SET IN RURAL HUNGARY at the turn of the twentieth century and never before translated into English, Azarel chronicles the rebellious doings of young Gyuri, son of a rabbi in a modern Jewish sect. Papa Jeremiah, the paternal grandfather and an Orthodox fanatic, believes that by consorting and living with "pagans" whose "hirelings" they were, his son and his followers are helping to "melt the Jewish people in the furnaces of exile" - prophetic and haunting language for a book first published in 1937. Taking him from his parents, Papa Jeremiah raises Gyuri in a tent for his first few years, and the boy suffers when the imperious old man, to whom he has become devoted in a child's deep way, dies. Gyuri is forced to return to his parents, who are now almost strangers to him. Rigid and respectable, the rabbi father expects filial obedience and Judaic devotion from his son, but gets something quite different. The boy is furious at Judaism and at his father for trying to make him believe in a God he has little use for. Eventually he leaves home, begs on the streets, and finally hurls himself into an early breakdown. At last he is returned to his parents, who consider his illness a reconciliation. Dramatized with a sensibility that echoes Isaac Babel and Henry Roth, this is a realistic and powerful story, narrated with authority and force, by one of Hungary's finest writers.
This is a beautifully written book, and I feel fortunate to be able to read it, considering that it was not available for 65 years and nearly disappeared in the Holocaust.
Ebraismo e borghesia ungherese del primo ‘900 dissacrati dagli occhi di un bambino
Azarel è l’unica opera dello scrittore ebreo ungherese Károly Pap tradotta in italiano. Per la verità non è che egli abbia scritto moltissimo; in appendice a questo bel volume è riportata la sua bibliografia, composta da tre romanzi, da un saggio intitolato Ferite e colpe degli ebrei, da due drammi teatrali e da alcune raccolte che contengono selezioni delle circa cento novelle brevi da lui scritte. Una delle cause di tale relativamente ridotta produzione letteraria è senza dubbio il fatto che Pap visse non a lungo e in tempi e luoghi travagliati: la sua parabola esistenziale si consuma infatti pressoché tutta nella drammatica prima metà del XX secolo, e termina nel gennaio del 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, dove fu assassinato dai nazisti. Il futuro scrittore nacque come Károly Pollák il 24 settembre 1897 a Sopron, allora Ödenburg, città situata a soli quaranta chilometri a sudest di Vienna, quindi di fatto nel cuore dell’Impero Austroungarico. Pap non è uno pseudonimo: al pari di molti connazionali, egli infatti mutò il proprio cognome, di suono tedesco, con uno più ungherese: Pap in magiaro significa prete, e tale scelta ha a che fare con la figura del padre. Karoly era infatti il terzo e ultimo figlio di Miska Pollák, che fu per cinquant’anni primo rabbino di Sopron; la madre proveniva da una agiata famiglia originaria di Beled, cittadina situata ad una cinquantina di chilometri da Sopron. Miska Pollák era un intellettuale piuttosto noto: aveva studiato, oltre a teologia, lingue orientali, storia e letteratura a Budapest e a Berlino e fu autore di numerose pubblicazioni sulla storia ebraica. Nel 1944, già settantaseienne, fu deportato ad Auschwitz ove in breve morì. Oltre a lui e al figlio minore, nei campi nazisti furono uccisi quasi tutti gli altri membri della sua famiglia. La famiglia Pollák faceva parte della comunità ebraica riformata ungherese, i neologhi, che si contrapponeva anche aspramente agli ortodossi, propugnando l’integrazione nella società magiara. Nel bel saggio di János Köbányay posto alla fine del volume viene esplicitata l’importanza che gli ebrei riformati ebbero nella