La passeggiata ha una sua storia, la flanerie una sua epica, la promenade una sua grammatica. A Roma, città metafisica in cui è impossibile spostarsi da un punto all'altro senza intoppi, il camminatore è un sovversivo. Tommaso Pincio passeggia per Roma come passeggiasse nel Novecento, il secolo che sta sempre finendo, il secolo che sta durando più di quanto s'era detto. Ennio Flaiano lo accompagna, a volte qualche passo avanti, a volte rimanendo bloccato negli infiniti cantieri: la suprema e tollerante indifferenza della Capitale l'aveva capita bene lo scrittore abruzzese. Solo in una città che si deteriora così infallibilmente e così pigramente è possibile imbattersi nel passato, vero e sognato; solo durante una stagione in cui i romani sono via, altrove ― sono scappati ― Tommaso Pincio può concedersi di posare uno sguardo sulla polvere delle cose: dei premi letterari, del cinema, della cultura ufficiale. Diario di un'estate marziana è il racconto di uno scrittore che a Roma ha vissuto abbastanza da non riconoscerla più, il resoconto di una passeggiata nel tempo: non in ordine cronologico, però, non strettamente, l'ordine è quello dei salti temporali, delle brevi sospensioni, degli appunti mentali, delle domande al passato e delle risposte immaginate. D'altronde è possibile solo d'estate, quando il traffico è in vacanza, quando gli uffici restano deserti, quando le scuole hanno le persiane abbassate, solo allora è possibile arrivare fino a Villa Borghese e incontrare un marziano.
Tommaso Pincio, pseudonimo di Marco Colapietro, è uno scrittore italiano. Il suo pseudonimo è la traslitterazione italiana del nome dello scrittore postmoderno Thomas Pynchon.
Dopo aver frequentato l'Accademia delle Belle Arti, ha esordito come fumettista, ha diretto per dieci anni una galleria d'arte internazionale e vissuto tra la fine degli '80 e l'inizio dei '90 a New York come assistente di un famoso pittore; è in questo periodo che ha cominciato ad approcciarsi alla scrittura. Ha esordito come romanziere nel 1999 con M.. Successivamente ha pubblicato Lo spazio sfinito (2000) e Un amore dell'altro mondo (2002), un libro che ha diviso la critica letteraria e con il quale l'autore ha acquistato una certa notorietà. Vi si narra la vita di Kurt Cobain, leader del gruppo rock Nirvana, attraverso lo sguardo di un suo amico immaginario. La ragazza che non era lei, pubblicato nel 2005, traccia un bilancio su ciò che è andato perduto e ciò che è rimasto dei sogni di amore e libertà degli anni Sessanta. È invece del 2006 Gli alieni, un'indagine su come l'ipotesi dell'esistenza di civiltà extraterrestri sia diventata uno dei grandi miti dell'era moderna. Di più recente pubblicazione è il quinto romanzo dell'autore, Cinacittà.
Tommaso Pincio collabora regolarmente alla rivista Rolling Stone e alle pagine culturali de la Repubblica e il manifesto, occupandosi perlopiù di letteratura statunitense.
In quest’anniversario dei 50 anni dalla morte di Ennio Flaiano, di tutti i libri e di tutte le commemorazioni in tv o in teatri, librerie e biblioteche in cui sono più meno piacevolmente incappato, questo diario di Pincio è la cosa migliore. Ha disegnato l’immagine forse più vera, ha reso la sostanza letteraria e umana più autentica di Flaiano. O almeno di quella che anch’io, da suo lettore fedele, mi porto dentro ormai da decenni. Una sostanza fatta da alcuni ingredienti fondamentali, che Pincio, scrivendo un diario che potrebbe essere anche letto come un auto-analisi o un romanzo-memoir o un saggio, ha individuato molto bene.
