"È difficile dalla letteratura italiana moderna e contemporanea ritagliare, sia pure in antologia di non rilevante volume, una letteratura delle istituzioni. Che cosa è il Parlamento, che cosa una prefettura, un ufficio di polizia, un consorzio agrario, un ente di assistenza, una capitaneria di porto, uno stato maggiore, e così via, si ha l’impressione che soltanto la letteratura italiana ne abbia mancato la rappresentazione. Tanto vero che indelebili ci restano le eccezioni a questa regola: il Parlamento dell’Imperio di De Roberto, la questura di Roma di Carlo Emilio Gadda, l’Eca di Palermo di Matteo Collura... Questo libro di Luisa Adorno racconta che cosa è una prefettura, che cosa è un prefetto. E lo racconta con una vivacità, un’ironia, un brio da far pensare a certe pagine di Brancati". Leonardo Sciascia (1983)
Born in 1921, a former middle school teacher, she has won numerous literary prizes thanks to her autobiographical novels. Luisa Adorno is a pen name, her real name is Mila Curradi.
Di un paese mai esistito, che non c’è mai stato. Di un paese sognato. Desiderato. Auspicato. L’Italia. Il Bel Paese.
L’ultima provincia è un paesino dell’estremo meridione, la Sicilia, descritto durante l’ultimo dopoguerra. E Cristo avrebbe potuto fermarsi anche lì. Se non si fosse fermato qualche centinaio di chilometri più a nord. Ma sempre a sud.
La storia che qui racconta è tutta autobiografica: lo spunto è l’incontro con un giovane siciliano figlio unico di un prefetto che diventerà suo marito. Da qui, l’incontro-scontro con la famiglia di lui, i suoi genitori, il prefetto e la “prefettessa”. Da qui, la fascinazione per l’isola, il suo paesaggio, la sua cultura, così diversa dalla sua di toscana. Nel romanzo disse la Adorno in un’intervista confluiscono condensati interi quaderni di appunti presi man mano dopo il suo trasferimento nell’isola.
Luisa Adorno sa raccontare con arguta ironia tipicamente toscana l’impatto, le differenze. Sa indagare e spiegare, senza giudicare. E per raccontare la Sicilia, creando un perfetto binomio con l’ironia, non può non ricorrere al dialetto, l’anima di quel popolo che l’ha accolta, riportando fedelmente nel dialogo il siciliano (siculo?), e così regala vivacità e freschezza al lettore, senza scadere nel colore e nel pittoresco.
Luisa Adorno, nom de plume della pisana Mila Curradi, esordisce proprio con questo divertente bonario romanzo nel 1962. Comincia a scrivere perché si è trasferita a vivere in un mondo così diverso dal suo, che esaspera il bisogno di raccontare. Di raccontare per ridere. Comincia a scrivere qualche piccolo episodio e lo manda a “Il Mondo” di Pannunzio: il settimanale accetta e pubblica i suoi contributi, e questa diventa la molla per proseguire, e intensificare la scrittura.
Tutta la nostra vita è presente in noi in ogni momento, il passato è sempre “adesso” indipendentemente dal fatto che lo sappiamo o no. Kazimierz Brandys La vera vita, la vita finalmente riscoperta e illuminata, la sola vita, dunque, pienamente vissuta, è la letteratura. Marcel Proust
Tutte le immagini sono fotografie di Enzo Sellerio.
Un piccolo libro in cui Lucia Adorno è riuscita a rappresentare perfettamente la quotidianità di una famiglia, senza troppi giri di parole, ironicamente, calata realisticamente nel contesto storico in cui vive.
"L'ultima provincia" di Luisa Adorno Ho trovato la scrittura di Luisa Adorno pulita, diretta, piacevole, interessante. Una scrittura che rende tangibili le atmosfere: voci, profumi, sapori. Non è facile raccontare "l'amarezza" con ironia. Protagonista la famiglia del suocero della scrittrice, prefetto della Repubblica nel secondo dopoguerra. Protagonista anche una Italia che vive un periodo di cambiamenti osteggiati da burocrazie e pregiudizi inossidabili.
Non sono riuscita ad appassionarmi per questo libro. Racconta le minuzie della vita di una famiglia, di cui il padre è un prefetto. Come in molte famiglie non succede molto, e niente di interessante. La storia è raccontata con un po’ di ironia e umorismo…. Ma non abbastanza per poter finire il libro.
Comico, dissacrante, simpatico... nonostante ciò, se durava ancora un po' mi sparavo; una voce di donna alla Ginzburg; dialetto siculo a manetta, linguaggio colorato, mai vizzo. E' un romanzoccio brevino, che i tipi di Sellerio han ristampato nell'83 (prima uscita '63); scritto in una squisita prima persona, fra autobiografia e romanzo, racconta, con piglio ferocemente ironico, le vicende di una famiglia buffa e al contempo orrorifica: gli Adorno; di questa famiglia, appunto, i protagonisti indiscussi sono il figlio Cosimo (marito della protagonista/voce narrante) - grassissimo eterno bambino - e i suoi genitori il Prefetto (prefetto della nuova Repubblica post bellica) e la Prefettessa sua moglie, oggi democristiani, ieri fascisti, avversi per natura al cambiamento, costoro fingono che il passato sia il presente. Anacrostici e ridicoli, Prefetto e Prefettessa rappresentano in pienezza quella classe di figuri nostalgica dei "bei tempi" e sempre ostile all'innovazione, di ogni tipo.