Growing up in Bad Düben near Leipzig as a clergyman's son and thus not allowed to attend the Erweiterte Oberschule in the communist East, he received secondary education at a gymnasium in the western part of Berlin. After jobbing as an assembler, bookseller and assistant director, he studied philosophy. Upon graduation he became dramatic adviser at the Volksbühne in Berlin, where he worked as a resident writer from 1974. Since 1979, he has worked as a freelance writer, becoming known for his 1982 novella Der fremde Freund (The Distant Lover).
I racconti del cronista che mira all’oggettività soggettiva
Dobbiamo essere grati alla casa editrice e/o, che dal 1990 ha iniziato a pubblicare nel nostro Paese le opere di Christoph Hein, importante autore contemporaneo tedesco che ha al suo attivo numerosi romanzi e opere teatrali. Anche se molti dei titoli via via pubblicati dalla casa editrice non sono più disponibili in libreria, quelli rimanenti comprendono alcuni dei romanzi più significativi dell'autore, permettendo così al lettore italiano di approfondire la conoscenza della sua letteratura. Tra i titoli non più disponibili ma ancora – sia pure con una certa difficoltà – reperibili sul mercato dell'usato, figura questo Esecuzione di un vitello, raccolta di racconti pubblicata in Germania nel 1994 e due anni dopo da noi. Christoph Hein è nato in Slesia nel 1944. Ha vissuto ed operato nella DDR, a Lipsia e a Berlino, pubblicando nel 1982 il romanzo che gli diede la fama: L'amico estraneo. Nello stesso anno vinse il premio Heinrich Mann, conferito annualmente dall'Accademia delle Arti della Repubblica Democratica Tedesca a scrittori di area germanica che si fossero particolarmente distinti per le tematiche sociali delle loro arti. Il premio, che esiste ancora ed è oggi assegnato dall'Accademia delle Arti di Berlino, nel corso degli anni ha visto vincere scrittori e drammaturghi come Heiner Müller (1959), Christa Wolf (1963), Peter Weiss (1966) e molti altri. Dopo essere stato critico nei confronti della DDR e della degenerazione totalitaria e burocratica degli ideali socialisti, Hein lo è altrettanto della modalità con cui si è concretizzata l'unificazione tedesca. La sua scrittura si caratterizza per il distacco cronachistico con cui rende le storie di emarginazione, alienazione, ipocrisia e banalità del male che racconta. Attraverso il racconto distaccato di episodi minori, di personaggi ordinari e sconfitti, Hein è stato in grado di descriverci le intime contraddizioni di una società come quella della DDR prima e della Germania riunificata poi. I sedici racconti contenuti ne L'esecuzione di un vitello sono stati scritti tra il 1977 e il 1994, quindi proprio nel periodo di passaggio dall'epoca delle due Germanie a quella della riunificazione. In buona parte sono ambientati nella DDR, anche se alcuni riguardano altri periodi della storia tedesca e uno è di ambientazione biblica; alcuni sono brevissimi, e solo due superano le dieci pagine. Nonostante queste ed altre differenze tra racconto e racconto, la raccolta si presenta come estremamente compatta quanto a tematiche di fondo, che sono quelle che caratterizzano l'autore e la sua opera. Il primo racconto, intitolato Un anziano signore, leggero come una piuma, è probabilmente stato scritto da Hein nella Germania dopo la caduta del muro, perché è ambientato in un quartiere (probabilmente di Berlino) dove c'è un edificio occupato da giovani alternativi. Di fronte vive un anziano - a cui si affeziona e di cui si prende cura una delle giovani occupanti – il quale sostiene di essere Noè e di avere novecentocinquanta anni. Questa fugace adesione ad una sorta di realismo magico serve ad Hein per marcare le difficoltà di comprensione della Storia, della Memoria e dei loro insegnamenti, che a volte si nascondono dietro una simbologia oscura, da parte di una generazione che fa del pragmatismo, dell'oggi l'unico suo orizzonte