La profonda malinconia che li accomuna innanzitutto; il “broncio infantile” a nascondere e insieme ad amplificare l’effetto delle fiammate di intelligenza, di ironia, di acume che si trovano nei scritti di Flaiano e che tutti dicono si alzavano nella sua conversazione. La malinconia e il broncio come atmosfera mentale di fondo, che nascevano (e nascono sempre) dalla infanzia negata; quella che ti lascia l’alone indelebile della percezione di essere inadeguato e dunque immeritevole di attenzione, rispetto, affetto e quindi destinato ad essere respinto. Poi Pincio individua e spiega la centralità nella visione di Flaiano del mondo di due idee-chiave: l’idea dì inutilità, di vanità delle cose e l’idea dell’errore e dell’equivoco come criterio base della interpretazione delle scelte e dei fatti. Infine c’è la pratica della mortificazione. Quella subita (dell’infanzia, in una famiglia che lo aveva allontanato e della giovinezza, negli anni tristi del fascismo e della guerra coloniale) e quella agìta. La mortificazione cioè che usava per spegnere gli effetti che gli producevano i riconoscimenti, i segni del successo che gli venivano tributati troppo tardi e per motivi e moventi a cui non credeva e che non prendeva sul serio. La stessa mortificazione che usava anche per arrivare alla rassegnazione davanti al dolore degli insuccessi e degli insulti del destino e che gli disegnava sul viso una sorta di “sorriso dell’impiccato” (come si dicesse a se stesso “vedi? Che ti avevo detto?”).
Vengono fuori nel libro anche il rapporto con Fellini, che ha riempito i suoi film dei fantasmi di Flaiano senza mai riconoscergliene la paternità e il rapporto di “odiamore” con Roma. Due tradimenti paralleli e mai davvero perdonati. Lettura utile, ma anche assai piacevole, soprattutto per la “voce” che Pincio trova: soffusa, malinconica (molto da passeggiata in una serata estiva romana), che dà un’idea di autenticità e di calore.
This book has three protagonists: the author, who writes in the first person; then Ennio Flaiano, who with his presence (not physical) accompanies him on the journey, and finally Rome, the city that is the backdrop to their journey. More than a journey, the author imagines a series of walks through the streets of Rome with Ennio Flaiano, through Flaiano's works, phrases and aphorisms, almost making it an imaginary dialogue. It is a somewhat anomalous book, of thoughts written as they come, in which the author talks about a Rome and a modern civilization in which he no longer recognizes himself; but it is not a book about Rome, it is not a book about Flaiano and it is not even a diary as the title would seem. It is a book that leaves me with a feeling of sadness and melancholy, where the author makes no secret of regretting a Rome that no longer exists, but also a Rome that he doesn't like now and which, if you think about it carefully, he didn't like not even then. This is why the adjective that appears most often in the book, and which the author tells us Flaiano liked very much, is "useless". The author tells us how useless many things are, perhaps all, of what life in Rome is, how everything revolves around appearing instead of being, how Rome is all a Cinecittà where, instead of life, a film is made in every street. It is a book that also leaves me with the impression of a decadence that the author traces back well before us contemporaries, but which he sees undergoing a dizzying acceleration in recent decades, with the underlying feeling that there is nothing to be done to avoid it, and that trying to avoid it is useless. As we wanted to demonstrate.
Flaianite acuta Per apprezzare questo breve libro bisognerebbe nell'ordine:
- Avere letto Ennio Flaiano - Conoscere la filmografia di Fellini - Essere romano.
No è falso Non è affatto necessario :-) Il suo pregio è riuscire a fare appassionare alla bio di uno scrittore (Ennio Flaiano ) anche senza nemmeno conoscerlo, perché lo stesso diventa come un personaggio inventato e di fantasia alla cui narrazione ci si abbandona, che poi sia esistito realmente è un fatto del tutto secondario. Narrare significa sempre allestire racconti, verosimiglianti. Io poi non amo Fellini (forse non lo capisco, o nessuno me lo ha mai spiegato) In realtà non sono mai riuscita a vedere un suo film per intero ad eccezione di La strada e Le notti di Cabiria (ma solo perché c'era Giulietta Masina) Mi distraggo prima, ne vedo spezzoni sempre in modalità sincopata un pezzo qui - stop - un altro pezzo là - stop - non mi tira dentro. Non riesce soprattutto a farmi dimenticare chi sono e dove sono, prerogativa essenziale del benessere.
