Andreea Pavel ha 10 anni e vive in Romania con la sorella, di poco più grande, e la madre, rappresentante di cosmetici. Il padre è emigrato in Italia, da cui manda regolarmente pacchi con beni di lusso, regali e soldi. Quando si apre la possibilità di raggiungerlo, Andreea, la sorella e la madre lasciano la Romania e si trasferiscono a Torino, dove iniziano una nuova vita. Sono gli anni di inizio 2000, quelli pre-crisi, ancora impregnati dal benessere a dal consumismo, più o meno sfrenato, per tutti, anche per la famiglia Pavel, che nel Belpaese, non pare vivere in ristrettezze: le frequenti incursioni al supermercato, il consumo di junk food sul divano, davanti ai reality, l’acquisto di una macchina, il Capodanno in piazza, la compagnia di un cane Husky, ci restituiscono l’immagine di una famiglia come tante altre di quegli anni, divisa tra routine quotidiana, scuola, uscite, shopping. Eppure…..eppure, qualcosa non va. Il senso di estraneità che Andrea si porta dentro, quel senso di incomprensione, confusione, anche rabbia, con cui cementa i primi anni di questa nuova vita, è forte e tangibile…e si manifesta in uno dei primi segni di appartenenza a un’identità precisa, la lingua. A scuola, Andreea viene seguita, insieme a un altro alunno straniero, da una docente che la aiuta ad imparare l’italiano, una lingua così diversa dalla sua, così povera, nella sua mente, di vocali e di idee, così stridente nei suoni, ma fondamentale per omologarsi alla nuova società che la accoglie.
"Noi ci dobbiamo amalgamare, come le strisce di colore sulla carta. Noi dobbiamo stare nei contorni. Noi dobbiamo avere pronunce impeccabili. Noi dobbiamo smettere di esistere in una lingua, rinascere nell’altra. Noi ci dobbiamo integrare, diventare irriconoscibili."
Lo impara benissimo e in poco tempo, l’italiano. E’ il prezzo, amaro, da pagare per vivere in questo nuovo contesto, per essere accettata, per sentirsi come gli altri, ma anche per estirpare, in sé, ciò che la fa sentire diversa e inferiore, ciò che le fa provare, nella sua mente giovane e in via di formazione, una profonda vergogna.
L’integrazione che l’autrice ci racconta, dunque, si fonda su un senso di vergogna originato da un sistema sociale volto a estirpare ciò che non risponde ai suoi canoni, primo fra tutti la lingua. Se ci pensiamo, è un concetto forte, pesa come un macigno. Eppure è un’idea che torna frequentemente nel romanzo, fino alla fine. E, la sensazione, triste, è quella di aver perso tutto per aver cercato di ottenere qualcosa.
"Noi siamo malati di estero. Noi siamo malati di Italia, Spagna, Grecia, Inghilterra. Siamo malati di Europa. Non abbiamo più niente da dirci, niente da dire alle persone intorno. Non abbiamo più una lingua in cui dire, non abbiamo più intorno. Noi stiamo bene, non abbastanza bene. Noi abbiamo la data di scadenza."
Alla fine, quando Andrea, che inizia le scuole medie, è chiamata a presentarsi, si apre un lungo monologo che chiude il romanzo esattamente con questa consapevolezza, quasi a ribadire un senso di estraneità che sembrava perduto e che invece è incancellabile.
"Preferirei non dire il mio nome, se non vi dispiace. Più che altro perché so già come va a finire. Io lo dico e voi mi chiedete da dove vengo e finiamo per parlare della mia vita. Preferirei non dover parlare della mia vita tutte le volte che dico il mio nome. Alla fine mi dite: parli benissimo. Oppure: non sembri straniera. Sì, grazie tante."
Ci sarebbe ancora tanto, tantissimo da dire su questo romanzo di straordinario potere espressivo. A partire dallo sdoppiamento dell’autrice in due nomi: essa parla infatti in prima persona come Andreea Pavel, ma il nome con cui firma il romanzo è quello di Adreea Simionel, che nella storia è il personaggio di una sua compagna di classe, a lei simile in certi aspetti:
"Andreea è davanti a noi. È bella, Andreea. Per distinguerci, siamo Paval e Simionel. Io la pi, lei la esse. Io capelli neri, lei biondi. Io bassa e tozza, lei alta e magra. Io occhi verdi, lei azzurri. Io mate, lei rumeno. Lei prima della classe, io seconda. Anzi, no. Noi tutto, sempre."
Uno sdoppiamento che sottolinea il tema della perdita dell’identità e di lingua al punto da creare lo stesso effetto di straniamento nel lettore (il quale si chiede come si chiami effettivamente l’autrice!).
Ma vogliamo parlare del titolo, tutto a interpretazione? Cos’è il male ad est? Nello specifico, cosa si intende per “male” e cosa per “est”? Tante riflessioni che ancora avvolgono la mia mente la quale, a lettura finita da giorni, non se la sente di abbandonare questo romanzo nostalgico, potente, bellissimo.
Un grosso grazie alla biblioteca in cui l’ho preso in prestito per averlo messo sullo scaffale dei libri consigliati, altrimenti non penso mai che l’avrei scoperto.
E, per finire, una curiosità…la casa editrice del romanzo, Italo Svevo, pubblica libri che sono completamente intonsi e le cui pagine vanno dunque aperte una ad una (con un cartoncino o un segnalibro) per poter essere lette, creando uno strano effetto visivo nel taglio superiore. Strano no? Non ci vedete (ed è una coincidenza!) una corrispondenza simbolica con la storia narrata? Io sì!