Tutto comincia nella provincia più dimenticata della Bassa Padana, dove una nonna feroce tiene in scacco la famiglia a colpi di umiliazioni e crudeltà. Il denaro per lei è potere, e il potere è controllo.
La nipote, protagonista di questa storia, a cinque anni dice a sua madre: «Quando la nonna Viviana muore ballerò sulla sua tomba con delle scarpe rosse». La madre si sente in colpa: «Come ti ho passato tutto questo? Dal sangue?». Due battute che sono l’esempio dello stile che incendia la pagina. Il sound di un esordio infuocato dai colori cangianti della cattiveria, per cui Chiara Tagliaferri ha orecchio assoluto. E il talento letterario di riprodurla attraverso personaggi femminili memorabili: la nonna, la madre, la sorella, se stessa.
Strega comanda colore è un romanzo che sabota l’ipocrisia, è la storia di una ragazza che si oppone alla maledizione che la vita le ha scagliato addosso. Tra violenza, risentimento e tenerezza. La protagonista cresce affamata: vuole l’amore, vuole la bellezza ma vuole ancora di più i soldi. Per liberare chi ama, costruisce pazientemente la sua vendetta. E poi scappa: dalla pianura piena di nebbia arriva in una Roma piena di luce. Sprovvista di tutto, ma determinata a spogliare chiunque di ciò che lei desidera. Rubare agli altri per dare a se stessa diventa il suo vero lavoro. Per riuscirci inganna, mistifica, si scopre bravissima ad accalappiare fidanzati ricchi che tentano inutilmente di colmare le sue voragini. Intanto mente moltissimo, a tutti. Fino a che incontrerà l’unica persona capace di renderla vulnerabile.
Una saga familiare luminosa e scellerata, la storia di un’emancipazione che passa attraverso il sangue, l’epopea di una ragazza che impara dal niente un alfabeto emotivo e che si salva anche grazie alla possibilità di un grande amore.
È nata a Piacenza e ha lavorato a lungo come autrice di trasmissioni radiofoniche di successo per Rai Radio2, dove si è occupata di cinema, musica e spettacolo. Ha collaborato alla prima edizione del Festival “L’Eredità delle donne” a Firenze, con Serena Dandini come direttrice artistica. È una delle autrici di storielibere.fm, di cui ha coordinato i contenuti editoriali. Con Michela Murgia è stata autrice del progetto Morgana, podcast di storielibere.fm e libri editi da Mondadori, in cui vengono raccontate le storie di donne che hanno cambiato la storia e, un po', anche il mondo. È autrice del podcast Love stories, con Melissa Panarello, e di Les Diaboliques, un viaggio nell’universo di Diabolik e in quello della sua creatrice, Angela Giussani che, con la sorella Luciana, ha formato un duo di imprenditrici straordinario. Scrive per le pagine culturali di «Domani» e di altre testate. Un suo racconto è uscito nell'antologia Musa e getta (Ponte alle Grazie, 2021). Nel 2020 è stata premiata con il Women in Cinema Award alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove dall'anno successivo conduce gli incontri con registi, autori e interpreti a seguito delle proiezioni dei film di Orizzonti Extra. Con Maria Luisa Frisa è autrice e conduttrice del podcast di storielibere, Sailor. Anatomia del corpo attraverso la moda, in collaborazione con Camera Nazionale della Moda Italiana.
Il suo primo romanzo, Strega comanda colore (Mondadori), è uscito a maggio 2022.
"Le streghe comandano i colori e le nostre vite, e lo fanno anche da morte, non se ne esce."
C'è questa nuova tendenza, nella narrativa contemporanea italiana: celebrare il malessere, scavare nelle disfunzionalità famigliari fino a provare disgusto. Rincorrere gli eccessi, assaporarne il gusto amaro. Celebrare il risentimento e la mancanza. Sulla scia di Giulia Caminito e Veronica Raimo, anche Chiara Tagliaferri sceglie di collocarsi all'interno di questa cornice letteraria eppure questo suo romanzo non mi ha convinta.
