Per emozionarsi non serve neanche aprire il libro ed iniziare a leggerlo. Basta guardare la foto di copertina: è il 14 Luglio 1945, è il giorno del loro matrimonio. La semplicità degli abiti conferma quel che già sappiamo, che la povertà era ancora tanta. Ma gli occhi e i sorrisi, gli sguardi hanno un qualcosa che ti si va a scaricare giù per la spina dorsale come una saetta; quelle espressioni sono la conferma più concreta che c'è qualcosa che in quel momento si era concretizzato e che non tornerà mai più, non si ripeterà mai più.
Questo mi fa sentire ancor più scandalizzata e orripilata quando sento qualcuno fare l'incauto paragone tra la liberazione dal nazifascismo e la tanto agognata "liberazione" dal malefico virus.
Allora la gente era affamata, e non solo di libertà e di giustizia, ma anche affamata di cibo: paragonare quello che hanno vissuto loro in quell'epoca con quello che stiamo vivendo noi adesso, agli arresti domiciliari, è pur vero, ma siamo tutti intenti in panificazioni domestiche, abbiamo in casa tutti quei quintali di lievito scomparsi improvvisamente dagli scaffali del supermercato e tonnellate di farina bianca e profumata, andare al termine del "lockdown" saremo tutti ingrassati di due chili almeno… no, io proprio questo paragone non lo posso reggere.
Ho messo mano all'immagine del lievito e della farina perché, contemporaneamente alla lettura di Senza tregua di Giovanni Pesce, ho risfogliato con grande piacere anche Il pane bianco, il libro-intervista della moglie, la quale ribadisce spesso (ben più del marito) come all'epoca si patisse la fame.
"Si cominciò a lavorare subito per tornare alla normalità. Il primo segno tangibile dei nostri sforzi fu il ritorno del pane bianco sulle nostre tavole."
Le due opere sono complementari. Non perfettamente speculari, si scoprirà che i dettagli citati dall'uno sono omessi dall'altra e viceversa; alcuni nomi sono diversi e alcuni episodi vengono proposti in modo differente. Ma anche se non combaciano alla perfezione, i due racconti si sostengono armoniosamente l'un l'altro nel restituire le atmosfere, al di là del singolo nome di una persona o di una via.
Una lotta Senza tregua è l'espressione che Pesce utilizza più volte nel suo racconto per ribadire la differenza tra il tipo di attività dei partigiani sulle montagne e quello dei GAP in città. Giù in città il clima di terrore messo in atto dai nazifascisti è tanto più opprimente e invasivo che l'unica soluzione è quella di rispondere al terrore con altro terrore, ogni singolo giorno, ogni minuto. E quando si parla di "rispondere al terrore con altro terrore", qui lo si intende nel senso più terribile del termine, quindi si astengano pure dalla lettura i fautori del "ma però".
"Qui tutto è diverso. Qui non ci sono né fronte, né retrovie da cui possano giungere rinforzi. In Spagna si poteva anche ripiegare, attendere un momento migliore, se l'attacco falliva. Qui, anche se l'azione ha successo, non ci può essere tregua; bisogna predisporre insieme attacco e ritirata, mettersi in salvo per essere vivi domani, per ricominciare. E continuare così, affinché possano tornare, chissà quando, i giorni di lavoro, i giorni di studio, i giorni delle passeggiate."
Il racconto si suddivide in capitoli che a loro volta si dividono in porzioni variabili per dimensione, per tono di voce e anche per voce narrante (a volte in prima o a volte in terza persona). La struttura tutta insieme lascia chiaramente intendere come si tratti della trascrizione, neanche tanto rimaneggiata, di un diario dell'epoca: gli scambi dalla prima alla terza persona e alcune frasi (rare, a dire il vero) vagamente zoppicanti, tutti questi apparenti difetti sono ben lungi dal togliere valore all'opera, sono anzi elementi che contribuiscono decisamente a far sentire quanto la testimonianza sia diretta, forte, sentita. Il racconto della Resistenza (dall'Agosto '43 all'Aprile '45) si interseca e viene messo a diretto confronto con quello della guerra in Spagna, vengono messi in rilievo i punti in comune e le divergenze tra le due diverse esperienze di Pesce.
Il racconto-intervista della moglie, per quanto più stringato, comprende in un abbraccio quello del marito perché arriva a raccontare anche del dopo-guerra e ad offrire un punto di vista che si porta fino ai giorni nostri. E quello che viene da lei solo accennato in maniera approssimativa, viene invece da lui approfondito e quasi sviscerato: l'ansia e la paura prima di un'azione, il senso di solitudine nel muoversi tra la folla della grande città, il sentirsi abbandonati dal partito allorquando i rari contatti consistono in poche parole smozzicate, il pensare e rimuginare sui perché delle proprie terribili azioni, e l'estrema lucidità di saper considerare quelle azioni, ogni giorno, un giorno dopo l'altro, come estremi rimedi, senza prenderci il gusto per non diventare schifosi come quei nemici che si stanno combattendo.
Una lettura che scuote le viscere, non sono sicura che tutti siano in grado di capirla, non sono sicura di quanti abbiano la volontà di capirla, non sono sicura neanche io di aver capito tutto. O forse si tratta solo di ammettere che c'è una parte di comprensione che si può arrivare a "sentire" nel senso di "percepire", ma che poi non si può rispiegare a parole.
Chiudo con un altro passaggio tratto dal libro di Onorina, mi pare adeguato e doveroso:
"Ricordo che un pomeriggio di qualche anno fa, all'Anpi di via Mascagni, stavamo bevendo un bicchiere di vino circondati da alcuni giovani compagni ed amici quando, d'un tratto, un signore tutto sorridente s'è avvicinato e gli ha chiesto, con fare festoso: "Allora Giovanni, dicci, quanti ne hai fatti fuori di fascisti?" Tutti si sono zittiti. Pesce ha risposto seccato "Non ho 'fatto fuori' nessuno. Ho combattuto perché la guerra finisse." Sì, mi sembra che abbia risposto proprio così."