Tra il pamphlet e il saggio di costume, Il lavoro culturale ripercorre le tappe di formazione di un intellettuale di provincia tra l'immediato dopoguerra e gli anni cinquanta. Gli anni in cui mezza Italia, nata sotto il fascismo, fondava cineclub e circoli di cultura, analizzava problemi, poneva istanze, progettava saggi. Un'Italia giovane e appassionata che si sarebbe poi lasciata incasellare in ben più consuete e metodiche sistemazioni. L'entusiasmo e la delusione che segnarono quella generazione, Bianciardi li sperimentò direttamente, come direttamente vi aveva partecipato.
Luciano Bianciardi (Grosseto, 1922 – Milano, 1971) è stato uno scrittore, giornalista, traduttore, bibliotecario, attivista e critico televisivo italiano. Contribuì significativamente al fermento culturale italiano nel dopoguerra, collaborando attivamente con varie case editrici, riviste e quotidiani. La sua opera narrativa è caratterizzata da punte di ribellione verso l'establishment culturale, a cui peraltro apparteneva, e da un'attenta analisi dei costumi sociali nell'Italia del boom economico, tanto che alla finzione narrativa si mescolano spesso brani saggistici che sfociano sovente nella sociologia. Legato per formazione e per scelta a tematiche classiste e libertarie, avrebbe dato all'impegno letterario il senso di un diretto engagement civile, concependo l'attività culturale come strumento di denuncia e di presa di coscienza, ma anche come intervento direttamente e immediatamente militante.
Ogni volta che ti leggo, penso che basterebbe cambiare numeri e date e si potrebbe dire che l’hai scritto ieri. Triste. Tragicamente triste. Significa che non è cambiato niente. Cerco riparo nella tua ironia per addolcire i pensieri. Ma poi non ce la fo. Sale la rabbia e lo sconforto. Oddio, forse qualcosa è cambiato. Il lavoro culturale è diventato mercato, la politica ha perso identità. Gli stereotipi, invece, son sempre quelli. Come vedi, qualcosa è rimasto. Il peggio. Compresa la precarietà.
E andiamo avanti, in questo paese sghembo, dove tutti scrivono e pochi leggono. E dicevi bene tu: “Forse il numero degli scrittori è pari a quello degli analfabeti, e fors’anche il problema dell’analfabetismo si potrebbe risolvere imponendo a ciascun autore di insegnare a leggere a un analfabeta, servendosi del suo libro inedito come di un sillabario.” Nessuno l’ha fatto.
P.S. Non preoccuparti, passata la rabbia si torna a sognare e a tentare di costruire un mondo migliore.
Di Bianciardi avevo già letto e apprezzato La vita agra, basato sulla sua esperienza lavorativa milanese negli anni del boom economico. Anche in questo saggio è evidente la notevole capacità di Bianciardi di cogliere con ironia ogni aspetto della società senza perdersi in moralismi. Una bella testimonianza di come si è organizzato il lavoro culturale ed educativo dall’era fascista agli anni Cinquanta, con la nascita di nuovi stimoli, dal cinema, alle biblioteche, ai centri culturali. Una lettura davvero molto interessante.
È necessario partire dalla periferia per ricostruire la cultura italiana: una periferia sonnacchiosa, priva degli svaghi della grande città, un terreno vergine nel quale far germogliare un nuovo entusiasmo, un nuovo desiderio di conoscenza, di lotta, di sapere.
Una città toscana tra Roma e Firenze è il centro borbottante e guardingo di queste iniziative. Prima sembrano solo semplici discorsi enfatici ed esaltati tra amici che passeggiano per le strade silenziose e assolate; dopo la guerra, invece, si cerca di trovare un senso alla sofferenza, e al sacrificio di milioni di vite, si cerca di capire perché debbano essere gli studenti a guidare i contadini senza comprenderne la natura, i bisogni, i pensieri. La guerra non avvicina gli uomini, accumunati da un unico destino di morte e dolore, bensì li allontana, li rende ancor più estranei, senza lasciare loro il tempo di comprendersi davvero.