stessa costruzione della borghesia ungherese. Allo scoppio della prima guerra mondiale il diciassettenne Károly si arruola volontario nell’esercito austroungarico. L’esperienza della guerra lo segna profondamente, anche da un punto di vista politico: dopo la disfatta aderisce infatti alla breve esperienza della Repubblica Sovietica di Béla Kun e combatte per difenderla dall’aggressione rumena, sostenuta dalla Francia. Durante il terrore bianco del 1920-21 viene arrestato; rilasciato, ripara brevemente a Vienna, quindi l’anno successivo rientra in Ungheria, svolgendo lavori precari. Nel 1923 pubblica il suo primo racconto, cui seguono altre novelle e, nel 1932, il primo romanzo, Mi hai liberato dalla morte, cui segue l’anno successivo L’ottava stazione, centrati entrambi sul tema dell’identità ebraica e che gli conferiscono una certa notorietà in patria. Azarel, il suo romanzo più noto, uscì nel 1937, dopodiché non pubblicò più nulla: solo i suoi due drammi, di ambientazione biblica, furono rappresentati nel 1940 e nel 1944 al teatro ebraico di Budapest. La sua opera venne ampiamente diffusa in patria nel periodo della Repubblica Popolare Ungherese: due raccolte di novelle furono pubblicate negli anni ‘50, curate da importanti intellettuali dell’epoca; nel 1964 uscì Accadde nella città di B., serie di novelle nelle quali Pap amplia e approfondisce le tematiche sviluppate in Azarel e nel 1973 furono pubblicati i due drammi teatrali. Azarel uscì nella DDR nel 1981, mentre la scoperta del romanzo in occidente si deve alla sua pubblicazione negli Stati Uniti nel 2001, cui seguirono traduzioni in diverse altre lingue. Non mi risulta che altre sue opere siano state pubblicate al di fuori dei confini magiari. Azarel è un romanzo largamente autobiografico. Ne è protagonista Gyuri Azarel, che narra in prima persona, presumibilmente anni dopo, le vicende della sua infanzia, dalla nascita all’età di circa nove anni. Gyuri è un po’ più giovane dello scrittore, ma il dato autobiografico è sottolineato dalla scelta di farlo nascere esattamente tre anni dopo di lui, il 24 settembre del 1900. Come lo scrittore Gyuri è il terzo figlio di un rabbino neologo: ha un fratello, Ernushko, ed una sorella, Olushka. Suo nonno paterno, Geremia, è un ebreo khassidico, che vive nel villaggio di B., in cui è facile identificare Beled. Da tempo ha abbandonato il commercio della lana per dedicarsi unicamente alla lettura dei testi della tradizione ebraica. Ha avuto sette figli, e non accetta il fatto che tutti si siano integrati nella società ungherese. In particolare lo ha deluso il padre di Gyuri, ultimo dei suoi figli, che sperava diventasse un vero ebreo: vive come un vero e proprio tradimento il fatto che abbia abbracciato l’ebraismo riformato. Per essere in qualche modo risarcito, alla nascita di Ernushko ha chiesto che il nipote gli venisse consegnato, in modo da educarlo alla vera fede: il figlio e la moglie hanno rifiutato, promettendogli però di consegnargli il prossimo figlio maschio, quando sarebbe venuto al mondo. La nascita di Olushka non permette loro di mantenere la promessa, ed il successivo figlio, pur maschio, muore dopo poco tempo; la coppia, quando la donna rimane ancora incinta, spera che ormai il vecchio abbia rinunciato alla sua pretesa. Geremia tuttavia rimane inflessibile e pretende, esercitando tutta la sua cupa autorità patriarcale, che Gyuri vada a vivere con lui, il che avviene quando il piccolo ha da poco imparato a camminare e a parlare. Il nonno sottopone Gyuri ad un ascetico e duro regime di vita: i due vivono in una tenda, piantata tra la sinagoga e il piccolo cimitero ebraico della cittadina; Geremia di fatto inibisce ogni contatto del bambino con altri, e lo tiene letteralmente legato a sé, impartendogli lezioni sui testi