La sua prosa è elegante e curata fino al minimo dettaglio ma manca di intensità e calore: è più un esercizio stilistico. Fredda e controllata, rimane in superficie, ti impedisce di scavare più a fondo nella psicologia dei personaggi. Ed è forse a causa di questa scelta stilistica che risulta così difficile non solo riuscire a provare interesse per la protagonista e la sua storia, ma anche sorprendersi di fronte ai colpi di scena. Anche il fatto che alla narrazione manchi di linearità - con il suo susseguirsi di eventi misti a sogni e ricordi - non aiuta il lettore ad immergersi nel racconto.
Nel complesso deludente: niente di nuovo, niente di originale, solo un compitino scritto molto bene. Peccato, le premesse c'erano tutte!
Finalmente!! Sono un'appassionata di Morgane per cui non potevo non leggere questo romanzo, ma Chiara Tagliaferri è stata molto di più. L'alternanza temporale di ricordi e di età è assolutamente il cavallo di battaglia del libro perché è accompagnata dalla potenza del passato e di quanto ci segna, non so dire quanto sia un diario vero e proprio e quanto ci sia di autofiction ed è proprio questo il punto di forza di tuta la narrazione. Si passa dall'essere l'ultima figlia, la più piccola alla ricerca di un'autodeterminazione potente nelle scelte a volte casuali, a volte di opportunità. La Tagliaferri non ha paura di mostrarsi a volte fragile, ma molto più spesso cattiva, a volte addirittura pessima, lei te lo dice: ne ha bisogno. Ha bisogno del colore e dei fenicotteri e dei soldi, ma al contempo ha paura a mostrarsi fragile e a portarsi nella notte l'odore di qualcuno accanto a sè. Queste sfaccettature così umane, scritte con una penna tagliente e diretta, sempre col massimo della semplicità hanno creato in me un'empatia incredibile mentre leggevo perché sono le debolezze a creare legami e a proposito di debolezze... anche io ho la mia: sono assolutamente invidiosa della magrezza e dei capelli dell'autrice :)
Io sono triste, tristissima. Non lo volevo finire questo libro e ovviamente, come tutte le altre volte in cui questa situazione si è presentata, non sono riuscita a scollarmi dalle pagine. Tralasciando il fatto (non del tutto) che a Chiara Tagliaferri - e Michela Murgia - in camera ho praticamente costruito un altarino, "Strega comanda colore" mi aveva catturata già solo con il titolo e la copertina (mi dà la pace dei sensi). Quando poi ho iniziato a leggere sono finita KO: periodi brevi, affettati, affilati. È uno stile a cui non riesco a resistere, ogni frase è un colpo dritto al cuore che opera a mo' di freccia di Cupido: ti fa innamorare a ogni pagina girata. La storia della protagonista si apre con un sogno inquietante che dà il via al senso di mistero che avvolge tutto il racconto. Seguendo i salti tra infanzia, adolescenza e vita adulta a volte ce ne si dimentica, ma lui resta sempre lì e alza la testa quel tanto che basta a farti sapere che c'è e a ricordarti che vuoi assolutamente svelarlo. Così come in ogni capitolo la protagonista svela una parte di sé e della sua famiglia: donne e uomini che con le loro luci e ombre danno vita a una vera e propria tavolozza di colori (nda: con qualcunə ho sentito le mani prudere come non succedeva dai tempi della Umbridge). Tagliaferri non risparmia e non si risparmia; la sua non è un'apologia, è un esorcismo. Tutti i demoni vengono estratti ed esposti, suscitando in chi legge fastidio, commozione, ilarità, indignazione. È una realtà sfaccettata quella che racconta e come tale non può essere bianca o nera; tra le strade di Piacenza e Roma, piano piano l'autrice ne rivela tutti gli anfratti, anche - e soprattutto - quelli che vorrebbero restare nascosti. È un libro non esime da difetti, avrebbe richiesto forse un approfondimento maggiore e un'analisi un po' più incisiva di alcune tematiche, ma presenta un ritratto della famiglia e una consapevolezza di sé che inducono inevitabilmente a ragionare su se stessə e, in ogni caso, riuscire a leggere sentendo la voce vellutata e incantatoria dell'autrice risuonare nelle orecchie è un'esperienza da non sottovalutare. 4 stelle su 5, non imparziali ma oneste.
