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Origini e storia primitiva di Roma

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La nascita di Roma è stata in ogni tempo un tema affascinate e ricco di problemi, ma solo nel corso degli ultimi decenni è divenuto oggetto di ricerche alimentate soprattutto dal moltiplicarsi delle scoperte archeologiche. Pallottino affronta l'argomento in una prospettiva unitaria, storica, delineando cronologicamente, sul filo di un taglio narrativo, il sorgere e l'affermarsi delle prime strutture sociali, politiche, religiose, dalle quali verrà emergendo la realtà storica della civitas.

417 pages, Hardcover

First published January 1, 1993

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Profile Image for Ivan.
361 reviews52 followers
August 13, 2017
Ho riletto questo libro (lo lessi una prima volta nel 1997) dopo aver spiluccato le delicatessen della Storia di Roma del Mommsen. Di formazione giuridica, positivista ad oltranza, Mommsen, in nome dei fatti assodati e provati, non ammetteva niente che avesse un vago sapore di leggenda e per questo bandì i re di Roma dalla sua Storia. Archeologo ed etruscologo, scopritore delle “lamine di Pyrgi”, Massimo Pallottino nella sua “Origine e storia primitiva di Roma” mette invece continuamente a confronto le fonti letterarie con i dati archeologici. Ne viene fuori in tal modo un dialogo interessante e stimolante: usate criticamente le fonti letterarie e i racconti semileggendari rendono infatti intellegibili i dati archeologici; questi, a loro volta, molto spesso danno in un certo qual modo corpo e paletti temporali a quello che sembrerebbe leggendario e del tutto inventato. Non che venga confermata la leggenda e il racconto mitico nella loro integrità (ci mancherebbe altro!) ma una tendenza sì, un processo formativo, un qualcosa che c’è stato, anche se non negli stessi termini e con le stesse caratteristiche.
E quindi se Romolo è chiaramente una figura mitica, come mitica è la città di Pallanzia, non lo è però l’insediamento abbastanza primitivo sul Palatino, abitato fin dall’età del bronzo, per non dire dell’insediamento dell’VIII secolo. Se mitica è la città di Saturnia sul dirimpettaio Campidoglio, non lo è l’abitato dell’età del bronzo, i cui resti probabilmente spuntavano ed erano visibili ancora ai protoromani che abitavano il Palatino. E via dicendo. Una rilettura critica della storia primitiva tanto diversa da quella che abbiamo imparato a scuola seguendo pedissequamente Tito Livio etc., ma tanto aperta, sicura e libera da non rifiutare a priori i “suggerimenti” degli storici antichi, come invece faceva Mommsen. “Roma non è ‘na cappanna”, come dicono da noi, e neanche fu fatta in una notte, o in un giorno, attaccando magari l’aratro ai buoi e cominciando a tracciare il pomerio. Fu invece un lungo processo formativo ed evolutivo, che partì già nel tardo bronzo e coinvolse diversi insediamenti abitativi, vicini (o vicinissimi) ma ben distinti, con etnie anche diverse (Sabini, Etruschi).
La caligine inizia a diradarsi soltanto con la monarchia dei Tarquini. Roma in quel tempo si presenta come una città complessa, multietnica, con una struttura politica in evoluzione e in un equilibrio precario con tante e diverse forze sociali che tendono a sbilanciarla. È la grande Roma dei Tarquini, quella che tanto affascina Pallottino. Una città ricca, potente, che già domina i vicini, che manifesta la sua vitalità con una frenetica attività costruttiva di edifici pubblici (uno tra i tanti il tempio arcaico trovato presso la chiesa di S. Omobono, sotto il Campidoglio, di cui abbiamo una accurata ed eccitante ricostruzione). Ma l’acme del dialogo tra archeologia e fonti letterarie (e del racconto di Pallottino) lo si raggiunge quando sono messe a confronto le figure di Servio Tullio e di Macstarna. Qui l’eccitazione giunge al massimo, quando le fonti letterarie ed epigrafiche (Tacito, Festo, Varrone, l’Imperatore Claudio) sembrano per un attimo concordare con i ritrovamenti archeologici di Vulci (i dipinti della Tomba François). Si tocca allora il Settimo Cielo quando vengono rievocate e prendono corpo le figure storiche dei fratelli Celio e Aulo Vibenna (a capo di una banda armata etrusca che rovescia dinastie oligarchiche), nonché Macstarna (“lo scudiero del Maestro, dove il magister è lo stesso dux Celio Vibenna) ovvero il sodale e compagno di Celio Vibenna, alias Servio Tullio non ancora re, anzi, tutti impegnati in una scorribanda romana che porterà al rovesciamento del re di Roma Gneo Tarquinio (sic!), etc. etc. e infine all’ascesa al trono di Servio Tullio.
Pubblicato nel 1993 il libro raccoglie e sintetizza tutti i risultati della lunga e fecondissima serie di studi e scavi archeologici compiuti a Roma e nel Lazio nell’Ottocento e soprattutto nel Novecento, dei quali la mostra del 1990 “La grande Roma dei Tarquini” fu la celebrazione e il coronamento supremo. Nel testo sono continuamenti riportati interessantissimi disegni, cartine, mappe, ricostruzioni architettoniche della Roma arcaica che allora illustravano e arricchivano la mostra. E io “ancó me mosco i gummiti” per avermela persa. Ma tant’è…
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