culturale. La giovane infatti non crede alle storie del vecchio, e alla sua narrazione del diluvio oppone una spiegazione razionale e limitata, così come in Germania si stava facendo strada già negli anni '90 una visione riduzionista del nazismo. Che a ciò alluda questo racconto emerge, a mio avviso, dall'incipit del racconto, nel quale ci viene detto che la casa del vecchio si trova ...due case dietro la sinagoga distrutta, a un isolato di distanza dalla nuova moschea”: in tredici parole l'autore ci ricorda quanto concretamente vicini siano il fardello storico (materialmente ancora presente) della Germania e la difficile ricerca di identità dello Stato riunificato. Il vecchio è quindi la Storia, che maledice dio per quante gliene ha fatte passare, che invano i giovani tedeschi tentano di seppellire, ed a cui dovranno sempre tornare, come è evidente nel finale solo apparentemente paradossale. La cripticità del racconto, che come detto contiene elementi magici che non troveremo nelle altre storie narrate, è forse indice della necessità di Hein di trovare una diversa cifra narrativa per rapportarsi con la nuova realtà in cui si trova immerso nei primi anni '90. Nel racconto successivo, Sui ponti gela prima, entriamo appieno nelle atmosfere tipiche di Hein. È uno dei due racconti lunghi della raccolta, e narra dell'intervista di una giovane ricercatrice ad un ex economista della DDR, Walter Rieder, in occasione della morte di un famoso professore di Economia, Stefan Kölpin, di cui era stato molto amico negli anni 60. Tra i due vi era stata una rottura quando il secondo, contro tutte le aspettative, era stato nominato direttore dell'istituto universitario in cui entrambi lavoravano. Rieder aveva quindi lasciato l'Università e – pare di capire – si era trasferito all'ovest dove si è arricchito fabbricando giochi ad effetto per spettacoli vari: l'intervista ha luogo nella casa di lui, dotata di sauna e piscina. Rieder ricorda con fastidio il passato, sostenendo di essere stato vittima di un'ingiustizia, visto che aveva più titoli per la direzione: unica sua finalità è comunque concupire la bella e giovane ricercatrice. Ci andrà a letto, ma lei lo distruggerà sbattendogli in faccia il suo comportamento ignobile nei confronti dell'amico. Racconto molto bello, si caratterizza perché formato quasi esclusivamente dai dialoghi tra i due: l'intervento del narratore è limitato alla prima descrizione del contesto e ad altri pochi passaggi: sembra davvero il resoconto stenografico di un'intervista. Emerge quindi appieno il distacco cronachistico dagli eventi narrati che caratterizza la prosa di Hein, qui applicata non tanto al clima della DDR quanto alla meschinità della figura di Walter Rieder, che da sempre persegue il successo utilizzando sistematicamente la menzogna (cosa a cui allude anche la sua professione di costruttore di illusioni) ma negando sempre, anche a sé stesso, la propria bassezza morale. Segue una dozzina di racconti molto brevi, tra i quali meritano una segnalazione a mio avviso Lo stupro, storia della rimozione da parte di una dirigente politica della DDR dell'episodio dello stupro della nonna da parte di soldati sovietici alla fine della guerra, Ciocchetti, nel quale è messa alla berlina la stupidità burocratica del potere nella DDR, attraverso la vicenda di un minatore che è solito portare a casa, al termine della massacrante giornata di lavoro, piccoli pezzetti di legna scartati in miniera, Un incontro inatteso, nel quale un giovane fuggito all'ovest ritrova e diviene di nuovo vittima di chi ne aveva un tempo – in nome dell'ortodossia di partito – causato la fuga, e Lo storpio, in cui viene narrato il rifiuto da parte di una moglie e dei suoi figli del ritorno del marito e padre reduce da guerra e prigionia. Un cenno più ampio merita La morte di Mosè, perché pur essendo di ambientazione biblica, è a mio avviso il racconto nel quale la critica alla esperienza della