Le streghe comandano i colori e le parole. Le mettono in riga e ne creano immagini piene di suggestioni. Chiara Tagliaferri è la maestra delle streghe in questo. Ne sono rimasta abbagliata, o forse dovrei meglio dire stregata. Tiene le redini di una storia che va un po' di qua e un po' di là, un po' romanzo di formazione un po' narrazione famigliare, ennesimo ritratto di una famiglia disfunzionale e di una bambina che deve imparare a vivere con i guasti fatti dagli adulti e con la voglia di aggiustarli a modo suo. La tensione, la sensualità, l'allucinazione di questo libro trasudano da ogni pagina, scritta con la perfezione e la precisione della più brava delle allieve di un corso di scrittura. A tratti infatti, si ha la sensazione di avere tra le mani il prodotto di un esercizio di stile, eseguito in modo eccellente, artefatto a momenti, barocco, ma che esercizio! Provo stima, ammirazione e perfino un tantino di invidia nei confronti della penna di Chiara. Chiudo il libro accarezzandolo e con la speranza di aver imparato anche io l'arte di comandare i colori e le parole.
Libro che mi è stato prestato dalla mia prozia, che lo aveva abbandonato per la scarsa linearità. A mio avviso però questo libro ha altri due enormi problemi: uno che riguarda lo stile e l'altro la trama. Proverò a spiegare entrambi con dei riferimenti alla cultura pop.
1) Lo stile di Cannarsi nella scrittura. Il romanzo è narrato in prima persona dalla protagonista senza nome e alcune descrizioni sia sensoriali che degli stati d'animo mi sono piaciute molto. Non solo davano colore ma erano vere, nel senso che una persona poteva davvero rispechiarsi in esperienze simili e se tutto il resto del libro fosse stato scritto in quel modo so che l'avrei adorato. Il problema di questo punto, però, è che diverse frasi sembrano delle traduzioni di Gualtiero Cannarsi. (Per chi non lo conoscesse, è un dialoghista e adattatore di film giapponesi che ci ha regalato "perle" come questa: https://www.youtube.com/watch?v=eILaE...). In sostanza abbiamo delle frasi che si perdono in barocchismi inutili, un lessico forzatamente aulico cacciato in bocca a una normale ragazza di provincia (non una cresciuta a pane e Dante Alighieri, per dire). Qualche esempio: "Sapeva trasformare ogni cosa in set, manipolava la sua vita come uno sfondo per blandire la desolazione" "Per andare da Giuseppino, ha scelto dei fuseaux stampati lucidi, a squame di serpente, incollati alla pelle, ma i fiumi di depravazione che fa presagire alle tombe in realtà nascondono principalmente quelli di coca cola che beve" ????? Noterete che non si capisce il significato di metà della frase. E ancora: "Quando le vie sono evaporate di suoni perché tutti sono al mare". Casomai "quando i suoni evaporavano dalle vie" perché se la via evapora vuol dire che cammini nel nulla. Comunque tutti questi trip per dire che in città c'è silenzio. Abbiamo capito che ti piace il vocabolario, ma anche meno. "L'acqua sembra fatta di coltelli tanto è dura e picchia sui vetri" Che vuol dire? Sta grandinando? Oppure sono solo dei goccioloni che cadono fitti come stelle filanti? Boh!
