La fortuna popolare – cominciata già nel Trecento – ha finito col rendere Dante un’icona, nel senso di un simbolo legato a un immaginario condiviso. Il centenario appena celebrato ha dimostrato una volta di più quanto sia grande la vitalità di Dante a sette secoli dalla sua morte. Ma mai come in queste celebrazioni è stato chiaro che Dante sopravvivrà ancora a lungo anche grazie a quella percezione collettiva che lo ha reso ormai in tutto il mondo una straordinaria icona pop. C’è il Dante emblema della nostra identità culturale, la cui effigie passa dalle lire agli euro. C’è l’immagine di Dante usata già da tempo, non solo in Italia, come marchio commerciale e in chiave pubblicitaria. C’è il Dante personaggio che ritorna – fino in America, fino in Giappone – nelle trame di libri, film, fumetti, giochi di successo. Tutte proiezioni popolari di quell’inarrivabile poeta in grado di cantare con una potenza senza pari l’amore, la morte, la bellezza, l’orrore, la vita terrena e quella ultraterrena.
Giuseppe Antonelli è professore ordinario di Storia della lingua italiana, collabora all’inserto «La Lettura» del «Corriere della Sera» e racconta storie di parole su Rai Tre.
"Oltre l'80 % delle parole che oggi usiamo più spesso nella comunicazione quotidiana è già stato utilizzato da Dante nel suo poema" afferma il professore Antonelli, autore di questo saggio su Dante. In questo libro, infatti, affronta la diffusione del suo celebre capolavoro "La Divina Commedia" e di come sia ancora, al giorno d'oggi, citata spesso senza pensare a chi l'ha ideata.
Il professore affronterà la questione in determinati capitoli, dai titoli: Dante popolare ("Non ti curar di loro ma guarda e passa"), Dante pop-orale (diceva Borges che "in Dante, come in Shakespeare, la musica segue le emozioni), Dante non pedante (vi sono state persone che prive di qualunque cultura letteraria erano in grado di recitare a memoria interi canti del poema interpretandoli spesso a modo loro o storpiandoli a piacimento), Dante cult (il culto di Dante come religione civile è testimoniato da opere come il Catechismo dantesco o massime morali della Divina Commedia spiegate alla buona), Doré ciak gulp (Dante e la Divina Commedia nell'arte, nel cinema e nei fumetti), Dante brand (spesso Dante viene raffigurato con una foglia d'alloro in testa, simbolo di una laurea poetica che non ha mai ricevuto ma secondo Boccaccio gli sarebbe stata senz'altro tributata), Dante gag (parodie su Dante), Dante game (hanno fatto pure dei videogiochi su Dante), Dante young (ovvero come Dante viene spiegato ai giovani).
Amare Dante è una questione difficile: vuoi per la lingua comprensibile ma percepita lontana; vuoi per il repertorio mainstream di canti proposto nelle antologie degli istituti superiori; vuoi perché far appassionare a una cosa che tanto non servirà nel mondo del lavoro è difficile da far capire. Eppure non c’è opera che ancora scorra così vivacemente nelle vene del Bel paese come la Commedia. Giuseppe Antonelli (croce e delizia di chi, come il sottoscritto, ha affrontato almeno una volta un esame di storia della lingua italiana e/o linguistica) in Il Dante di tutti prova a spiegare come l’opera del poeta fiorentino sia diventata una “straordinaria icona pop”.
L'ho preso perché l'ha scritto Giuseppe Antonelli, di cui ho letto più o meno tutti i libri pubblicati.
Non conoscevo la collana Vele di Einaudi e mi son stupita quando mi son trovata davanti un libretto piccolo e sottilissimo, in cui l'autore illustra i diversi modi in cui è stato interpretato Dante negli ultimi secoli.
Anche interessante, ma troppo breve. Mezz'oretta, finito tutto. Pagine di bibliografia comprese.