«Non mi aveva lasciato la dolcezza, né la fiducia e neppure la fede. Eppure, ereditavo da lui le tre cose alle quali tenevo di più a questo mondo. Ereditavo da lui l'assenza, la gioia e la violenza». Più grande della vita, Gérard illumina i giorni di sua figlia, Lou. Forte e stravagante, questo baby-boomer dalle sembianze di orco incanta e seduce tutti e le alghe diventano messaggi inviati dagli dèi, le tempeste battaglie militari, le sue assenze missioni per i servizi segreti. Ma cosa ci fa quell'arma sul comodino? Chi sono quei fantasmi di una famiglia scomparsa che a volte spuntano fuori in mezzo a una conversazione, in un silenzio sospeso? E soprattutto, da dove vengono quegli accessi di crudeltà che esercitano su sua figlia fascinazione e terrore? E in che modo, e con quali conseguenze, questa «educazione alla violenza», questa pericolosa maestria con cui Gérard guida sua figlia Lou per trasformarla in un lupo, ha costruito una «guerriera» della vita? Raccontando con amore e potenza la storia di un'infanzia complicata e confusa, in mezzo ai paesaggi della Francia oceanica in cui mare e bosco si mischiano e si confondono, Creare un lupo ci ricorda come le nostre eredità ci modellino, tra fortuna e maledizione.
La rentrée littéraire Fayard est définitivement excellente !
Ce roman est un gros coup de cœur ♥️
C’est l’histoire d’un père et sa fille, de leur amour violent, de leurs rapports tempétueux, de cœurs arrachés. La plume est SUBLIME, pleine de poésie et de révolte.
“Forse che una parte della mia memoria è colpevole di simpatizzare con mio padre, mentre l'altra parte sarebbe innocente, vittima dello stesso uomo? Sono allo stesso tempo un traditore e un soldato? L'empatia verso un crimine è essa stessa un crimine? Sono colpevole di essere figlia di mio padre?” (p. 36)
“La sensazione del coltello era una delle teorie preferite di Gérard. L'aveva riportata dalla Marina, come fosse il ricordo di uno scalo. Diceva: la vita è soltanto una caccia ai momenti altrettanto netti, altrettanto esatti quanto un colpo di coltello nel muro. Diceva: non importa come, si vive alla ricerca della sensazione del coltello. Non spiegava cosa volesse dire ma credo che designasse, attraverso il coltello, quei momenti in cui ci si sente un po' più che vivi. Voleva dire che tutti diamo la caccia, anche e soprattutto quando non lo confessiamo, agli istanti osceni, alle impressioni di prima della catastrofe, al momenti di incertezza. Quando evocava la sensazione del coltello, si sentiva che la violenza e la vitalità facevano una cosa sola. Una volta mi ha detto che anche io avrei cercato il coltello, a modo mio. Nessuno ne scappa.” (p. 37)
“In quei momenti di crisi, le frasi di Gérard erano come sospese. Lui che amava tanto le storie e di solito parlava con asserzioni nette ed esclamazioni giocose, quando era in collera perdeva ogni articolazione. Le sue parole, come se deviassero dalla loro traiettoria iniziale, nella sua bocca si trasformavano e si caricavano di feroci sottintesi. Come se, malgrado sé stesso, le sue frasi andassero verso la violenza. In lui c'era qualche forza che lo superava, i resti di un'infanzia precaria e ferita di cui aveva conservato, come una cicatrice, un istinto difensivo che lo portava ad attaccare. Il mago dell'universo, qualche sera, diventava crudele. La sua violenza, inappagata fin dal mattino della vita, cercava una vittima di ricambio, non importa quale, a condizione che fosse vulnerabile e a portata di mano. Era il volto oscuro di mio padre, quello che mi feriva. Il volto che mi è spesso tornato in testa in questi ultimi dieci anni, come una partita di scacchi non risolta.” (p.51)
