15 novelle di Luigi Pirandello nell’edizione integrale del 1922, con nota introduttiva “L’uomo solo” è la novella che apre e dà il titolo al quarto dei quindici volumi delle “Novelle per un anno”, pubblicato nel 1922 e contenente le L’uomo solo, La cassa riposta, Il treno ha fischiato, Zia Michelina, Il professor Terremoto, La veste lunga, I nostri ricordi, Di guardia, Dono della Vergine Maria, La verità, Volare, Il coppo. La trappola, Notizie del mondo, La tragedia d'un personaggio. Luigi Pirandello (1867-1936) è stato drammaturgo, scrittore e poeta tra i maggiori del Novecento, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1934. Collana Il Disoriente - Luoghi della lettura Le pubblicazioni Intra sono tutte in formato cartaceo tascabile (12,7×20,3 cm) e in ebook, con grande attenzione rivolta alla leggibilità del testo e alla grafica.
Luigi Pirandello; Agrigento (28 June 1867 – Rome 10 December 1936) was an Italian dramatist, novelist, poet, and short story writer whose greatest contributions were his plays.
He was awarded the 1934 Nobel Prize in Literature for "his bold and ingenious revival of dramatic and scenic art"
Pirandello's works include novels, hundreds of short stories, and about 40 plays, some of which are written in Sicilian. Pirandello's tragic farces are often seen as forerunners of the Theatre of the Absurd.
Pirandello non delude mai! Il volume in questione contiene dei racconti di altissima qualità. "L'uomo solo" racconto che da il nome alla raccolta, affronta in maniera interessante i temi di solitudine e depressione. "La tragedia d'un personaggio" mi ricorda "sei personaggi in cerca d'autore". Ma la miglior novella presente nella raccolta è senza dubbio "Il treno ha fischiato".
“la vita è trista, amico mio, e chi sa quali e quante amarezze ci riserba.”
“[…] non esiste alcuna realtà, se non quella che ci diamo noi.”
“Ma si! chi aveva ucciso lui infine, se non sé stesso? chi strozzato, se non la propria vita?”
“L’uomo solo” è una delle novelle contenuta all’interno di questo libro, e, oltre ad essere la prima, dà anche il nome alla raccolta. uscita per la prima volta nel 1922, Pirandello ci descrive in questa opera le situazioni di alcuni piccoli borghesi in stati di decadenza interiore (e non solo, delle volte), che li portano alla solitudine, come conseguenza al loro risultare penosi. eppure, dal mio punto di vista, la solitudine non sarà sempre una conseguenza, ma la causa della loro decandenza. inoltre, ritengo che sia possibile dividere le novelle in tre parti: -la prima parte riguarda delle novelle che leggiamo di più in terza persona, delle vere e proprie storie di uomini squallidi. -la seconda è simile alla prima, ma ho trovato un’aria più satirica nella scrittura. -la terza parte (quella che ho preferito maggiormente) la ritengo quella più introspettiva, che comprende dei monologhi impeccabili, sia nella scrittura che nella complessità della caratterizzazione dei personaggi. la lettura termina con la discussione tra un personaggio, condannato al suo destino da personaggio, e dunque ad una vita eterna non scelta da lui, e Pirandello, colui che dovrebbe riscriverne la storia. ma la storia non si può riscrivere, e ciò che si vive, resta impresso nelle più sottili fibre della nostra esistenza.
