Qualche anno fa lessi un brano di Irene Graziosi su Medium. Si intitolava "Appuntini Indonesia" e probabilmente fu questo titolo dall'aria sfrontata - neanche lo sforzo di andare oltre la dicitura del .doc - a spingermi ad affrontare la lettura di un articolo lunghissimo sullo schermo del telefono. A farmi arrivare fino in fondo, però, fu la scrittura che trovai magnetica, interessante. Da allora ho letto e ascoltato altro di Graziosi, ma ero curiosa di scoprire cosa sarebbe venuto fuori da un romanzo.
"Il profilo dell'altra" non è un libro perfetto. Prima di cominciarlo mi sono imbattuta in alcune recensioni, online e offline, che mi hanno dato qualche pensiero. La scrittura era definita "cruda", che è come viene definita la scrittura del 90% dei romanzi editi in Italia da qualche anno a questa parte. Solo che questa crudezza è ciò che mi rende indigesto un buon 70% di quel 90%. Pian piano nella mia testa ha assunto il nome di Tono Sfavato. Molti autori - e forse soprattutto autrici - italiani oggi scrivono con quest'aria rabbiosa e annoiata al tempo stesso, un connubio che i pistoiesi, maestri nel mischiare rabbia e noia, hanno per l'appunto ridefinito come "sfavato" (nel mio lessico l'espressione è presente da così tanto tempo che si è grammaticalizzata, ma in effetti rende bene l'idea). Immagino le storie raccontate con i denti stretti, il dito puntato verso i dettagli più sordidi e schifosi, con l'aria di chi narra perché deve, perché devi capire. Come se ti buttassero il libro in faccia e dicessero 'Toh, guarda cosa mi hai costretto a fare, mo' leggitelo però".
Vabbè, digressioni a parte. La crudezza di questo romanzo non è quella crudezza lì. Non è fine a sé stessa. Non è neanche crudezza, forse: è schiettezza, è la capacità di chiamare le cose col proprio nome. L'ho già detto parlando di altri libri - mi vengono in mente Sally Rooney e Alice Munro - ma un aspetto che mi colpisce molto è quando leggendo ritrovi dei dettagli minuti della realtà, ai quali solitamente non presti attenzione e che poi ritrovi lì, nero su bianco. Gesti, pensieri scorretti, tic, routine, meccanismi così consolidati da passare sottotraccia.
Il punto di forza de "Il profilo dell'altra" è sicuramente la scrittura. In un'ottica in cui lo scrittore deve trascinarti nella storia, avvilupparti per poi farti quasi sentire in trappola di fronte alla realtà limpida dei contenuti, il Tono Sfavato non è funzionale perché respinge, ti fa sentire a disagio, ti allontana un po'. Graziosi invece incanta, trascina. Le parole scorrono leggere e dense. Mi viene sempre in mente "il puro piacere di raccontare" di cui parla spesso Lenù che deve essere una fisima di Elena Ferrante. Qui il puro piacere di raccontare c'è e dunque c'è anche il puro piacere di leggere. È così che rimani fregato, perché sprofondi nella lettura e poi ti ritrovi davanti riflessioni brucianti, personalissime verità che ti schiaffeggiano e dalle quali ormai è tardi per scappare via.
Non è un libro perfetto, dicevo. Ho notato perfino alcuni aspetti che si avvicinano molto all'errore tecnico - per esempio quando, dopo 200 pagine sostenute da una narrazione interna, il narratore si fa improvvisamente onnisciente e va a parlarci di quello che stanno facendo personaggi che sono in un'altra casa rispetto alla protagonista. Oppure il fatto che il rapporto tra le due protagoniste, che dovrebbe essere il perno fondamentale dell'opera, credo, sia forse l'aspetto che rimane più in superficie. Lo vedi trasformarsi e cambiare in modo a tratti troppo repentino, a tratti troppo blando. E anche le riflessioni su social, influencer, personal branding e così via le ho trovate non troppo interessanti, ma penso dipenda dal fatto che sono argomenti che mi prendono poco. Il vero punto di forza secondo me è il personaggio di Maia, il modo realistico - e raccontato benissimo - in cui percepisce il mondo e intesse rapporti.
Insomma si sente che è un primo romanzo, ma per essere un primo romanzo è veramente ottimo.