2) Il gusto di "13 reasons why" Se vi ricordate la serie Netflix sulle cassette della ragazzina che si è uccisa nella vasca da bagno, probabilmente saprete già di cosa sto parlando. Sia nella prima stagione, e ancora di più in quelle successive, c'è un gusto a tratti malato per l'orrido, per il trauma, gli abusi e le violenze. Anche le sequenze più truculente degli episodi non servono quasi mai per reali spunti di crescita per i personaggi: allungano solo la storia e aggiungono dramma inutile.
Stessa cosa accade in questo libro. Non c'è una reale storia, ogni capitolo è quasi una sequenza a sé stante in cui si scava sempre di più nelle disgrazie e nei traumi dei personaggi senza mai cavarne fuori niente. Non c'è una direzione, mai un momento in cui la protagonista, o qualunque altro personaggio, provi concretamente a fare qualcosa per risolvere i suoi problemi interiori (e quindi anche quelli esteriori) e tutto scade nella disgustosa celebrazione del malessere. Dunque la protagonista, e quindi anche il lettore, che cosa trae alla fine da questo libro? Un fico secco dato il finale!
Questa è la mia personalissima opinione. Se il libro vi è piaciuto sono contenta per voi, ma per me è un grandissimo NO.
Avevo molte aspettative per questo libro, forse troppe. Non mi è piaciuto. Non ha una trama vera e propria, ma è più un flusso di pensieri di una protagonista senza nome. Il romanzo, raccontato in prima persona, è una raccolta di storie /aneddoti della famiglia della protagonista, che restano in un certo senso slegati tra loro. I personaggi sono ben tratteggiati, sembrano reali nelle loro bassezze, assolutamente credibili, i capitoli si susseguono in salti temporali continui, percorrendo gli anni dalla seconda guerra mondiale ai nostri giorni, ma nell'insieme ho trovato il romanzo caotico, manca di pathos e di sostanza. Non succede granché e il "grande segreto" della protagonista senza nome scivola fuori (abbastanza prevedibile) senza esercitare un vero effetto sorpresa. La storia non mi ha lasciato molto e a tratti l'ho trovato noiosa. Meglio la prima parte rispetto a tutto il resto, meglio le parti in cui parla della nonna, della Cede (sorella della nonna) e della mamma della protagonista (senza nome, come il padre) . Il finale non riscatta il romanzo; nonostante, una volta finito, l'abbia ripercorso e riletto quasi per intero, resta la delusione per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.
Mi aspettavo molto, ma molto di più, sinceramente. Il problema principale che ho avuto con questo romanzo è stato il caos creato dalla mancanza di linearità della storia, che prosegue con l'accumulo di ricordi l'uno sull'altro (molti dei quali utili unicamente ad allungare il brodo) e saltando da un periodo all'altro della vita della protagonista. A proposito di lei, non l'ho tollerata affatto, ecco. Né mi ha soddisfatta del tutto il finale. Soltanto la scoperta riesce a creare un filo conduttore all'interno della trama. Ma, purtroppo, a me non è bastato...
La scrittura dell'autrice è indubbiamente sublime e ben curata: tutte le metafore e le similitudini rispecchiano bene le sensazioni che Tagliaferri ha provato durante la sua vita, ma anche le sue idee ed immagini. Davvero eccezionale, mischiando poi tranquillamente citazioni mitologiche a quelle pop di vari decenni.
Il punto debole del libro è, secondo il mio parere, come la vicenda viene trattata, più che narrata. La narrazione, come detto prima, è molto bella, ma la divisione della vicenda non sembra che abbia un filo logico (a parte in alcuni punti) e risulta quindi molto confusionaria, con enormi salti temporali anche da un capitolo all'altro. Sarebbe stato bello se questo gioco temporale fosse stato una traccia per trattare i temi presenti uno ad uno, invece il risultato finale è un misto. Apprezzo molto l'intento, ma non mi è piaciuto più di tanto.
Personalmente, classifico questo libro tra i cosiddetti #SadHotGirlBooks, i temi e i toni ci sono tutti, sicuramente prima o poi anche il booktok e il bookstagram lo scopriranno.
