Wilhelm Prüller, classe 1916, è un soldato come un altro. Uomo del popolo viennese, è testimone della grande crisi economica e dei disordini che animano la capitale austriaca all'alba degli anni '30. Vede la caduta del cancelliere Dollfuss e l'ascesa del NSDAP, a cui si era avvicinato negli anni precedenti, è coinvolto, anche se indirettamente, negli eventi dell'Anschluss [l'annessione dell'Austria al Reich tedesco] e si ritrova, nel settembre 1939, tra le truppe mandate a invadere la Polonia.
È per rendere partecipe la moglie delle sue esperienze di guerra che inizia a tenere un diario, che custodisce gelosamente sotto la giubba dell'uniforme. Scrive nelle pause dall'azione, perfino da prigioniero, cercando di non farsi vedere dai suoi carcerieri (durante la perquisizione non si erano accorti del suo quaderno): il diario lo accompagna per ben cinque anni, e a esso affida anche i suoi pensieri.
Non sono le memorie di un ragazzo al di sopra degli eventi; è un documento storico, che va approcciato con imparzialità e senza pregiudizi. Prüller conosce bene la situazione in cui si trova, è "di parte" e non nasconde la sua ideologia: è necessario contestualizzare per comprendere le sue parole - e, attraverso di esse, le reali ragioni che portarono milioni di uomini al fronte e donne del popolo a credere in un partito come quello nazionalsocialista.
Non è un libro da leggersi a cuor leggero, ma fondamentale per conoscere coloro che stavano "dall'altra parte della barricata": non come acefali esecutori di una volontà che raramente viene indagata fino in fondo (le narrazioni scolastiche tendono ad appiattire e semplificare), ma come uomini, che la sorte o le convinzioni personali hanno portato a parteggiare per i "vinti", anche quando ormai la sconfitta era certa.