DDR è più esplicita. Mentre negli altri racconti che abbiamo visto sin qui, infatti, l'ambientazione non è elemento essenziale del racconto oppure la critica si concentra su aspetti particolari del sistema, qui si coglie una negazione dei principi stessi su cui il sistema si basa, e forse non è un caso che ciò avvenga in un racconto non ambientato esplicitamente nel qui ed ora. Il racconto narra una versione alternativa della vicenda della morte di Mosè e degli esploratori da lui inviati nella terra promessa prima che vi entrasse il popolo d'Israele. Essi, secondo un cronachista indegno e censurato dalla storia ufficiale, morirono perché avevano scoperto che la terra promessa non aveva la volta celeste, la qual cosa li aveva atterriti. Il solo Caleb ...derideva i timorosi dicendo loro che nella terra promessa il cielo è già in terra”. Fu quindi lui, dopo la morte di Mosè e degli altri esploratori per mano di Jahweh, a guidare il popolo nella terra promessa, dove effettivamente non c'era la volta celeste ma, conclude Hein, gli ebrei non erano turbati perché ”...a nessuno manca il cielo laddove esso è già in terra". Dopo altri racconti, alcuni di tono più intimista (come La stampella e Viola del pensiero non ti scordar di me, altri nei quali prevale la critica alla sostanziale continuità della mentalità tedesca lungo il '900 e viene toccato anche il tema dell'antisemitismo, la raccolta si conclude con il racconto che le dà il titolo, che è anche il più lungo. Ambientato in un piccolo villaggio nella DDR degli anni '60, il racconto è la complicata storia del disastro gestionale di una cooperativa per l'allevamento di bovini, dovuto all'incompetenza dei vertici e alle divisioni di chi avrebbe invece dovuto operare secondo la logica della solidarietà socialista. Il protagonista, Gotthold Sawetzki, è il responsabile della brigata che si occupa dei vitelloni d'ingrasso. In pieno autunno, questi occupano ancora le stalle che dovrebbero servire alle vacche di rientro dai pascoli alti, perché a loro volta le stalle per i vitelloni sono ancora occupate dai buoi ingrassati che il macello non compra perché troppo magri a causa di una carenza nelle forniture di foraggio. La cooperativa è quindi come un complesso ingranaggio: se si ferma una delle sue ruote, per l'imperscrutabile inefficienza nella distribuzione del foraggio, si blocca tutto il meccanismo. Le vacche al pascolo dovrebbero infatti rientrare, perché fa freddo e l'erba ormai scarseggia. Gotthold, che è di animo duro ma generoso, cerca di risolvere la situazione, scontrandosi però con l'incomunicabilità con gli altri settori della cooperativa e la mancata volontà di assumersi responsabilità, oltre che l'incompetenza, dei vertici locali del Partito. L'attivismo di Gotthold lo porta a stare quasi sempre fuori casa, e ciò incrina tra l'altro definitivamente il rapporto con la giovane moglie. L'inevitabile accade, e una mattina si contano molte mucche morte, con gravissimo danno economico per tutti. Gotthold, per protesta contro ciò che è successo, uccide un vitello che non può più tenere in stalla, seppellendolo davanti agli uffici della cooperativa. L'episodio viene messo a tacere, per non allarmare le autorità superiori, e quindi nulla cambia nella gestione della cooperativa. Gotthold a questo punto tenta di andarsene dalla DDR: verrà arrestato e dopo pochi mesi espulso all'ovest, dove si rifarà una vita. Anche in questo bellissimo racconto Hein ci sorprende con il suo stile cronachistico, che in questo caso, essendo la vicenda più corale, fa meno ricorso al dialogo diretto ma assume le forme di un resoconto giornalistico. Della raccolta è forse il racconto (anche per la sua estensione) in cui gli aspetti politici e quelli esistenziali sono più intrecciati, restituendoci un crudele affresco sia del grigiore del potere sia della rigidità di pensiero del mondo rurale (solo quello rurale?) tedesco. La figura di Gotthold emerge