Questo romanzo non mi ha convinta del tutto nella trama, ma l’ho trovato un buon esperimento di scrittura. Infatti nello stile, secondo me, è stata posta molta attenzione, scegliendo continui cambi di punto di vista, in età e fasi diverse della protagonista. Si racconta non solo una vita, ma le esperienze condivise di una famiglia. Ci sono tante piccole scene che si uniscono in una storia familiare, alcune descrizioni sono incantevoli, come “Datemi gli anelli di famiglia, l'argenteria e le tovaglie di lino, passatemi ogni cosa, sono la Robin Hood di Piacenza, rubo ai ricchi per dare a me.” Un libro che si legge in maniera molto scorrevole di sicuro!
Ad esempio mi ha colpita al funerale dello zio questo passaggio: «Smettila che ho già troppe cose a cui pensare, la mamma è sclerata e non ho tempo per i tuoi capricci.» Non andrò al funerale. La mia punizione per essermene andata: Sara è tornata figlia unica. Suoi sono gli obblighi, suoi i ricordi.
La cosa più interessante di questo libro è il capire quale sia il limite tra finzione e realtà.
La storia potrebbe benissimo essere quella di Chiara Tagliaferri, ma potrebbe anche essere romanzata e non si riesce a capirlo perché sta in piedi da Dio. Certo, se fosse tutto vero, penso bisogni avere grande coraggio/incoscienza, un po' per riuscire a parlare della propria cattiveria e dei propri difetti e poi per le descrizioni a volte crudeli dei personaggi che si sono incontrati nella vita, ecco se fosse tutto vero non credo sarebbe bello reincrociarli...
E' stata una lettura appassionante, personalmente ho amato la struttura con cui è costruito il romanzo, penso anche che tutto sommato i capitoli potevano essere dei racconti a sé.
Ho trovato molto interessanti le parti in cui parla del suo rapporto con il cibo e della sua magrezza.
Ma si è davvero cattivi quando ci si deve difendere? Perché nonostante tutto, non ho potuto fare a meno di pensare che ci fosse molta tenerezza in questa storia.
Libro mal scritto e confusionario senza trama. L’impressione è che l’autrice, arrivata a un certo punto della sua vita, abbia deciso di giustapporre casualmente aneddoti della propria vita e famiglia, con citazioni pop mainstream fin troppo scontate, in uno stile che vuole essere trasgressivo e accattivante, ma che ricorda i peggiori romanzi teen che tutti ci vergogniamo di aver letto. Sconsigliato.
*Da leggere perché il romanzo non è solo una storia personale, di cosa siamo capaci di fare credendoci marci e cattivi. E' anche una saga famigliare in cui i peccati si espiano anche dopo generazioni, perché una qualche forma di giustizia arbitraria sistema le cose e riallinea gli equilibri. Per poi scoprire, alla fine, che ciascuno di noi può essere guarito e che la medicina risiede nell'amore paziente di chi sa guardarci con occhi nuovi.
Solo una stella per questo romanzo. Ho fatto una fatica incredibile a finirlo, capitoli che secondo me sono senza capo né coda, senza senso e che non c'entrano nulla. Mi dispiace ma non mi è piaciuto.
Mah... sarà che preferisco i libri che seguono un ordine cronologico, sarà che tutto questo saltare di palo in frasca mi ha un po' fatto perdere il filo del discorso, ma non so se questo libro mi è piaciuto. Propendo per il no, ma non so se posso sbilanciarmi!
“Le streghe comandano i colori e le nostre vite, e lo fanno anche da morte, non se ne esce.”
Così dice Chiara Tagliaferri, riflettendo il titolo del suo primo romanzo. Romanzo che ho trovato complicato, forse per i diversi salti temporali che lo attraversano e per i temi variegati, o forse per il mio blocco del lettore.
Le streghe comandano i fili delle nostre vite, i nostri familiari sono i nostri burattinai dai quali è spesso difficile staccarsi, sia in senso buono che crudo.