Il regista (Fellini) e lo scrittore (Flaiano) furono uniti da amicizia e sodalizio professionale, importanti. Molti racconti di Flaiano anticipano molte immagini dei suoi film. Anche se poi l'amicizia fra i due si interruppe bruscamente. Fellini forse troppo sognatore e Flaiano con quella malinconia inquieta, da peripatetico nel suo continuo vagar di notte per la città. Indolente. Quella proverbiale pigrizia che Fellini gli rimproverava confermata anche da quell'unico romanzo che Flaiano scrisse, peraltro su commissione e controvoglia, terminato soltanto perché Leo Longanesi gli dava il tormento. Tempo di uccidere, il suo unico bellissimo romanzo che gli valse lo Strega nella sua prima edizione. Pincio ne ricostruisce la serata finale. Descrive un Flaiano quasi incredulo come mortificato, un vincitore riluttante. In fondo sapeva di non essere un romanziere bensì più autore da Diario ma senza la meticolosità di chi tiene un diario, solo appunti sparsi, note, schizzi narrativi, intuizioni aforismatiche, tutte mescolate in un andirivieni temporale Preferiva il cinema alla letteratura, più sceneggiatore e giornalista che scrittore anche perché il cinema gli consentiva una vita economica più agiata e sicura.
Tra Fellini e Flaiano: Roma. Roma riitratta da Pincio in maniera grottesca, ironica come una immensa scenografia dove i suoi abitanti sono delle comparse. È la Roma degli anni '50, la Roma di Via Veneto, della dolce vita come fenomeno sociale e culturale, ma soprattutto di costume. Tempi in cui si andava al cinema almeno una volta alla settimana, a prescindere dalla qualità del film che non era così importante. Perché andare al cinema - in città ce ne erano più di 300 - era un rito, il cinema rappresentava un luogo pari ai caffè letterari, luogo di aggregazione si poteva fumare chiacchierare amoreggiare e, impensabile oggi, entrare in qualsiasi momento, anche a programmazione ampiamente iniziata.
Pincio analizza con una penna sopraffina, lieve ma incisiva nei punti giusti, alcuni capisaldi della cinematografia italiana Il sorpasso, Io la conoscevo bene con la giovanissima Stefania Sandrelli, e anche queste sue narrazioni più filmiche catturano il lettore tanto da avermi instillato il desiderio e la voglia di affrontare finalmente (?) La dolce vita (capirlo?) Il sorpasso (ma non è di Fellini) etc etc.
Diario di un'estate marziana fa parte della cinquina 2023 del prossimo Campiello, dopo questa lettura spero che Tommaso Pincio vinca, so di certo che lo leggerò in altre sue prove, più schiettamente romanzesche.
«Non c’è che una stagione: l’estate. Tanto bella che le altre le girano attorno.».
Così scriveva Ennio Flaiano nel Diario degli errori. L’estate era la sua stagione preferita e il diario era la forma di scrittura da lui prediletta; perciò il miglior libro possibile per omaggiarlo – vari ne sono usciti per i cinquant’anni dalla scomparsa – poteva essere solo un diario composto nel corso di un’estate – naturalmente romana.
Dopo aver letto Diario di un’estate marziana, vien da dire che nessuno avrebbe potuto farlo meglio di Tommaso Pincio, a suo modo un marziano della nostra letteratura, coi suoi sconfinamenti nel fantastico e nel poco convenzionale, perfino laddove, come in questo caso, chiunque darebbe per scontato il realismo. Qui per lo scrittore è impossibile non agganciarsi quantomeno a Un marziano a Roma, tra i più noti e riusciti racconti del genio abruzzese, con la fantascienza usata a mo’ di espediente per descrivere uno dei tratti peculiari della Capitale: dopo un po’ di tempo trascorso a Roma, l’alieno diviene un romano come gli altri e può confondersi tra la folla. Lo stesso accadeva e accade perlopiù a tutti, compreso al piccolo Ennio: messo dai genitori sul treno per Roma a dodici anni, nell’anno della Marcia, viene fagocitato dalla città e instaura con essa un rapporto conflittuale e irrisolto, cominciato nel segno di un’infanzia negata.
La sua prima vera casa sarà la redazione del «Mondo» di Pannunzio, mentre più avanti Leo Longanesi lo spingerà a scrivere Tempo di uccidere, vincitore dell’edizione inaugurale dello Strega: un successo tardivo e non cercato, che spiega in parte perché il capolavoro del 1947 resterà il suo primo e unico romanzo. Ciononostante non smetterà mai di scrivere: pur portandosi appresso la nomea del pigro, veritiera soltanto a metà, la sua firma comparirà su centinaia di articoli, elzeviri, aforismi e opere in volume, alcune delle quali postume. Il suo nome sarà inoltre legato al cinema e ancor di più a Federico Fellini: col regista riminese firmerà più sceneggiature, ricoprendo un ruolo mai secondario, a cominciare da La dolce vita, il titolo più ricorrente nel libro di Pincio.
