Quando ha inizio la fine di Roma e quale evento decreta la morte dell'Impero?
Se questa domanda fosse posta a uno studente X, egli, rifacendosi a quanto si racconta sui libri di Storia, saprebbe rispondere in maniera facile: la caduta dell'Impero romano d'Occidente venne formalmente fissata nel "476 d.C., anno in cui Odoacre depose l'ultimo imperatore romano d'Occidente, Romolo Augusto".
E se il professore di questo studente X fosse Corrado Augias, sono sicura che commenterebbe così: "La tua risposta è incompleta. Argomentala meglio."
La fine di Roma non è un evento concluso in sé stesso, ma racchiude in sé i germi di un nuovo inizio, così come già nella notte ci sono racchiusi i segni dell'alba. Infatti, la caduta dell'Impero Romano si può leggere con due lenti bifocali. Scrive Corrado Augias nella breve premessa: “La fine del mondo antico, della sua religione e dei suoi miti. L’inizio dell’era cristiana, ovvero di una nuova religione e di nuovi miti. Queste due letture si rispecchiano l’una nell’altra, ora antitetiche ora strettamente avvinte ma come lo sono due lottatori che si abbracciano nel tentativo di sopraffarsi.
Chi legge avrà dunque sotto gli occhi un tramonto e un’aurora, un declino e un trionfo. Preceduti da un’avvertenza. Il sottotitolo del libro parla espressamente di «trionfo del cristianesimo» e questo in fin dei conti è stato. Un trionfo plurisecolare. La parola trionfo non deve far dimenticare però che l’assetto unitario di questa religione, quantomeno fino a Lutero e all’inizio della Riforma, nell’ottobre del 1517, è in realtà segnato da Chiese largamente autonome le une dalle altre, spesso in violento conflitto tra di loro, pronte a tacciarsi reciprocamente di eresia. La storia del protocristianesimo è intessuta di controversie accese, non di rado intrisa di sangue. Il lettore troverà solo in parte il resoconto di questi conflitti nelle pagine che seguono. La narrazione ricostruisce soprattutto l’altro conflitto, quello tra i seguaci della tradizionale religione romana e i preoccupanti fedeli di un culto che si proclama l’unico e solo voluto da Dio.”
Questo excursus attraverso i secoli, questo viaggio nel passato, corredato da foto e supportato da una faticosa ricerca documentale (Augias ha impiegato ventisei mesi a scrivere questo libro), ci aiutano a guardare a Roma come a ciò che questa città ha nella sua essenza: Roma è la città eterna. E anche se è faticoso viverci, le sue pietre parlano dei fasti antichi.
“Esco brevemente dal seminato per citare la prima quartina di un sonetto composto dal geniale Giuseppe Gioacchino Belli il 1° febbraio 1833, dedicato appunto all’insigne piazza:
Se pò ffregà Ppiazza-Navona mia
e dde San Pietro e dde Piazza-de-Spaggna.
Cuesta nun è una piazza, è una campaggna,
un treàto, una fiera, un’allegria…
Gli scavi effettuati negli anni Trenta del Novecento, hanno riportato alla luce parte della struttura originaria cinque metri circa sotto l’attuale piano stradale. Delle sue decorazioni faceva parte anche il troncone di statua chiamato popolarmente «Pasquino», al quale venivano appesi cartelli di protesta, in genere ferocemente sarcastici.”
Ma Corrado Augias in questo suo libro non solo ci fa vedere come l'Impero Romano fu soppiantato dal trionfo del Cristianesimo, ma ci pungola: chi sei tu, lettore? Sei un credente o un non credente? Da quale parte ti schieri?
“E Renan nei suoi ricordi giovanili riassume: «La teologia assomiglia a una cattedrale gotica: ne ha la grandezza, gli immensi vuoti e la poca solidità».
I dogmi religiosi però non possono essere analizzati alla sola luce della logica, sono argomenti sui quali è conveniente usare piú la fede che la ragione. La parola Fede ha la stessa radice di Fiducia, credere non vuol dire sapere. Come scriveva sant’Agostino: Nullus quippe credit aliquid, nisi prius cogitaverit esse credendum, «Nessuno senza dubbio crede in qualcosa se prima non ha saputo che bisognava credervi». Lo scrittore cattolico polacco, Jan Dobraczyński nelle sue Lettere di Nicodemo scrive qualcosa di analogo, in una celeberrima frase, particolarmente efficace: «Vi sono misteri nei quali bisogna avere il coraggio di gettarsi, per toccare il fondo, come ci gettiamo nell’acqua, certi che essa si aprirà sotto di noi. Non ti è mai parso che vi siano delle cose alle quali bisogna prima credere per poterle capire?»”
Una lettura molto interessante.
E da lettrice ribadisco il mio "Ho creduto, non perché ho veduto, ma perché ho investigato con la ragione e poi ad un certo punto mi sono abbandonata."