“In famiglia il potere interno è garantito dalle disgrazie. Le cure e le attenzioni possono essere rilasciate solo davanti alla catastrofe imminente.“
La protagonista, che come rilasciato dalla stessa autrice, riprende alcuni suoi elementi autobiografici ma anche elementi di fantasia, cresce con ansie, voglia di un profondo riscatto e di uscire da quella gabbia che è Piacenza, sua città d’origine.
“Nicola mi dice che quando qualcuno ti ruba i soldi lo devi maledire augurandogli che gli finiscano tutti in medicine.”
È secondo me questa oppressione economica che la nonna Viviana ha proteso verso la famiglia della protagonista a scatenargli una voglia di possedere vestiti e oggetti di ogni tipo.
“Avere il controllo dei suoi movimenti mi placa, eppure non sono innamorata, non mi piace nemmeno, ma ho bisogno di qualcosa per cui struggermi.”
La protagonista intreccia la sua vita a diverse persone, presenti nel suo tempo e riesumate dal passato; sua zia defunta la Cede, anch’essa sfruttata e maltrattata da Viviana, sua sorella, o Marzia, sua amica del cuore di Piacenza. Oltre alle varie amicizie, si imbatte in amori per cui, molte volte, è un esagerazione chiamarli amori stessi; non prova veri sentimenti per quei ragazzi, ma voglia di sperimentare, di staccare dalla vita di tutti i giorni e provare nuove emozioni; si trova vicina ad un matrimonio con un ricco ragazzo della roma bene, salvo poi farlo saltare in seguito a vari tradimenti e alla relazione stessa con questo, che era come inesistente.
Alla fine appare Nicola, che seppur apparso in qualche frammento, aiuta in un certo modo a “chiudere il cerchio” di questi colori che asfissiano la protagonista; Nicola la ama per quello che è, nelle sue stranezze e nei comportamenti bizzarri come il dormire in letti diversi o la sua stravagante passione per la moda. Nicola le smonta paranoie e fobie che si erano sviluppate nella sua mente, in pochissime parole e con una semplicità che riesce in qualche modo a rassicurare anche il lettore.
Strega comanda colore è un bel libro, con diversi punti in cui ci si puó rispecchiare e dove personalmente ho trovato anche una forza di “spinta” motivazionale, anche se forse con uno stile non troppo nelle mie corde. Tuttavia ho amato tutti i riferimenti alla cultura pop che hanno costellato la vita della protagonista e dell’autrice, che si ripetono con varietà lungo tutto il romanzo, rendendolo unico e secondo me anche più familiare in un certo senso, facendoti sentire all’interno del racconto.
“Le streghe comandano i colori e le nostre vite, e lo fanno anche da morte, non se ne esce.”
La protagonista del romanzo racconta la sua vita, con molti sbalzi temporali tra un capitolo e l’altro, avanti ed indietro nel tempo, presentando la sua famiglia e le loro vicissitudini: i suoi genitori, tenuti in scacco dalla nonna materna Viviana, che ha i soldi, quindi il potere, ma vive con avarizia e tirchieria, e sua sorella maggiore, “io e Sara traduciamo il costo della vita in paia di scarpe, borse e vestiti, l’unità di misura sono le cose che vorremmo comprarci, e a cui non arriviamo.” Il padre muore giovane, la madre è troppo fragile per ribellarsi al dominio della nonna, che, anche da morta, sarà sempre presente negli incubi della protagonista. Per questo scapperà, trasferendosi prima a Torino e poi a Roma, dove troverà chi si approfitterà di lei, come Rita, ma anche l’amore, il marito Nicola, ed amici veri, Priscilla e Max. È la regina degli stracci, la Robin Hood di Piacenza che ruba agli altri per dare a sé stessa, cercando di espiare una colpa che non ha. In uno dei momenti più bui della sua vita, capirà che serve solo perdonarsi, per riemergere dall’abisso e vedere l’amore, che è sempre stato lì, ma in una forma diversa, “perché chi non è stato abituato a riceverlo fatica a gestirlo.”