sacri. Ogni tanto i genitori vengono a trovare il piccolo, e per lenire il loro senso di colpa gli portano dei giocattoli, che nonno Geremia puntualmente brucia non appena se ne sono andati. Infine progetta di trasferirsi a Gerusalemme portando con sé Gyuri, ma poco dopo muore. Così, in età ancora prescolare Gyuri rientra nella sua famiglia, in un ambiente umano e sociale che gli è tuttavia completamente estraneo. Subito si rende conto di essere diverso dai suoi fratelli e di sentirsi emarginato in famiglia. Ernushko è bravo a scuola ed a lui vanno tutte le attenzioni dei genitori, mentre Olushka inizia a prepararsi ad essere donna, passando molto tempo davanti allo specchio. Gyuri è un bambino che riflette molto, ed è dotato di una logica stringente che trae dal suo essere infantile, non contaminata dalle convenzioni sociali, una sua peculiare forza. Si rende quindi presto conto che i rapporti affettivi nella famiglia sono falsati dalle aspirazioni e dai ruoli sociali assegnato a ciascuno dei suoi componenti. La madre, dalla visione ristretta e tipicamente piccolo-borghese fatta di attenzione alle apparenze e importanza attribuita al ruolo educativo del denaro, ama il figlio maggiore non in sé, ma per il suo essere bravo a scuola che soddisfa le sue aspettative, così come ama la figlia solo perché si comporta da donnina. A loro volta i due figli maggiori accettano i ruoli loro assegnati, non mettendo mai in discussione l’autorità genitoriale anche quando percepiscono che sbaglia. Gyuri si rende anche conto presto di come per il padre la religione sia solo un mestiere, cui ormai manca ogni afflato spirituale, la cui importanza è legata unicamente alla posizione sociale che gli ha permesso di conquistare ed al rispetto che gli dimostrano i componenti della comunità. Mantenere posizione e rispetto, non dar modo alla gente di parlar male è l’imperativo categorico della famiglia, cui subordinare tutte le scelte e i comportamenti. Al piccolo Gyuri, percepito subito come un piccolo diavolo, viene di fatto negato anche l’affetto istituzionale e funzionale riservato agli altri due figli: neppure le sue fantasie infantili riescono a coinvolgere i genitori, che anzi reagiscono con indifferenza e sospetto quando tenta di narrarle. La sua emarginazione sfocia presto in noia, e come tutti i bambini adotta l’arma di attirare l’attenzione su di sé con un gesto dimostrativo, ottenendo il solo risultato di esacerbare il carattere dei genitori e facendo venire a galla la violenza del padre. Nel frattempo cresce, e viene mandato nella scuola ebraica attigua al caseggiato in cui vive. Anche qui non lega con i compagni, che lo vedono come un saputello che pone domande inopportune. Il suo disagio e la sua ribellione crescono con il crescere delle sue capacità logiche e critiche, sino a giungere ad un punto di rottura quando a scuola e in famiglia pone domande sull’esistenza stessa di dio. Anche in questo caso si trova di fronte ad un muro di indisponibilità al dialogo da parte dell’insegnante e soprattutto da parte dei genitori, che vedono sostanzialmente nei dubbi del bambino una minaccia al loro status sociale, preoccupati come sono della possibile reazione della comunità al comportamento anomalo del figlio di un rabbino. La reazione di Gyuri sarà estremamente coerente nella sua infantile durezza, e culminerà con una fuga da casa. Il romanzo termina, sotto le mentite spoglie di un classico happy end, in un modo in realtà amaro, che deve essere attentamente analizzato dal lettore. Azarel è a mio avviso un piccolo capolavoro letterario, perché le vicende di Gyuri compongono da una serie di piani di lettura che si compenetrano per fornire un quadro letterario estremamente unitario, ma che possono anche essere analizzati singolarmente. Sia Moni Ovadia nella