come quella di uno sconfitto, di chi da un lato cerca invano di intervenire sullo stato delle cose, e dall'altro non è in grado di comprendere le conseguenze delle sue azioni, scaricando sugli altri – la moglie in primis – i suoi errori. L'uccisione del vitello assume quasi un connotato sacrificale in una vicenda che si occupa tutto sommato di piccole questioni di paese, conferendo al racconto un'aura primordiale. Questi racconti di Hein, essendo ambientati in buona parte di un mondo che non esiste più, sono tuttavia in grado di parlarci anche dell'oggi, assurgendo a mio avviso al ruolo di piccoli classici: . Ciò anche in virtù del peculiare stile di scrittura di Hein, del suo distacco programmatico da ciò che narra. Egli infatti si autodefinisce un cronista, perché la letteratura non può avere valore terapeutico. Ma d'altra parte, come fa notare Fabrizio Cambi nella breve ma importante postfazione al testo, Hein è pienamente conscio che anche nel distacco lo scrittore fa le sue scelte, per le quali il cronista mira ad una oggettività soggettiva. È questa una riflessione che mi trova completamente d'accordo, ed è proprio per la coerenza che ho rilevato tra queste affermazioni programmatiche di Hein e il risultato dato dalla sua opera che lo ritengo uno scrittore notevole. Solitamente non sono molto tenero con la letteratura contemporanea, che ritengo in generale scaduta inevitabilmente a livello di forma (colta?) di intrattenimento, ma sono lieto quando posso trovare qualche testo che contraddica questa mia affermazione. Questi racconti, forse perché provenienti da un'esperienza umana e culturale distante – nel bene e nel male - da quella dell'omologato occidente - fanno parte di diritto della buona letteratura.
Sono sinceramente stupito dalla mia scelta di dare 4 stelle a questa raccolta di racconti, ma devo ammettere che la lettura mi ha colpito. Sicuramente la scrittura non e' brillante, non fa nulla per farsi apprezzare, anzi, l'ho trovata volutamente scarna e scostante. Ma nonostante questo, o forse proprio per questo, e' innegabile il fatto che Hein riesce a colpire, a far riflettere, a porre degli interrogativi.
Nel racconto 'Lo stupro' in particolare sono rimasto colpito, disorientato, e mi sono interrogato su quali siano i meccanismi che si mettono in campo per ignorare i dolori, o i problemi. Che non vengono affrontati dalla protagonista per incapacita' di gestirli, come appare evidente nella parte finale del racconto. Anche in 'Lo storpio' il meccanismo e' analogo, e sono stati questi due probabilmente i brani a colpirmi di piu'. Forse perche' sono quelli piu' universali, legati all'umanita' e alla sua vita, piu' che ai temi legati alla Germania del dopoguerra e dell'unificazione.
Alla fine sono davvero felice di aver affrontato questa raccolta.
Ho amato maggiormente i romanzi di Hein (L'amico estraneo, Il suonatore di Tango), ma la sua scrittura è pregevole, efficace, dura e affilata anche in questi racconti. Molto belli quelli brevi e i primi due lunghi (Un anziano ecc. e Sui ponti gela prima). Ho apprezzato meno il racconto che dà il nome alla raccolta perché l'ho trovato troppo lungo e troppo tecnico nei dettagli della cooperativa agricola in cui è ambientato. Comunque Hein si conferma autore imprescindibile per entrare nella storia recente tedesca e conoscerne contraddizioni ed eventi attraverso le storie di persone semplici, emarginate, spesso sconfitte dalla Storia.
Onevenwichtig boek. Het titelverhaal is veruit het langste en ook het slechtste verhaal over merkwaardigheden op het platteland van de DDR. Onduidelijk wat de bedoeling is. Misschien is het meer een opzet voor een mislukte roman dan een verhaal of een novelle. Daarna volgen echter korte tot ultrakorte verhalen, waarin geen woord te veel staat in die typisch nuchtere stijl van Christoph Hein. Kreeg het boek uit de nalatenschap van Piet S, die net als ik een liefhebber van zijn werk was.