Marcello, fratello dell’io narrante, ha cercato nella cultura le risposte al regime fascista, alla propaganda, alle ingiustizie, ai limiti di un corpo gracile e fin troppo spesso ammalato. Tornato dal fronte forte e rinnovato, quasi irriconoscibile in un corpo sano e scuro per il sole dell’India, Marcello è pronto a modellare la società che lo circonda e che conosce così bene, a renderla più aperta, a iniettare nel gretto materialismo borghese di provincia una forza nuova e vitale, capace di cambiare le menti, ampliare gli orizzonti.
La partecipazione civile, la passione per il cinema, lo stato dell’educazione (oltre ai personaggi e ai ricordi più personali). E molta ironia. Un importante ritratto dell’Italia degli anni 50.
Ultimamente sto rileggendo il libri di Luciano Bianciardi, un grande scrittore ingiustamente dimenticato e ho trovato nel "Lavoro culturale" una pagina di raro divertimento che voglio condividere con voi. "Il lavoro culturale" è con "L'integrazione" e "La vita agra" un trittico di libri dall'impronta fortemente autobiografica che testimoniano la "diseducazione sentimentale dello scrittore di Grosseto. "La vita agra" che definì "una pisciata sull'avventura milanese e sul miracolo economico" è un ritratto scritto con la penna intinta nel fiele ma anche con tanto sarcasmo, della Milano dei primi anni sessanta, una città in crescita vertiginosa ma senz'anima. Nella vita di Bianciardi, anarchico, traduttore, giornalista e sceneggiatore, ci sono due punti di svolta che ne influenzarono in modo decisivo il futuro e la produzione letteraria. Nel 1954 nel paese di Ribolla ci fu un'esplosione in un pozzo minerario che fece 43 morti e lo scrittore toscano, che si era interessato con passione alla sorte dei minatori, tra l'altro scrivendo con Carlo Cassola il reportage "I minatori della Maremma", si trasferì a Milano per portare la questione del lavoro al massimo livello di attenzione. Frustrato dallo scarso interesse riscontrato da questi argomenti, trasferì gli entusiasmi e le delusioni del suo impegno in questa trilogia che merita davvero di essere letta. Dopo il successo della "Vita agra" Bianciardi, che aspettava un significativo riscontro alle sue denunce, fu amareggiato dalle vuote espressioni di consenso che il suo libro ebbe, pur premiato da un notevole successo. Nonostante gli allettanti contratti che gli vennero offerti, rifiutò di scrivere il seguito del suo fortunato romanzo e amareggiato e anche disorientato dalle mille luci di Milano, si rifugiò a scrivere alcuni libri sul suo amatissimo Risorgimento. A chi voglia approfondire la conoscenza di questo lucidissimo scrittore suggerisco "Chiese escatollo e nessuno raddoppiò" che raccoglie i suoi articoli scritti per diversi periodici, il libro di racconti "La solita zuppa" e l'affettuosa biografia di Pino Corrias "Vita agra di un anarchico".
