Un testo ibrido in cui si incontrano poesia, fotografia, saggistica, flussi di coscienza, una commistione tra inglese e arabo, linguaggio scientifico e gergale. Crudo, doloroso, fortemente visivo, sperimentale: quelle onomatopee possiedono una forza che fa male. “La resistenza a volte è una costrizione”, scrive Abuaker.