Incuriosita dalla lettura di un brano tratto dal romanzo “Toi, ma nuit” contenuto nella raccolta “Fantasesso” (in una società del futuro incentrata esclusivamente sugli stimoli sessuali, il protagonista passa un pomeriggio al cinema, dove prima assiste a un film fanta-erotic-splatter, poi ha un rapido e soddisfacente rapporto con una delle sexy-maschere), ho voluto cercare qualcosa di Jacques Sternberg (1923-2006), di origine belga, che ha anche la particolarità di essere uno dei pochi scrittori di fantascienza in lingua francese. Amico di Jodorowski e di Topor, ha una produzione molto ampia che spazia tra racconto, romanzo, teatro, saggistica, ma nella lista delle sue opere compaiono anche un “Manuale del perfetto segretario commerciale”, “Il fascino della pubblicità” e una lettera aperta “Agli infelici che hanno tutte le ragioni di esserlo”. In italiano non si trova praticamente nulla, a parte qualche racconto sparso e “Il mondo senza sonno” (“La Sortie est au fond de l’espace”: “L’Uscita è in fondo allo spazio”, 1956). Il titolo italiano non suona altrettanto ironico, ambiguo e inquietante di quello originale e l’edizione Urania del 1957 suggerisce fin dalla copertina l’idea di trovarsi di fronte a una fantascienza classica. Impressione smentita dall’incipit: “La vita non era molto cambiata, dal 1955 in poi. Eppure parecchi anni erano trascorsi: quasi mezzo secolo. Nulla di ciò che era stato previsto s’era avverato, e nemmeno ciò che era stato preveduto, il che sta a dire che non era accaduto proprio nulla. Per lo meno niente di eccezionale: non era scoppiata nessuna guerra, e la Terra non aveva subìto cataclismi; né la vita né la morte avevano rivelato il proprio segreto. [...] No, la vita non era molto cambiata; nemmeno nel campo artistico. L’arte moderna s’era invecchiata molto presto; e se ne stava cercando un’altra in sostituzione, senza riuscire a trovarla. Le invenzioni nel campo degli apparecchi di uso domestico s’erano invece largamente perfezionate, come la televisione e qualche altra industria il cui scopo era di far dimenticare all’uomo che la sua vita diventava sempre più angosciosa e sempre meno accettabile.” Impressione, quella di trovarsi di fronte a una fantascienza classica, confermata però dallo sviluppo della trama: verificatasi un’imprevista, raccapricciante catastrofe, i superstiti partono alla ricerca di un nuovo pianeta guidati da un capo carismatico, uno che ama “le domande, la pubblicità, le chiacchiere, la folla, tutto ciò che dava la sensazione che la vita fosse una cosa da violare senza rimorsi dopo averla presa per i capelli sghignazzandole in faccia”. Proseguendo nella lettura, l’impressione viene più volte smentita, poi riconfermata, poi ancora smentita, fino al bellissimo, travolgente finale, in virtù del quale si perdona a questo libro il suo peggior difetto: una narrazione quasi esclusivamente descrittiva (nonostante sia condotta in prima persona), molto “Tell” e poco “Show”, una pecca grave, a mio avviso, che in parte soffoca la prospettiva onirica, la finezza di molti passaggi e l’indiscutibile qualità della scrittura. Pregevole invece che una chiave di lettura sia suggerita con garbo e leggerezza: il tema estetico, introdotto fin dall’inizio dal curioso riferimento all’arte moderna, trova uno sviluppo nella bizzarria dei paesaggi e negli inganni sensoriali di cui saranno vittime i sopravvissuti, per esplodere poi nel graffiante, sarcastico, disperato finale. Condivido appieno che Sternberg “non è autore che si possa bloccare o custodire in una gabbia generica; la sua scrittura è multipla e moltiplicatrice; onnivora e forse cannibale”, come detto qui: http://www.futureshock-online.info/pu...