Da "Il lavoro culturale" Feltrinelli. Per comodità di chi voglia fruttuosamente dedicarsi al lavoro culturale, sarà opportuno raccogliere a questo punto tutta una serie di indicazioni circa il problema del linguaggio. C'è infatti un lessico, una grammatica, una sintassi e una mimica che il responsabile del lavoro culturale non può ignorare. Cominciamo subito, perciò, con il nocciolo della questione, con il termine "problema". Nonostante la differenza spaziale (alto-basso) dei due verbi, il problema si pone o si solleva, indifferentemente; ma c'è una sfumatura di significato, perchè porsi è oggettivo, cioè sta a dire che il problema è venuto fuori da sè, mentre sollevare è attivo; il problema in questo caso non ci sarebbe stato se non fosse intervenuto qualcuno a farlo essere. Quasi sempre il problema, posto o sollevato che sia, è nuov; e si dà gran merito a chi, accanto agli antichi e non risolti, soleva problemi nuovi e interessanti, o meglio ancora, di estremo interesse, purchè siano, ovviamente "concreti". Sul problema si apre un "dibattito". Dibattito è ogni discorso, scritto o parlato, intorno a un certo argomento (cioè ad certo problema) in cui intervengono due o più persone. Il dibattito, oltre che concreto, è ampio e profondo,anzi approfondito, e quasi sempre si pone un'analisi (approfondita anch'essa) della situazione. La giustezza della "nostra analisi" sarà poi confermata, invariabilmente daglia vvenimenti, La situazione è sempre nuova e creatasi ( da sè, parrebbe) con o dopo. Al dibattito gli interventi portano un utile contributo. Può anche assumere la forma di un convegno; in questo caso è parlato, gli interventi sono numerosi, e gli intervenuti sono giunti da ogni parte d'Italia. Dal dibattito scaturiscono, oppure emergono o anche, più semplicemente, escono, alcune indicazioni. Le indicazioni sono anch'esse utili. Se possono esprimersi in una breve frase, allora sono parole d'ordine. Per esempio: Per un/ per una (cinema, teatro, romanzo, arte, cultura, scuola, pittura, scultura, architettura, poesia) "nazionale e popolare". In caso contrario quando cioè le indicazioni non abbiano questo potere di contrazione spressiva, si parlerà di "tutta una serie" di iniziative, utili, naturalmente, e concrete, ma di massima, suscettibili, cioè di "elaborazione". Concreto, come abbiamo visto, è il problema, il dibattito, l'intervento e l'indicazione. A memoria non si è mai saputo di un problema, dibattito, etc che non si sia potuto definire astratto. Come nono si è mai saputo di un problema risolto; semmai "superato" dalla situazione creatasi con o dopo. A volte si è scoperto che il problema, pur essendo concreto, non esisteva. In casi simili basta affermare che il problema "è un altro". La scelta dei problemi si chiama "problematica" e quala dei temi "tematica". Ricordo che una volta a Firenze discussero tre ore su questo problema concreto, se fosse necessario porsi prima il problema della problematica o ppure quello della tematica. Un problema è anche, spesso, di fondo. Esso si adeguerà alle "prospettive", nuove e concrete, "di lotta", per o contro. Lotta, anzi "lotte", è l'azione quando incontra un ostacolo, altrimenti l'azione è pura e semplice attività. Ma tanto per le lotte che per l'attività si "mobilitano tutte le forze", si "toccano larghi strati" o larghe masse, "si estende l'influenza" ci si pone alla "testa" e ci si "lega" anche streattamente. Al "servizio" della lotta si pngono le "proprie capacità". A volte le cose non sono così semplici; ma il dibattito ha appunto l'ufficio di indicare gli "inevitabili difetti" determinati dalla situazione. I difetti consistono, quasi sempre nel "non avere sufficientemente" utilizzato, elaborato, applicato le indicazioni emerse da un "esame autocritico". Ogni dibattito "assolve anche a questa funzione" Accanto al problema, ma un pò più sotto, c'è l'"esigenza". L'esigenza si sente, anzi "è sentita". A volte "sorge", o meglio, è "sorta" ed in ambedue i casi occorre "andarle incontro". Problema ed esigenza riguardano a volte i "rapporti con". Con gli intellettuali, per esempio. Gli intellettuali possono incontrarsi da soli o accompagnati ad operai e contadini. In questo caso la successione di rigore è la seguente: operai, contadini, intellettuali. Gli intellettuali pososno essere "illuminati, democratici, avanzati, molto vicini a noi, al servizio della classe operaia"; la serie è in crescendo. Pseudo-intellettuali sono invece gli altri, quelli che si sono posti al servizio del padronato, della reazione, del grande capitale, dell'imperialismo.