È stato il libro delle mie vacanze, letto nella mente con la voce di Chiara Tagliaferri, come se stesse raccontando una delle sue Morgane. Scritto benissimo, ci sono tutti i suoi temi ricorrenti: la moda, la morte, le streghe, ma anche il riscatto e l’amore.
“Tu vedi quello che non ci possiamo permettere di vedere. Ti abbiamo fatta per migliorare con il coraggio.”
"Chiara Tagliaferri in Strega comanda colore, assegna un colore ai mostri e alle paure che ci sono nella nostra testa; veste gli scheletri nel nostro armadio; sperpera soldi che non ha in cambio di un briciolo d’amore che mai corrisponderà. Con il suo libro Chiara Tagliaferri, sfata il mito secondo il quale i soldi non fanno la felicità con la sua protagonista che sbaraglia Robin Hood; solo che lei, anziché dare ai poveri, dà a se stessa. Una storia ambientata a Piacenza e poi a Roma e che si snoda lungo il sentire di più donne; tre generazioni che, a cascata, si trasmettono un sentimento via via sempre più crescente, che esplode nella più giovane, la nipote, la quale farà il possibile allontanarsi da quella famiglia tenuta in scacco dalla matriarca, la nonna Viviana, e poi dal suo spettro che, anche da dopo morta, le tormenta tutte. Mente, inganna, vendica e si vendica e tutto per una vita di agi, bellezza e soldi, per i quali è disposta a tutto, anche a sposarsi. Perché quella nonna che le ha private di aiuto, le ha trasmesso avidità e desiderio. Quelle cose che ha solo potuto guardare addosso o in casa di altri, devono esser sue. Una strega priva di incantesimi, con il peso di un terribile segreto e con un solo scopo: salvarsi da sola. Ma ci si può salvare da soli? [...]"
In un romanzo in cui fiction e realtà sono così strettamente legati da rendere impossibile capire dove cominci l'uno e finisca l'altro, Tagliaferri costruisce una storia apparentemente disomogenea che può essere apprezzata fino in fondo solo alla chiusura del libro. L'autrice sceglie di non muoversi con linearità nei piani temporali, ma di spaziare nella storia della protagonista e della sua famiglia tessendo abilmente una trama fatta di traumi e amore, dove morte e vita sono intrecciate e spesso è la prima a determinare l'andamento della seconda. Questo testo scava nei meandri scuri di quel luogo, spesso idealizzato, chiamato famiglia: laddove sovente questa è raccontata come luogo sicuro e felice, nella realtà molto spesso cela abusi, mancanza d'amore, incomprensioni, egoismi, talvolta odio. E se può essere difficile leggerlo è però necessario raccontarlo. Soprattutto è necessario narrare quale impatto certi vissuti hanno sulle esistenze di quei ragazzi, una volta cresciuti, quali fragilità, quali mostri, quali follie. Tagliaferri non cerca di rendere la sua protagonista simpatica o anche solo moralmente accettabile a tutti i costi, eppure venire a conoscenza dei pesi che le hanno gravato sulle spalle fin dalla più tenera età permette ai lettori di capire, di giustificare, di perdonare. E forse queste pagine sono proprio l'espiazione dei tanti presunti peccati in cerca di un'assoluzione che liberi dalle catene di un passato che continua a tenere legati.