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Leggere questa raccolta di racconti – pubblicata da Pirandello nel 1922 – dà l’impressione di poter spiare nell’atelier di un pittore, mentre fa gli studi preparatori dei grandi quadri che poi lo renderanno famoso. Il tema che ricorre in queste novelle (e certo non solo in queste) è la fragilità del tessuto di illusioni, abitudini e proiezioni che chiamiamo realtà. C’è, a dire il vero, una novella che è meritatamente famosa per se stessa: Il treno ha fischiato. E a rileggerla qui, fra tante altre novelle che hanno una valenza epistemologica, il momento che più colpisce è quello in cui Belluca cerca di spiegare ai suoi colleghi di lavoro cosa ha provato quando ha sentito fischiare il treno, ovvero il venir meno del tessuto della realtà che lo intrappolava (la sua trappola diversa e certo peggiore di molte altre, ma uguale nella sua natura di trappola): Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita. (Novelle per un anno, p. 529). Non avrà proprio squarciato il velo di Maya, il povero Belluca, ma uno strappo almeno montaliano nella trappola che imprigiona tutti noi lo ha certamente intravisto. Il tema della trappola (e dalla fuga possibile da essa) comunque ritorna, ancora più esplicito, nella novella che si intitola appunto La trappola. Qui si parte dalla consapevolezza che tutti abbiamo, senza volercelo dire, della natura fittizia della realtà che viviamo di giorno, e che appunto ci si presenta larvale e inconsistente di notte, quando siamo costretti a vederla attraverso la fioca luce di una lampada: Come la mano, trema tutta la vostra realtà. Vi si scopre fittizia e inconsistente. Artificiale come quella luce di candela. E tutti i vostri sensi vigilano tesi con ispasimo, nella paura che sotto a questa realtà, di cui scoprite la vana inconsistenza, un’altra realtà non vi si riveli, oscura, orribile: la vera. Un alito... che cos’è? Che cos’è questo scricchiolio? E, sospesi nell’orrore di quell’ignota attesa, tra brividi e sudorini, ecco davanti a voi in quella luce vedete nella camera muoversi con aspetto e andatura spettrale le vostre illusioni del Giorno (Novelle per un anno, pp. 618-619). Il protagonista del racconto, Fabrizio, cambia continuamente aspetto, nel vano tentativo di non lasciarsi fissare in nessuna forma (oggi forse si accontenterebbe di cambiare la sua icona nei social di riferimento?). La strategia che, qualche anno dopo, più radicalmente sarà messa in atto da Vitangelo Moscarda, e che lo porterà ad essere rinchiuso in manicomio. Ma anche Fabrizio ha capito il gioco, e sa bene che “ogni forma è la morte” (p. 620). E se poi c’è chi disperatamente desidera una forma che non può avere, questo è il professor Fileno (in La tragedia di un personaggio), protagonista fittizio del racconto mal riuscito di un altro scrittore, che cerca vanamente di convincere Pirandello ad inserirlo in una delle sue opere, per poter vivere per sempre. Perché l’eternità e la compiutezza, ovviamente, non appartengono alla vita, ma al massimo (ed anche questo molto raramente) alla creazione artistica. Vicenda che è scritta contemporaneamente ai Sei personaggi, di cui anticipa di fatto i temi. Tutto questo groviglio estetico ed epistemologico trova espressione in un’altra novella, tragicomica: La verità. Vi si racconta il processo ad un contadino siciliano, che ha ucciso la moglie adultera, e che lo ha fatto quando sapeva da tempo del suo tradimento. Solo che poi la moglie del nobiluomo che andava a letto con la moglie del contadino ha fatto uno scandalo davanti a tutto il paese, e allora il contadino si è sentito costretto ad agire in base al codice d’onore. Il contadino sa bene il carattere funzionale e sociale della verità, ed è quello che in questa raccolta lo esprime più chiaramente: - Eccellenza, dico la verità, - riprese Tararà, questa volta con tutt’e due le mani sul petto. - E la verità è questa: che era come se io non lo sapessi! Perché la cosa... sì, Eccellenza, mi rivolgo ai signori giurati; perché la cosa, signori giurati, era tacita, e nessuno dunque poteva venirmi a sostenere in faccia che io la sapevo (Novelle per un anno, p. 599). Tararà è colui che ha capito meglio il gioco, proprio perché non si è limitato a capirlo ed osservarlo, ma lo ha vissuto, ed anche – fin quando gli è stato possibile – lo ha agito.