezza voce. «Già, non potrebbe essere silente, perché uno dei suoi compiti è proprio quello di parlare al telefono» riprese il duce. La battuta suscitò consensi e buonumore
Il duce che prima inciampa nello scalino, poi nel lapsus. Sarà successo davvero? È gustoso il modo in cui Fusco lo racconta, almeno quanto lo sono un altro paio d’episodi che hanno per protagonista il Vate D’annunzio. Sembrano quasi episodi da avanspettacolo, definiti da una prosa precisa, quanto lo è quella che racconta di Starace, Grandi, Biggini e Urbinati spediti in Albania all’inizio della campagna d’invasione della Grecia. I racconti sono brevi e ben composti, li consiglio a chiunque sia interessato a quel periodo storico.
Irridente e velenoso ritratto di un’armata di cialtroni: figure ridicole in camicia nera circondate dalla peggior Italia, quella sempre prona e disposta a dire e fare ciò che il potere vuole. Fusco racconta il nefasto teatrino del ventennio fascista con ironica leggerezza. Tanto che verrebbe da ridere se non fosse che c’è da piangere. Soprattutto pensando che i tempi cambiano e cambiano le genti, ma l’Italia di oggi è la stessa di ieri: popolata da un’abbondante schiera di servi e giullari pronti a offrire un bel mazzo di rose rosse al Benito di turno. L’italietta che non conosce e non vuole imparare a dire “NO!”.
Scrittura intelligente con il lieve accenno di un umorismo mai espresso, che si esplica invece nella capacità di rendere risibili le persone e gli accadimenti. Monta un sorriso quasi pudico, un sottile giudizio che si somma a quello storico sulle figure qui descritte. Alcune perle di un mondo lontano nel tempo, nello spazio, nel contesto soprattutto.
La velocità di lettura parla già da sola e dice di quanto questo libro sia bello, ben scritto, ben pensato. Sono (quasi) racconti ambientati tutti durante il ventennio fascista (molti hanno ambientazione bellica, sul fronte greco) che hanno quindi nel fascismo il fil rouge che li unisce. Decisamente incedibili le descrizioni dei personaggi, che vengono tratteggiati con poche precisissime immagini e che spiegano, più di molti libri di storia, che atmosfera si respirasse in quegli anni. Un piccolo gioiello, insomma.
Dopo l'altro romanzo di Fusco Duri a Marsiglia, da me abbandonato, ho voluto provare questo titolo, che racchiude una serie di racconti sul ventennio fascista italiano, ventennio vissuto dall'autore.
Sono racconti autentici in cui l'ironia accompagna alcune istantanee rappresentative di un sistema inconsapevolmente tragico, racconti che non puntano alle risate ma cercano di tratteggiare lucidamente eventi dai risvolti grotteschi. Io ne ho apprezzati un paio, con il resto ho avuto difficoltà di concentrazione, tale da farmi pensare che, anche dopo l'esperienza di lettura dell'altro suo romanzo, Fusco funzioni bene con altri lettori ma non con me.
Dopo che Anna si è letta Guerra d'Albania, ha iniziato a setacciare le biblioteche civiche milanesi in cerca di altri libri di Gian Carlo Fusco. Mi è così capitato tra le mani una vecchia edizione di questo libro, edito in rilegata nel 1974 da Rizzoli, anche se la prima edizione apparve nei Coralli di Einaudi nel 1958... bisogna dire che Fusco ha avuto una vita difficile anche con gli editori! Il libro raccoglie alcuni racconti ambientati durante il Ventennio fascista, scritti con lo stile leggero eppure caustico che contraddistingueva Fusco. Non mi è piaciuto molto il racconto che apre il libro, "L'ora della nascita", che racconta del congresso da cui nacque il partito fascista, con lo scontro tra Mussolini e Farinacci; molto meglio il successivo "Le rose del ventennio" sulle fasciste in gonnella, e strepitosi "Il quarto ordine del Vittoriale" su D'Annunzio e "Tomislavo senza regno" che racconta la storia di Aimone d'Aosta, teorico re della Croazia gestita da Ante Pavelic. Gli altri racconti riprendono le storie di guerra già narrate in Guerra d'Albania; il libro termina con un'esilarante "La sua battaglia": il ritratto dello squadrista Ferro Maria Ferri e dei suoi "superarditi" è semplicemente favoloso, e meriterebbe da solo l'acquisto del libro.