L’aneddotica sulla Roma felliniana, o meglio flanaiana, con la città vista quale set cinematografico permanente, col suo ritrovo di artisti e intellettuali in via Veneto, si alterna a cenni autobiografici ben inseriti all’interno di un testo brillante, in equilibrio tra il saggio e la narrazione pura. Da un lato c’è un presente con un mese d’agosto incapace di svuotare la città come una volta, dove al tempo stesso è arduo ritrovarsi per un caffè; dall’altro, troviamo un passato in cui si poteva sparire per un decennio e tornare al solito bar facendo finta di nulla, poiché passare degli anni all’estero non era diverso dal cambiare bar. Che dire: Flaiano avrebbe di sicuro apprezzato.
(recensione uscita su «IL FOGLIO» sabato 01/04/2023)
Diario personale malinconico e tenero. Flaiano e Roma, ma non solo, sono strumenti per riflettere sulle coordinate dell’esistenza di uomini e realtà che sono proprie del novecento (autore compreso). Ci sono pagine molto belle, altre meno a fuoco, ma non inficiano il piacere della lettura.
Un po' saggio, un po' romanzo, un po' memoir estivo, un po' diario di passeggio, ma tanta vita e amore per un mondo tramontato e ripercorribile attraverso aneddoti, film, racconti e Roma.
"Qualcuno nei vicoli di Roma, con la bocca fa a pezzi una canzone" Tommaso Pincio ha scritto una sorta di diario su Ennio Flaiano e i suoi rapporti con la scrittura- autore come è stato di un unico romanzo, ma premio Strega. No, non è vero. Tommaso Pincio ha scritto un simil diario sui rapporti tra Ennio Flaiano e Federico Fellini nella Roma tronfia e vitale- ma già con un occhio all'inevitabile decadenza- di via Veneto e della dolce vita. No, non è esatto. Tommaso Pincio ha scritto una serie di riflessioni articolate in un po' meno di 200 pagine sulla sua Roma e su quella di Ennio Flaiano, di Federico Fellini, di Longanesi, Marcello Mastroianni, Gassman e molti altri. Forse questo è un po' più vicino al reale. Non conosco quasi per nulla Flaiano- il cui ritratto di queste pagine, però, mi ha affascinato e illanguidito - e non ho visto- o non ho amato- la maggior parte dei film che Pincio cita (fa eccezione 'Il sorpasso', che ho amato e, caso più unico che raro, continuo ad amare). Fellini mi è sempre risultato indigesto e, pur avendolo provato a più riprese ed età, mi estenua. Però conosco Roma, per quanto Roma mi abbia permesso di conoscerla naturalmente. Mi è piaciuto molto il ritratto della città tessuto attraverso quattro occhi- quelli dell'autore che qui è nato e vi vive da sempre e quelli di Flaiano, che vi era arrivato giovane e che ha appreso a detestarla, anche se non sapeva staccarsene. Negli episodi della biografia di Pincio ho riconosciuto la strafottenza, la rabbia, l'indifferenza che travolge in certe giornate e arriva addosso dai cittadini esausti e svuotati; nelle descrizioni dei quartieri in rapida mutazione tra anni '60 e nuovo millennio ho ripercorso le vesti gettate addosso ad una città che, per quanto orribili a tratti, non sanno imbruttirla davvero. La scrittura è originale, leggera senza frivolezza: devo approfondire l'autore, che non conoscevo.
Sinceramente non ho capito questo libro, sono arrivata a circa un terzo e continuavo a non capire i vari aneddoti o riferimenti. La scrittura ci sta perché non è astrusa ma non sapendo a cosa si riferisca è un continuo mollare il libro per andare a cercare le cose, perdendo così il ritmo di lettura e il filo del discorso. Forse ho iniziato a leggere questo autore dal libro sbagliato, non so se siano tutti improntati su questo stile. Purtroppo questo non mi è piaciuto neanche un po'
La Roma di Flaiano, l'estate di Pincio. E il cinema, il senso di inadeguatezza, l'immaginario, la realtà che insegue lo stereotipo. Ne parlo qui: https://www.tropismi.it/2023/01/30/ar...
Roma, l'estate, l'inutile: una diario costruito attorno alla figura di Flaiano (la sua vita, i pregiudizi, il privato) e a una città che è anzitutto stile di vita: "La parte è la sola forma di educazione e convivenza civile che i romani conoscano e riconoscano". Libro desiderato a lungo, letto d'un fiato e amato.