“Io a lungo ho sostenuto di non credere ai fantasmi. Era proprio il mio carattere, di essere scettica rispetto a ogni sorta di magia, in ogni sorta di magia, in questo mondo. Io volevo essere razionale, volevo essere forte e senza emozioni. Mi volevo mascolina, e la mascolinità implicava il mettere da parte il sentimentalismo, i mondi invisibili e la poesia. Ma i fantasmi alla fine mi hanno raggiunto. I fantasmi finiscono sempre per catturarti.” (p. 193)
“Eppure, ereditavo da lui le tre cose alle quali tenevo di più a questo mondo. Ereditavo da lui l'assenza, la gioia e la violenza. Ereditavo da lui l'idea che non è mai un bene sacrificarsi per coloro che si amano, precisamente perché li si ama. Ereditavo da lui l'idea che, come Abramo parte per diventare sé stesso, si può avere come identità il fatto di lasciare la propria identità - fondare la nostra storia su qualcuno che ha saputo partire e andarsene, per sempre, verso una terra in cui noi saremo sempre esiliati. Gérard mi aveva lasciato l'esilio come potenza.” (p. 226)
“E allora, addormentandomi, gli occhi rivoltati sotto le palpebre, pensavo che non si risponde alla violenza con la violenza, o meglio che non si risponde alla violenza con la stessa ridenza, ma con un'altra violenza, sì, senza dubbio; una violenza mascherata, forse più sorda, non meno subdola, meno attiva ma non meno radicale. Sì, come Virginia Woolf parlava della sua stanza, quando ci si confrontava con chi era più potente, più crudele, più animale di noi stessi, bisognava trovare una propria violenza.” (p. 227)
“«Tu credi che nessuno ti veda, come se i proiettori puntati su di te fossero spenti. E non hai torto: i proiettori sono spenti per noi tutti. Brancoliamo tutti in una nebbia cieca. Fino a quando qualcuno si gira verso di noi, e con la grazia del suo sguardo ci inonda di luce».” (Molly Brodak) (p. 258)
Sujet intéressant Mais style de l’auteur m’a gênée parfois (« le sommeil de R était une panna cotta ferme et onctueuse » yikes) Déçue par lettre de la fille au père à la fin
This novel is my 2022 crush! Everything is good about it. The style, the subject, the social analyse behind and the story as itself. Blandine do not write anything for free. Each sentence have a reason to be here. Even the name of the character have a purpose. Without spoiling anything the analogy with the wolf is made in a way that it’s navigating between poetry and mythology. She give her view of violence in a modern tale, as much as love, their is no good guy and bad guy, humans are more complexe, more than that. Exit the boring binary scheme that sticks to majority of story. In this book you will explore how violence progress incarnated by a stormy relationship between a dad and his daughter. A dad that pain to express his emotion keeping every single thing inside by fear of showing what society call weakness and a daughter that reproduce what she learn from him trying with difficulty to make her own journey and using violence in a different manner. Anyway, beautiful book, talented writer!
Le contenu m'a paru très inégal, la partie sur l'enfance m'a paru plus intéressante que celle sur le personnage de Lou une fois adulte, cette 2nde partie traînant en longueur. Je crois que je n'ai pas réussi à m'attacher au personnage de Lou une fois adulte. Plutôt déçue dans l'ensemble de ce livre dont j'attendais beaucoup, même si quelques passages sont très beaux (je pense en particulier à celui du mal qu'on peut faire à un chien, que j'ai trouvé très beau).