Non conoscevo la Tagliaferri finché non me ne sono imbattuta in una sfida di lettura. L'impressione che ne ho avuta? Una persona estrosa ma anche eccessiva ed esagerata. Tutti i suoi discorsi, anche i desideri di lei bambina, girano intorno ai soldi... che mancano, che non bastano, che bisogna avere per comprare borse, scarpe, vestiti... non capisce i genitori, anzi li giudica, quando non si arrabbiano per non aver ottenuto la tanto aspettata eredità della nonna... lei racconta di aver avuto una famiglia, e una nonna in particolare, molto opprimente... una famiglia di "streghe" e burattinai... giustificando con ciò tutti gli errori giovanili (un classico)... ma mi è sembrato tutto troppo esagerato, quasi fosse visto sempre e solo con gli occhi di quella bambina che a 5 anni immaginava di ballare sul cadavere della nonna. Un libro pieno di malessere, di eccessi, di risentimento, di mancanze... cosa mi lascia? L'idea che non possa essere solo biografia, ma un misto tra vita vissuta e invenzione letteraria e la consapevolezza che non avrei perso molto a non leggere questo libro. Devo aggiungere però, a onor del vero, che il libro è scritto bene.
3,5 Non è quello che mi aspettavo. Non è un romanzo tradizionale, ma una raccolta di strappi sulla tela, annodati assieme a ricomporre una vita. Una vita, quella dell'autrice, che ci viene offerta ricucita e rappezzata, tra salti temporali che un po' provocano spaesamento, ma che hanno il sapore di un onesto flusso di immagini mentali e ricordi. Il libro scorre e trascina fra citazioni e richiami alla realtà soprattutto dell'infanzia e adolescenza dell'autrice (non tutti a me comprensibili anche per la differenza d'età). Non è stata una brutta esperienza di lettura, anzi; devo però confessare che credo di essermi un po' annoiata della valanga di autofiction spuntate in questi anni. In questa trovo ci sia un po' dell'amarezza di Ciabatti in Sembrava Bellezza sia un certo gioco di luci e ombre alla Niente di Vero, senza però l'ironia di Raimo. Un buon libro, non un capolavoro, ma adesso offriteci altro.
Ho bisogno che qualcuno mi spieghi, sarò stato distratto ma non ho capito il punto, che cosa mi vuoi dire con questo scritto ? Elenco di cose che hanno appesantito la lettura, prima di tutto i salti temporali, troppi dal mio punto di vista ed aggiungerei disorientanti, due i personaggi che incontriamo per un capitolo e poi scompaiono come comparse nella vita della protagonista, tre tutta la storia di questa nonna tra milioni di virgolette terribile, anche se è semplicemente egoista, trattata come bho una cicatrice indelebile, la mia reazione è stata quella di Nicola ovvero ridere di tutta la situazione è delle seghe mentali della protagonista ed infine il titolo che significato trova nella storia?, sembra un film inizio anni 2000 con le transizioni e le canzoni catchy di cui nessuno sa le parole bello ma vuoto . Si salva qualcosa ? Si si salvano i dialoghi, la scrittura impeccabile e sinuosa ma nulla più .
È di quest'anno eppure a me sembra di averlo già letto... Tanto per citare un best sellers uscito pochi mesi prima, questo romanzo rientra nel filone di "Niente di vero" della Raimo - con meno ironia e più incostanza. È una saga familiare destrutturata (nel senso che ci sono tanti salti temporali, a rendere il flusso un poco tortuoso), un succedersi di eventi distribuiti per cercare di dare un senso alla narrazione completa. È un correr dietro alla sovrabbondanza di situazioni familiari, scegliere le più curiose e tormentate da mettere nero su bianco.
Nulla da dire sulla qualità della scrittura, per chi ama la prosa accurata è senz'altro un romanzo da leggere.
Recensione a cura della pagina instagram pagine_e_inchiostro: Storia famigliare al femminile, fatta di tenacia, crudeltà e forza di aprirsi poi al pubblico. Ho apprezzato la scrittura della Tagliaferri, con belle frasi che rimangono impresse e dallo stile scorrevole. Nonostante ciò, la sua storia si mischia a quelle di tante altre lette sul tema. Una storia che non aggiunge nessun plus che mi farà ricordare della sua storia in particolare. Lettura piacevole, ma non inedita. Forse l’avrei apprezzata molto di più in adolescenza.