Maria Angulema non è simpatica, non è bella, è sciatta e anche molto pigra. E a me piace tantissimo perché lei i suoi difetti li riconosce tutto, non ne va fiera ma non li nasconde. È un essere umano con tante ammaccature e un pesante fardello nel cuore: l'esperienza dell'ingiustizia e della sofferenza pura davanti a cui ogni uomo, anche il più odioso e deprecabile si chiede perché. Questa ricerca di senso - che in realtà è una resa di conti, un vis a vis con Lui, per mezzo di lei, la Bianca Signora- la spinge a Lourdes come dama/infermiera sul treno bianco, dove, stipati come animali che vanno al macello, si ammassano malati veri e finti, vecchie signore bisbetiche, comitive chiassose e scomposte, non troppo pulite. L'occhio del narratore è spietato. Indugia nei dettagli grotteschi, piega in direzione del comico ogni tragedia personale raccontandola con implacabile realismo ed epurandola da ogni tentazione di pathos (che detesto). Così sentiamo i talloni che fanno male, l'odore dei capelli sporchi, l'umidiccio tra le gambe, tutta la desolazione del corpo. Quel corpo abbrutito, sofferente, disgustoso che tuttavia è il protagonista e ci racconta una infermità collettiva, distribuita, da cui nessuno si salva, nemmeno i presunti sani. I barellieri, le ragazze, un improbabile Renato Zero. Un corpo che tuttavia nel bagno rituale ritorna nuovo e leggero.
Tornando a Maria Angulema, una dama meno caritatevole di lei non esiste né una più incapace, né una più acrimoniosa eppure è da lei, dalla sua caduta a picco, dalla sua solitudine assoluta che erompe un forte senso di pietà, per sé e per gli altri. Ed è così che Rosa Matteucci ci racconta il sacro, argomento quasi tabù nella narrativa contemporanea, spogliandolo di ogni melliflua ipocrisia. La sua scrittura che ho imparato a conoscere quest'anno è diversa da ogni altra in circolazione. Difficile, capace di toccare registri diversi in un plurilinguismo ricco e, secondo me, che non sono nessuno ma che amo leggere, efficacissimo.