breve introduzione al romanzo sia János Köbányai nel più articolato saggio finale pongono l’accento sul fatto che il romanzo rifletterebbe lo smarrimento dell’identità che ha attraversato la comunità ebraica ungherese durante il processo di integrazione che ebbe il suo sbocco religioso nella nascita del culto riformato, attraverso una vera e propria scissione venata anche di episodi violenti. Ovadia parla di ”doppio rito di passaggio” cui è sottoposto Gyuri, riferendosi all’esperienza col nonno e al ritorno in famiglia, e di una ribellione dovuta alla ”mancanza di un microcosmo duro, ma intenso e teso al sublime in cui è cresciuto e che lo ha educato ad una radicalità senza compromessi”; Köbányai, che pure in premessa rileva che il romanzo ”racconta una storia, descrive figure, sentimenti, conflitti e temi eterni, tali da non richiedere al lettore una specifica preparazione” più oltre afferma che ”[l’]aspetto peculiare dell’opera è nel fatto che il processo di assimilazione viene qui osservato con gli occhi di un bambino, che lo interpreta tramite l’etica, la morale e la visione del mondo del nonno fedele all’antica religione. Il piccolo, infatti, rifiuta con tutte le sue forze quanto invece è naturale per i suoi genitori e i suoi fratelli perché ‘frutto dell’assimilazione’”. Entrambi i commentatori, quindi, avvalorano la tesi secondo cui Gyuri in qualche modo abbia avuto un imprinting ortodosso dal nonno che lo porta a rifiutare i compromessi tipici dell’assimilazione. A mio avviso la questione dell’identità ebraica ungherese, che pure ha avuto una precisa centralità nell’opera di Károly Pap e svolge senza dubbio un ruolo importante anche in Azarel, non rappresenta il suo piano di lettura fondamentale, e soprattutto ritengo che non vi sia segno nel romanzo del fatto che la visione del mondo di Gyuri derivi dall’assimilazione dell’etica ortodossa di nonno Geremia, anzi: dalle sue ingenue osservazioni traspaiono chiaramente dure critiche a tale etica. Semmai, oggetto della dissacrazione di Gyuri sono l'ebraismo in quanto tale e più in generale l'ideologia religiosa. A riprova si può immaginare che il romanzo narri le vicende di un bambino non-ebreo che si ritrovi in una famiglia sconosciuta da cui è stato lontano nei primi anni di vita: le vicende narrate funzionerebbero allo stesso modo, in quanto a mio avviso l’oggetto principale della critica dell’autore sono la ristrettezza morale e culturale e la falsa coscienza dominanti le relazioni sociali e familiari che l’aspirazione all’appartenenza alla borghesia, in particolare alla piccola borghesia, si portano dietro, siano esse dovute ad ansia di assimilazione o di semplice scalata sociale. Fra i tanti passi del romanzo che rimandano a ciò, credo vada citata, per il suo contenuto anche simbolico di entrata nel mondo del piccolo Gyuri, la cerimonia di vestizione per il primo giorno di scuola. In altri termini, non è l’ebraismo riformato ungherese che Gyuri osserva con occhi innocenti e contro cui si ribella, ma il filisteismo di una famiglia la cui unica preoccupazione è dare di sé un’immagine tranquilla, serena ed ordinata ed ottenere così il rispetto degli altri. Gyuri, con le sue fantasie, con le sue domande inopportune rappresenta una minaccia esistenziale all’ordine borghese sul quale sono costruiti i rapporti familiari e sociali, e per questo va prima colpevolizzato, quindi duramente punito, e riaccolto solo se e quando riconosce che la sua ribellione era solo una malattia da cui è guarito. Pap conclude quindi amaramente che l’ordine sociale è in grado di neutralizzare ogni critica, anche quella radicale di chi, come un bambino, è esente da ogni compromesso. Questo nucleo centrale del romanzo è arricchito dalla sua peculiare ambientazione ebraica, così come è arricchito dal fatto