Al problema del linguaggio va connesso quello della gesticolazione, un problema peraltro più complesso e meno facilmente definibile; ci limiteremo a darne qualche cenno. Ampio: si accompagna con un gesto circolare delle due mani, palme rivolte in alto. Conreto: si strofinano i due pollici contro le altre dita. Prospettive (e anche indicazioni): la mano sinistra si sposta in avanti, verticale; le dita devono essere unite. Nella misura in cui; la mano (sempre sinistra) piegata a spatola, scava in un mucchietto di sabbia immaginaria posta di fronte a chi parla. Sul terreno del; col dorso della mano si sfiora il tavolo, con un gesto orizzontale. ( ) Ci fu sul problema del linguaggio, cinque o sei anni or sono un dibattito largo e approfondito con numerosi utili interventi, che portarono un contributosostanziale alla soluzione del problema stesso. Un problema, si disse allora, che si è venuto maturando per un'ampia discussione su di un piano colettivo e concreto. Un problema interessante per migliorare la capacità di lotta; relativo al linguaggio usato nelle organizzazioni democratiche, e relativo al linguaggio usato rivolgendoci agli alleati e ad un pubblico pià largo. Si denunciavano alcuni inevitabili errori, di linguaggio appunto, determinatisi in conseguenza della situazione creatasi con. ( ) "I dialetti di classe, che sarebbe più esatto chiamare gerghi, servono nonle masse del popolo, ma un ristretto gruppo sociale superiore"
Interesante, irónica e irreverente visión acerca del mundo cultural italiano en los años justamente posteriores a la caida del régimen fascista. En una ciudad sin nombre, un también innombrado narrador (aunque al final mencionan su nombre como de pasada), nos habla de forma mordaz de lo que supuso la llegada del "ímpetu cultural" a los pequeños municipios, básicamente rurales y campesinos, de la italia central. Divertidas son sus arremetidas contra medievalistas y arqueólogos (hilarante su visión del "mito" etrusco), así como su visión de la apropiación del movimiento cultural por parte de la clase política (de uno y otro lado del espectro), y la subsiguiente tergiversación del mismo. Una lectura ligera, divertida, hiriente y que, como poco, debería hacernos pensar, aunque sea un breve momento, en que hay detrás de cualquier tipo de efusión cultural en los tiempos que corren.
Hay que alegrarse de que Errata Naturae edite en castellano la obra poco conocida de Luciano Bianciardi. Esta breve-novela ensayo sobre la vida cultural de una pequeña ciudad toscana es mucho más que eso ya que contiene una lúcida reflexión sobre la actividad cultural como gestión de lo político, además de un melancólico sentimiento del paso del tiempo.
"Eppure Kansas City è una città tremendamente seria, e io ci torno ogni volta con un po' di magone e parecchio rimorso: d'esserne fuggito nottetempo senza domandare il permesso, e portando via parecchia roba, quasi tutto quel che ho, come i ladri della collana vetuloniese. Con la differenza che la collana vetuloniese si potrebbe sempre restituirla, la roba che ho preso io no. I vecchi amici mi guardano negli occhi senza sorridere, e mi raccontano le novità: "Aldo, te lo ricordi?". Certo che me lo ricordo: fu lui il primo a dirmi che bisognava fare la rivoluzione, chiedere i fucili a Blum, mandare via i fascisti, d'accordo con Gastone il falegname e con gli altri comunisti. "Te lo ricordi, Aldo? Lo sai che è morto? E Tacconi, te lo ricordi? È morto anche lui."
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Interessante spaccato della vita culturale del dopoguerra in una provincia italiana centrosettentrionale.
