La Banti fa una cosa molto originale: una ricostruzione quasi negromantica, in chiave romanzesca, fondata però su una solida ricerca archivistica, di due vite femminili seicentesche, suocera e nuora. Due malmaritate, verrebbe da dire in linguaggio barocco, una Orléans e una Palatina sposate disastrosamente ai Medici di Firenze.
Potremmo assimilare questa operazione a quella di Maria Bellonci (scrittrice che amo molto), ma i personaggi della Banti sono in un certo senso più ariosi, dialogano con il presente e ne vengono interpretati con maggiore libertà che nella promotrice del premio Strega.
Leggendola ho provato il curioso piacere di scoprire che altri, prima di noi, hanno avuto le nostre stesse idee, non certo perché io sia in grado di arrivare al livello di complessità interpretativa e finezza psicologica della Banti, ma perché come me ha visto nel Seicento italiano motivi di freschezza e di interesse e, soprattutto, perché ha scelto il romanzo storico non come rifugio dall'attuale, bensì come sfida e dilatazione dell'immaginazione.