che la narrazione sia filtrata dagli occhi e dai pensieri di un bambino. A questo proposito non si può non notare la capacità dell’autore di far entrare il lettore nella psicologia infantile: i tentativi di attirare l’attenzione su di sé, i lunghi dialoghi immaginari con le cose, un episodio di chiara connotazione edipica – con la madre surrogata dalla domestica - il modo stesso di percepire gli avvenimenti da parte del bambino testimoniano della profonda conoscenza di Pap del mondo dell’infanzia, probabilmente mutuato dalla forte connotazione autobiografica del romanzo. È significativo in questo senso che, pur in un testo nel quale le riflessioni interiori occupano una parte notevole, lo scrittore non utilizzi uno strumento quale il flusso di coscienza, ma faccia dialogare a lungo il protagonista con sé stesso o con le cose che lo circondano. Questo modo di scrivere, in alcuni commenti considerato prolisso e forzato, avvicina invece a mio avviso ancora di più il lettore ad una psiche infantile, e dà l’idea che – in luogo di essere un libro di memorie, il romanzo sia stato scritto da Gyuri in presa diretta. Moltissimi sarebbero ancora gli argomenti cui accennare, ma lo spazio è tiranno: aggiungo solo che Azarel colloca secondo me Károly Pap tra gli autori importanti della letteratura mitteleuropea del novecento: non a caso Moni Ovadia apre il suo saggio con un parallelismo con Kafka. Purtroppo comincia ad essere di difficile reperimento: il consiglio è quindi di affrettarsi a riporlo negli scaffali della biblioteca di casa.
Wat een prachtig, doorleefd boek. Hoe hij in het hoofd van een kind kruipt, de spanningen tussen de christenen en de joden beschrijft, God ter discussie stelt en de onmogelijkheid van onbaatzuchtelijk houden van. Fenomenaal!
Er zit amper pauze in het boek, zonder dat het te veel wordt. Het gaat maar door in het hoofd van het kind, dus gaat het boek ook door. Een diep psychologische roman die gelezen dient te worden.
Een korte roman (226 p) over een Joods-Hongaars gezin aan het begin van de vorige eeuw.
Het verhaal Een rabbijn en zijn vrouw staan hun derde kind af aan de godsdienstwaanzinnige vader van de rabbijn. De grootvader en zijn kleinzoon, Gyuri, wonen in een tentje en houden zich bezig met bidden en zich reinigen voor het gebed. Omdat Gyuri alle rituelen waaraan zijn grootvader doet en hemzelf blootstelt niet begrijpt, en hem bovendien niets uitgelegd wordt, verzint hij van alles om de dingen die om hem heen gebeuren te verklaren. Zo praten de meubelstukken bijvoorbeeld tegen hem over de gebeurtenissen in zijn leven. Als de grootvader komt te overlijden, gaat Gyuri terug naar huis. Maar daar kan hij niet meer goed aarden. Zijn gewoonte om zijn fantasie de vrije loop te laten wordt absoluut niet gewaardeerd in het erg op de uiterlijke schijn gerichte gezin van de rabbijn. Naarmate Gyuri ouder wordt, krijgen zijn ouders en hijzelf een steeds grotere hekel aan elkaar. Dit wordt op een gegeven moment zelfs zo erg, dat de 9-jarige Gyuri op een middag het huis uitgezet wordt omdat hij het bestaan van God in twijfel trekt. De roman eindigt met een keus: buigt Gyuri of barst hij?
Het begin en het eind van het boekje waren prachtig, de beschrijvingen van de rituelen, de afkeer van de christenen en de zwaarte van het geloof zijn geweldig beschreven. Het middendeel vond ik veel, maar dan ook veel te lang. De eindeloze litaniën van Gyuri en zijn ouders over de ontstane situatie en de uitzichtloosheid ervan gingen me zelfs zo tegenstaan dat ik diagonaal ben gaan lezen. Pas vlak voor het eind greep het boek me weer. Ben blij dat ik het niet heb weggelegd.
Azarel werd in 1937 uitgegeven en heet oorspronkelijk ook Azarel, dit is de achternaam van het gezin. Vertaald door Györgyi Dandoy is het in 2003 door Ambo uitgegeven.