Triste constatazione: sono passati ben 70 anni o più, c’è stata nel frattempo una rivoluzione tecnologica, ma certe dinamiche sono ancora attuali; la sorte dei professori precari è ancora la medesima, determinate dinamiche nell’organizzazione di eventi culturali si ripetono con regolarità e il linguaggio, le espressioni usate dagli intellettuali sono caricaturalmente sempre uguali a se stesse…
Riletto dopo molti anni, in un’età più consapevole e strutturata, ed è sconvolgente. Il tratteggio della provincia è calzante, i passaggi relativi alle graduatorie provinciali dei docenti precari spaventosamente attuali, il funzionamento dei consigli direttivi, delle cooperative, dei coordinamenti politici, sembrano scritti ieri. Bianciardi è quanto di più spudoratamente crudo e verace abbia prodotto la letteratura italiana del Novecento.
Uno dei due "romanzi-pamphlet" bianciardiano, assieme a "L'integrazione". Un libro di amore e disillusione verso Grosseto, la Kansas City italiana, meticcia, proiettata verso il futuro eppure provinciale.
Il lavoro culturale di un intellettuale della provincia italiana. È un saggio che ricostruisce in modo ironico o meglio satirico l'effervescente ambiente culturale in una piccola città, con i buoni propositi che si offrivano alla comunità tra cineforum e circoli.
Libro bellissimo e che consiglio a chiunque voglia studiare la prima italia repubblicana e chiunque voglia anche solo lavorare nel macro ambiente culturale
"Eccoci qua, insomma, tutti e due ufficiali in congedo, con la guerra perduta e il paese distrutto. Per chi? Per cosa? Ci avevano allevati dunque per questo, per comandare cinquanta soldati, cinquanta contadini, per portarli a sparare contro altri cinquanta soldati, altri cinquanta contadini? Mi spiegava Marcello che son sempre i contadini - italiani, inglesi, russi, di tutte le parti del mondo - che fanno la guerra, e che son sempre ragazzi di vent'anni, studenti che non hanno ancora finito la scuola, che li portano a farsi ammazzare. Era toccato questo a nostro padre, nel quindici. Lui almeno era tornato con l'illusione di aver vinto la guerra, ma anche lui, a conti fatti, aveva inquadrato cinquanta contadini, contadini calabresi e veneti, e poi era tornato a casa senz'arte né parte, proprio, senza un lavoro, così come i soldati erano tornati senza terra, per ritrovare lo stesso padrone di prima. [...] Perché c'è voluta la guerra a farci capire che esistono due Italie? Da una parte l'Italia dei contadini, quelli che lavorano, e poi fanno le guerre; dall'altra l'Italia del signor generale, del vescovo, del federale. E noi cosa stiamo a farci? Dobbiamo scegliere, o di qua o di là. Noi abbiamo studiato, diceva Marcello, ma quel che abbiamo studiato non servirà a niente, se non ci aiuta a capire le ragioni dei contadini; se non ci aiuta ad evitare di doverceli portare dietro un'altra volta, domani, e morire insieme senza nemmeno esserci guardati in faccia, senza mai esserci capiti."
Inizia di slancio, questo librino del buon Bianciardi. E' una raffica di ironia ed autoironia la prima parte di questo piccolo libro, in cui si racconta la vita dell'intellettuale (categoria estinta, ai giorni nostri; cercare in wikipedia per approfondire l'argomento) nella provincia a cavallo tra anni '50 e anni '60. Un librino corto ed agile, che però nel finale si stanca ed inizia a ripetersi. Ma che merita, per alcune pagine geniali, e per la capacità di raccontare con intelligente ironia. Qualità oggi estinta. Con gli intellettuali.
piccolo romanzo autobiografico che per un paio d'ora di lettura ti catapulta nella provincia italiana del dopoguerra e mostra miserie e splendori della sua vita culturale: c'è sarcasmo a palate (da urlo le poche pagine di spiegazione delle parole e dei gesti del politichese applicato alla cultura) ma anche affetto e nostalgia. e ti spiace -davvero- che siano così poche pagine.
Una lettura veloce, che conserva l'afflato giovanile delle idee e delle sue immediate applicazioni, usate per socializzare, creare gruppo, scambiare opinioni, formarsi. Efficace se visto da quest'angolazione, altrimenti si rischia la noia.