Una preghiera accorata, un grido disperato, un urlo di rabbia rivolto a Dio da parte di chi è condannato. Ciò si può dire di questo brevissimo racconto. Ma soprattutto è stato per me una lezione di cultura ebraica.
“Credo nel Dio d’Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in lui. Credo nelle sue leggi, anche se non posso giustificare i suoi atti. Il mio rapporto con lui non è più quello di uno schiavo verso il suo padrone, ma di un discepolo verso il suo maestro. Chino la testa dinanzi alla sua grandezza, ma non bacerò la verga con cui mi percuote. Io lo amo, ma amo di più la sua Legge, e continuerei ad osservarla anche se perdessi la mia fiducia in lui. Dio significa religione, ma la sua Legge rappresenta un modello di vita, e quanto più moriamo in nome di quel modello di vita, tanto più esso diventa immortale”.
Ho riportato il passo che ritengo più significativo del modo di concepire il rapporto tra gli ebrei e Dio. Non un atteggiamento di sottomissione di fronte alla potenza incommensurabile della divinità, ma un rapporto da pari a pari, anzi, dice Yoss Rakover, “ora quello che ho con lui è il rapporto con uno che anche a me deve qualcosa, che mi deve molto”. Chi è più “innamorato” di un altro essere che un creditore del suo debitore? Il creditore ha fiducia nel suo debitore, lo ama proprio perché sa che può esercitare nei suoi confronti il diritto ad ottenere l’adempimento della prestazione dovuta, perché sa che la legge lo tutela nel caso questi sia inadempiente. E così il credente ebreo ha una fiducia incrollabile nel suo Dio, e ce l’ha perché prima che in lui ha fiducia nella sua Legge, la Torah, la legge morale che guida l’esistenza del popolo ebreo.
Un atto di fede mediato, ma proprio per questo il più alto che si possa fare, perché non fondato su cieca obbedienza e sottomissione ma sulla fiducia e sulla parità.