"« Il ne m’avait pas légué la douceur, la confiance ni la foi. Cependant, j’héritais de lui les trois choses auxquelles je tenais le plus au monde. J’héritais de lui l’absence, la joie et la violence. » Plus grand que la vie, Gérard illumine les jours de sa fille, Lou. Fort et fantaisiste, ce baby-boomer aux allures d’ogre ensorcelle tout : les algues deviennent des messages venus des dieux, ses absences des missions pour les Services Secrets. Mais que fait cette arme dans la table de nuit ? Qui sont ces fantômes d’une famille disparue, apparaissant par intermittence, en creux des conversations ? D’où viennent, surtout, ces accès de cruauté — ceux-là mêmes qui exercent sur sa fille fascination et terreur ? À travers l’histoire d’une enfance trouble, dans ces paysages de l’Ouest français où la mer et la forêt se confondent, 'Vers la violence' rappelle comment nos héritages nous façonnent, entre chance et malédiction." "Le roman s'ouvre sur une scène qui pourrait paraître innocente et qui ne l'est pas. Une petite fille de six ans, Lou, joue à "Je te tiens, tu me tiens pas la barbichette" avec Gérard, son papa. Mais ce que l'on comprend vite, Lou étant la narratrice, c'est que malgré la tendresse dans le regard et même dans les subterfuges amusants de l'homme pour essayer de faire flancher sa fille, Lou en a peur, viscéralement. Et si dès le chapitre suivant, elle avoue : "petite, j'étais amoureuse de mon père", on ne peut s'empêcher de penser à cette peur que l'enfant ressentait en jouant à ce jeu pas tout à fait innocent. Dans une première partie, Lou raconte son enfance et ce père au passé extrêmement douloureux, la rencontre tardive de ses parents, son arrivée un peu miraculeuse et Gérard. Gérard qui navigue en permanence sur la frontière invisible de la violence, physique et psychologique. L'enfant ne sait pas sur quel pied danser avec cet homme encombrant, alors elle se met à la danse justement, elle soumet son corps elle-même à la grande violence de ce sport. Comment faire ? Que faire de l'amour de ce père insaisissable? Dans la deuxième partie du roman, on retrouve Lou, danseuse professionnelle, jeune adulte vivant à Londres. Son rapport à la virilité est complètement biaisé mais la rencontre avec un homme va venir ébranler cet enfermement. Largement inspiré de sa vie, ce roman est un livre choc, intime, qui vous aspire, vous envoûte de la même manière que ce père manipule son enfant. Blandine RiInkel est très douée pour installer une tension addictive à la limite de l'insoutenable. Un excellent roman."
" Un soleil noir. Au capital d'empathie très restreint ". C'est ainsi que l'autrice de Vers la violence, Blandine Rinkel, décrit le père qui a enchanté, fasciné, et saccagé son enfance. Ogre séduisant à grosse moustache, montrant ses trente-deux dents quand il riait, conteur de légendes antiques et de la sienne propre largement inventée, serrant la gorge de sa fille avec une main en jouant au jeu de la barbichette, lui tordant les bras avec ses grosses mains, balançant des coups de pieds dans la gueule du chien de la famille quand il rentrait du travail, et dissimulant une grenade dans un des tiroirs de son bureau : on est glacée de terreur pendant la première partie du roman, l'enfance de la narratrice, pour l'épouse qui croit le désarmer par la douceur, et pour sa fille qu'il nourrit de viande de cheval pour l'aguerrir et empêcher chez elle le goût pour les activités de "fillette". Un dressage paternel implacable qui la fera, à l'âge adulte, adopter des conduites à risque, à se mettre en danger. Puis, elle s'éloigne du père toxique pour devenir danseuse et végétarienne, écrivaine, poly-artiste, tous métiers et marotte de "fillette". Un magnifique roman sensible bien écrit, décrivant les séquelles laissées par la violence latente dans laquelle baigne l'héroïne. Roman couronné par le Prix des lectrices de Elle, prix qu'il mérite largement.
L'histoire sur le lien entre une fille et son père, sur l'admiration qu'elle peut avoir en lui, leurs moments, leurs secrets jusqu'à la révélation une fois Lou plus âgée d'un père ivrogne et violent. On suit leurs vies et Lou qui grandit dans leur maison, avec ce père qui abîme sa femme, sa fille par moments. J'ai aimé le fait que l'on suivent l'histoire à travers l'évolution de son âge, à travers lequel elle apprend à se connaître, à connaître ses proches comme des personnes et non plus comme des parents. J'ai dévoré ce bouquin, il possède une plume très poétique, des mots bien choisit et détaillé par milliers qui accompagnent parfaitement chaque phrase.
Extrait, page 292: La distance à pris toute la place dans notre relation, et c'est bien ainsi, c'est comme ça que je t'ai souhaité, ma fille, amoureuse de la distance, du plein air, farouchement indépendante, des autres, des patrons, des amants - de ton père.
Noioso. Ma riconosco di averne forse frainteso i presupposti. Di questo libro mi ero fatta un'idea distante anni luce da ciò che, di fatto, è: senza dubbio profondo, introspettivo, ma anche tremendamente quotidiano e classico. La sinossi mi aveva suggerito un romanzo incentrato su un rapporto padre-figlia dai misteri celati, in un contesto naturalistico di liricità e violenza, una natura che si riflette sull'interiorità dei personaggi... Niente di tutto ciò. Rapporto tra padre figlia, sì, ma in un contesto di vita quotidianissima e generica, uno di quei romanzi dove succede molto poco e si racconta per lo più dei personaggi e del loro vissuto in generale. C'è a chi piace, a me il genere suscita solo una mortificante.
On fait face dans ce roman à la réincarnation du dernier loup de France abattu en 1954 et qui a décidé de renaitre sous l’identité de Gérard. Personnage le plus étonnant de l’histoire, nous suivons cette aventure sauvage du point de vue de Lou, sa fille. D’entre tous, elle est la plus fascinée par son père, le « sorcier de l’univers » qui lui raconte toute sorte d’histoires imaginaires. Mais Gérard est hanté par ses fantômes, ses deux premiers enfants, Jean et Rebecca qui ont trouvé la mort dans un accident tragique. Gérard se serait donc échappé de la réalité grâce à ses histoires ? Lou verra son père sous plusieurs prismes, les plus marquants étant la joie et la violence. La joie intense partagée avec son père, et la violence dont elle est témoin, démesurée, animale. Le loup gronde dans Gérard. En tant que lecteur, sans réellement faire partie de cette famille, notre cœur balance entre l’envie de rencontrer Gérard, de le suivre pour toujours et la rancœur face à ses actions brutales, son aura dangereuse. Mais en tant que sa fille, Lou ne pourra jamais lui en vouloir, allant jusqu’à essayer de le comprendre, en nous entrainant avec elle dans son chemin vers son loup de père.
Pas super convaincue par le récit et le personnage principal... Dénoncer la violence intrafamiliale : oui. Comme ça : je ne sais pas. J'ai décroché à partir du moment où le personnage principal devient adulte.
Un peu de ma faute, j'aurais dû deviner à la lecture du résumé que ce n'était pas une lecture pour moi.
J'ai beaucoup aimé ce roman au style très précis. Le choix des mots, le rythme des phrases. Le parti pris de l'autrice/ protagoniste de ce roman de disséquer l'éducation qu'elle a reçue de son père et de comprendre comment il en est venu à être cette personne sans peur, sans douleur.
Première partie juste et maîtrisée qui laisse place à une narration qui s’écoute écrire et qui tombe dans des lieux communs pseudo-philosophiques qui font lever les yeux au ciel plus qu’autre chose.
Déçu car j’ai beaucoup d’admiration pour le travail de Blandine Rinkel.
C'est un très beau texte qui parvient à restituer la complexité des sentiments ambigus que les enfants peuvent développer face à un parent enfermé dans le mensonge et dans la violence.
La fille enfant puis danseuse, le père policier. La virilité ou plutot la peur De la faiblease. Glaçant si on s'identifie au père. Plaisir De lecture inégal pour moi Mais se termine Sur un high.
Un très beau livre qui raconte à mots couverts comment on fait confiance aveuglément à ses parents, et comment progressivement on se détache d’eux en comprenant qui ils sont vraiment. Magnifique
Lou vit un sentiment ambivalent à l'égard de son père, entre admiration, joie, et sidération face à sa violence, non pas physique mais c'est un sanguin explosif dans le verbe autant qu'un homme fantasque dans le quotidien. Il promet par exemple d'épouser sa fille quand elle sera grande. Policier, il est souvent absent, la mère est effacée, discrète. Lou va découvrir le drame familial vécu par son père avant sa naissance, et façonner sa vie d'adulte, tant professionnelle qu'amoureuse, en réaction au caractère de ce père singulier. Faut-il tuer le père pour être soi ? J'ai apprécié ce roman sans plus, loin de partager l'enthousiasme de la critique académique et audiovisuelle. Un sujet classique déjà vu, un traitement qualitatif, mais pas de coup de cœur pour ma part. A vous de voir ;-)